FASCICOLO V - GENNAIO 1926
SCIPIONE TADOLINI: Primi albori della Rinascenza in Roma, con 5 illustrazioni
PRIMI SEGNI DELLA RINASCITA IN ROMA


Uno dei fenomeni più grandiosi e tipici che lo studioso rileva in Roma è la continuità della tradizione architettonica nel Medio Evo. Come le leggende di Roma imperiale alimentano tutta la poesia medioevale, come il pensiero del regime universale di romanità dà vita costante alla grande tradizione dell’impero dantesco, così il ricorso degli antichi edifizi mantiene costante il sentimento dell’arte architettonica pur nei periodi più tristi, là dove questo ricordo è reso ancor vivo ed immanente dai ruderi, cioè in Roma.
Ciò spiega come tutte le correnti stilistiche si spuntino qui, passano gli schemi costruttivi bizantini a pianta centrale, le chiese lombarde e romaniche con i tentativi allora nuovi di coperture a volta, ma Roma non se ne accorge; seguita a costruire edifici basilicali nel XII secolo, presso a poco come nel IV, e solo ammette qualche particolare estraneo: i campanili lombardi, i musaici bizantini, le suppellettili e le piccole cornici semi barbariche.
Così la magnifica manifestazione dugentesca dei Cosmati esplicatasi in tanti meravigliosi chiostri e culminata nell’atrio di Civita Castellana, di Jacopo e di Cosma (fig. 2) e nella facciata di S. Giovanni in Laterano di Nicola d’Angelo, è stata trattata piuttosto come un fenomeno sporadico, mentre quasi nessuno ha pensato a collegarla con le altre manifestazioni precedenti e posteriori.
Alla fine del secolo però la tradizione sembra vacillare sotto l’ondata della nuova moda esotica, ed i Cosmati del 2° periodo sono gotici come i loro Maestri Arnolfo e Giovanni Pisano, pur serbando alcuni dei loro caratteri speciali. Chi potrebbe prevedere che sarebbe avvenuto della loro arte nel seguente secolo, e come si sarebbe svolto, qui più che in qualunque altra regione italiana il tipico fenomeno che il Giovannoni, il quale ha acutamente studiato ed illustrato tale andamento artistico, ha chiamato riassorbimento delle forme importate?
Tutto il decorso del secolo XIV è per Roma un periodo buio e convulso, squarciato solo per breve tratto da una meteora abbagliante di vivida fiamma, spentasi bruscamente per essersi spinta più in alto di quel che i tempi le permettessero. Non è possibile in tale periodo parlare di una architettura vera e propria; qualche cosa certo si dovette costruire dopo il terremoto del 1349 in cui crollarono la basilica dei XII Apostoli, parte del S. Paolo ed il timpano del Laterano (1) ma lo stato miserando di Roma era in quell’epoca, tale che probabilmente tutta l’attività costruttiva si sarà risolta nel restaurare i danni più gravi e nel ricoverare alla meglio le famiglie rimaste senza casa; prova ne sia che, se il Laterano fu riparato, il portico di S. Paolo era ancora a terra nel sec. XVI.
Eppure in mezzo a tanta miseria, traversata solo da qualche opera sporadica o d’importazione, come la Minerva o il campanile di S. Maria Maggiore, interessante innesto di forme avignonesi sullo schema del campanile romano, ancor si può cogliere in qualche modestissima manifestazione la preziosa testimonianza della continuità artistica e dell’avviamento verso nuove forme classiche, quasi naturale evoluzione di un linguaggio augusto, dominante da secoli, attraverso le effimere favelle straniere di razze conquistatrici; fiammelle nelle tenebre fitte di Roma trecentesca e turbolenta.
Chi osservi a prima vista la porta dell’ospedale S. Giovanni (fig. 1 e 6) col suo arco a tutto sesto dalle sagome perfettamente classiche, col suo concio in chiave e con la cornice superiore sorretta da una miriade di testine che rievocano i più bei lavori del 400 dalmatico, non immagina che sia un’opera del 1348 come ne fà fede una scritta in carattere gotico posta al disopra dell’arco. Unico elemento, oltre le lettere dell’iscrizione, in cui si affacci il carattere dell’epoca, è la cornice d’imposta dell’arco, che, invece di essere piana, segue la sagoma dei piedritti, quasi trasformazione della serie di capitelli ricorrentesi negli ampi portali delle chiese dugentesche; nel resto il lavoro potrebbe perfettamente ascriversi alla prima metà del 400.
Lo stesso dicasi della porta (fig. 4) che ora si trova nel cortile dell’ospedale di S. Giacomo trasportatavi nel 1864 durante i restauri intrapresi in quell’epoca, ed alla quale non si può far neppure l’osservazione della cornice d’imposta per la semplicissima ragione che non c’è. Non vi è alcuna iscrizione originale che ne stabilisca la data, ma una dell’epoca del trasloco la fa ammontare al 1339 “ Porta valetudinarii veteris quod Petrus Columna S. R. E. Cardinalis condidit anno Christi MCCCXXXIX hic translati (?) anno MDCCCLXIV” Un’altra inscrizione frammentaria in carattere gotico ricorda anch’essa in termini simili la fondazione dell’ospedale eseguita nel 1339 dal Card. Pietro Colonna.
Dato poi che la porta reca gli stemmi della casa Colonna, non vi è alcuna ragione per non ritenere veritiera l’affermazione della lapide anzidetta; inoltre lo stesso schema generale magro e timido ne rende evidente il carattere di opera di precursione in cui l’artefice, pur desiderando esprimere il suo spirito tendente al classicismo, non ne ha saputo assorbire e adattare le forme in difetto del lungo e sereno studio occorrente allo scopo.
L’inquadratura generale scende parallela ai piedritti e ne attenua un poco la magrezza; la cornice ha una serie di mensoline recanti inferiormente una foglia d’acanto, e in basso è ornata di una fila d’ovoli di disegno assai puro; la fattura è abbastanza fine e il tutto mostra essere una chiara imitazione di qualche frammento antico del II secolo. La forma generale è però difettosa, la cornice è troppo piccola rispetto all’ampiezza del vano ed è schiacciata sopra l’archivolto; egualmente insufficenti risultano i piedritti, benchè nello stato attuale sono in parte internati. Manca qui l’elegante snellezza della consorella dovuta al tratto interposto fra la cornice e l’arco e alla miglior proporzione esistente fra il vuoto e il pieno. Ambedue poi presentano la caratteristica di avere la cornice nettamente segata a filo dei piedritti, il che produce l’effetto sgradevole di una opera incompleta o frammentaria; e lo squilibrio generale della massa che si osserva nella seconda e anche un poco nella prima denota l’opera di artefici avvezzi a curare il dettaglio più che l’insieme, e che, pur riuscendo a dare all’opera un’impronta nettamente classica nei particolari e nell’espressione non vi sono riusciti nelle proporzioni, il che d’altra parte sarebbe stato un chiedere troppo a dei modesti artefici locali.
Gli stessi elementi, ma assai più curati, e direi quasi perfetti in quanto a proporzioni, si riscontrano in alcuni monumenti sepolcrali, come quello del Card. D’Alençon (1400) a S. Maria in Trastevere, la cui cornice superiore non potrebbe fornire elemento di discussione neppure al più rigido seguace dei precetti del Vignola (fig. 5). La statua conserva ancora il carattere trecentesco e ricorda quella del monumento Anchero anteriore di oltre un secolo; al contrario il bassorilievo inferiore evidente imitazione dell’arte di Giovanni Pisano, pur rozzo nella forma non manca di espressione e di un vivace movimento d’insieme. Anche qui però, se le proporzioni delle cornici sono quasi perfette, quelle della massa sono ancora un poco incerte, e la mancanza di una larga fascia di base, la difettosa impostazione dei pilastrini superiori rispetto agli inferiori, l’arcata ancora gotica delle mensole e sopratutto la sagoma generale quasi quadrata, tendente ad un rettangolo con il lato più lungo verticale, quindi inadatta ad incorniciare una figura distesa, recano un senso di contrasto e di squilibrio che nuoce all'effetto generale.
A S. Cecilia il monumento Adam, pur conservando particolari e ornati di carattere goticheggiante, ci presenta nella massa linee calme e semplici con la bella testa che non è più la maschera stiracchiata dei tempi passati e con un panneggiare ampio e morbido che non ha nulla a che fare con la secchezza e la rigidità di molti monumenti precedenti. Oltre a ciò, lo spunto di rinascita si manifesta anche nel ritorno all'uso delle lettere latine, di quei caratteri che poi furono chiamati "Rinascimento". Un esempio se ne ha nella lapide funeraria di Giovanni de Baczano (1406) in S. Maria in Monterone; altri in due monete di Benedetto XII; due di Gregorio XI e una di Bonifacio IX. Un altro esemplare importante credette il Gregorovius di averlo trovato proprio nella lapide del monumento Adam, ma questa in realtà è una copia eseguita nel 1591 di una iscrizione in caratteri gotici corrente intorno al coperchio dell'allora esistente baldacchino (3).
Modestissimi elementi (4) sono questi che ora io ho cercato di raccogliere. Ma nella storia, ed in particolare in quella ancora così poco nota dell'architettura, i periodi oscuri di sviluppo quasi latente sono talvolta più utili alle nostre cognizioni che non i grandi periodi fiorenti di vita e di forza stilistica, i quali solo mediante quelli trovano il loro collegamento e la loro ragione di sviluppo. E le umili opere ora menzionate, e le altre contemporanee che un ulteriore studio potrebbe rintracciare, col documentarci il fenomeno della continuità delle manifestazioni classiche in Roma, in quel secolo XIV che pur sembra così povero e triste per l'urbe, ci spiegano il perchè Roma diventasse nel quattrocento la meta degli artisti, nel Cinquecento il grande centro dell'arte rinascente.
SCIPIONE TADOLINI


(1) I terremoti a Roma fecero cadere il campanile della chiesa grande di S. Paolo con parte delle logge (portici) di quella chiesa (MATTEO VILLANI, Cronaca, I Cap. XLV).
(2) Il Panvinio in una sua discussione della basilica dice di aver visto tre lati del quadriportico rovinati mentre era ancora in piedi la parte addossata alla Chiesa.
(3) "Fece dunque il Card. di S. Cecilia levare, come si crede per li suddetti rispetti, le quattro colonne superiori, che reggevano il coperchio a modo di baldacchino;.... Et nella moderna base del monumento fece riportare l'inscrittione ricavata dai soprascritti med. coperchio di che si tratta."
Così trovasi riportato nelle "Memorie sepolcrali" cap.1, Codice Lateranense.
Della scultura del monumento trovasi un'interessante menzione incidentale nei Comentari del Ghiberti.
(4) Un'ultima ed interessante manifestazione ibrida di tali tendenze si ha nella porta laterale della chiesa di S. Nicola in Carcere, che unisce il sesto acuto dell'arco ed il nascimento di una sottile colonnina goticizzante ad una cimasa di pura sagoma classica (vedi fig. 3).

torna all'indice generale
torna all'indice della rivista
torna all'articolo