IL CONCORSO DEL GIARDINO ITALIANO A FIRENZE
È ben noto che per iniziativa del Podestà di Firenze Conte
Giuseppe della Gherardesca, ed a cura di una Commissione esecutiva presieduta
da S. E. Ugo Ojetti, si è organizzata in quella città
una Mostra del Giardino Italiano, inauguratasi nello scorso mese di
aprile. Della felice iniziativa, che mirabilmente illustra la storia
dell’architettura del giardino, arte così tipicamente italiana,
offriremo in seguito ai nostri lettori un articolo esauriente.
Intanto parliamo qui dell’altra iniziativa, tenutasi a latere
della prima: un concorso per due progetti di giardino pubblico l’uno,
privato l’altro, annesso ad un villino di città.
Nel fascicolo di gennaio del corrente anno abbiamo pubblicato i bandi
del concorso, al quale parteciparono molti colleghi e studenti delle
Scuole d’Architettura.
Alla fine dello scorso mese di marzo si riunì a Firenze la commissione
esaminatrice presieduta da Ugo Ojetti e composta dagli architetti Croza,
Cerpi, Muzio, Chevalley, Piccinato e Lusini, essendo Piccinato relatore.
Riportiamo il testo della relazione di giudizio, veramente esauriente:
“... Anzitutto la Commissione ha potuto constatare con vivo compiacimento
come il concorso abbia suscitato grande interesse nei giovani architetti
e negli studenti delle scuole d’architettura: e ciò appare
sia dal numero dei concorrenti, sia dalla qualità dei lavori
stessi, i quali sono stati concepiti e condotti quasi tutti attraverso
una sana comprensione delle necessità organiche del giardino
di oggi e del problema generale della sua struttura anziché attraverso
delle variazioni di pianta puramente formali che la sola fantasia avrebbe
potuto suggerire.
Ne è conseguita una quasi generale unità di intenti, pur
nella varietà dell’espressione grafica personale dei singoli
concorrenti.
Concorso per un giardino pubblico.
Procedendo all’esame e alla classifica degli 8 lavori concorrenti,
la Commissione ha potuto constatare come due progetti meritino speciale
distinzione sugli altri: quello dei laureandi della Regia Scuola Superiore
di Architettura di Milano, Minoletti Giulio e Cingria Alberto e quello
dell’Architetto Ferdinando Reggiori.
Il primo, presentato con ricchezza di tavole gustosamente trattate a
tempera, è composto con grande libertà di distribuzione
che lo avvicina più alle composizioni romantiche del giardino
“all’inglese”, mentre lo allontana dalla simmetrica
compostezza e dalla serena euritmia così caratteristiche nei
Giardini Italiani. Gli elementi bosco e prato vi sono trattati a massa
con evidente affinità alle composizioni naturalistiche, mentre
larghi viali (troppo larghi in quanto non alberati) costituiscono l’ossatura
con varie “trovate” gustose e simmetriche (montagna, lago,
sottopassaggi etc.). I particolari invece fanno contrasto con la larghezza
della composizione generale, per una troppo facile pretesa di modernità
che, salvo per il progettino del ristorante, ha del voluto e del provvisorio.
Il secondo progetto, quello del Reggiori, contrasta in pieno col precedente
per la sua rigida e simmetrica distribuzione, nella quale tutti gli
elementi sono fermamente legati alla simmetria ed alla assialità:
qualità che lo rendono certo molto più italiano del precedente
ma che lo fanno meno spontaneo. Passando all’esame dei vari elementi,
alcuni particolari sembrano ben trovati e logicamente sorretti da buone
idee (quali ad es. le gabbie degli animali nel giardino per i bambini),
altri appariscono meno adatti all’unità dell’insieme
(quali ad es. il settore di Giardino “all’inglese”,
che culmina con la latteria “svizzera”).
Inoltre, il grandissimo viale trasversale centrale è privo di
sbocchi e di fondali: e, per contro, troppo stretto quello longitudinale
di accesso, e ciò proprio nella sua parte iniziale.
Questi due progetti, l’uno più moderno e l’altro
più tipicamente italiano sembrano quindi rispondere solo separatamente
e singolarmente, pur essendo decisamente i migliori, ai due requisiti
del bando: la modernità della concezione e l’italianità
del carattere. Onde la Commissione ad unanimità propone di dividere
il premio di L. 8000 in due premi uguali di L. 4000 ciascuno, da assegnarsi
al progetto Minoletti-Cingria e al progetto Reggiori.”
La relazione prosegue poi mettendo in luce i pregi e le manchevolezze
degli altri sei progetti, fra i quali desta qualche interesse, quello
della Sig.na Stefania Filo allieva della R. Scuola d’Architettura
di Napoli.
Passa quindi all’esame dei progetti presentati al Concorso pel
giardino privato così esprimendosi testualmente.
Concorso per il giardino privato annesso a un villino di città:
“L’esame accurato dei venti progetti presentati a questo
secondo concorso ha permesso di classificare grosso modo quasi tutti
i concorrenti in due grandi categorie: da un lato, quei progetti nei
quali gli elementi architettonici hanno una netta prevalenza; dall’altro
quelli nei quali 1’elemento floreale e naturale si impone in tutta
la composizione, che viene cosí ridotta alla massima semplicità.
Non tutti i concorrenti si sono posti davanti alle necessità
pratiche che la vita di un villino di città decisamente impone;
e se alcuni hanno dimenticato la semplicità richiesta dal tema
invero modesto nelle sue linee, altri invece, pur rispondendo alle molteplici
esigenze della distribuzione degli accessori, si sono limitati ad una
schematica soluzione planimetrica, che nella sua povertà di particolari
rasenta l’aridità e sembra più 1’enunciazione
di un proposito che la soluzione architettonica d’un problema.
Tuttavia il progetto dell’Arch. Giovanni Michelucci di Firenze
è apparso all’esame accurato della Commissione giustamente
equilibrato tra le due tendenze. Esso infatti è impostato su
uno schema semplice ed unitario, bene aderente alla Villa. Da un lato,
il viale principale di accesso; il resto dell’area dominato da
un semplice motivo assiale di una conca incavata nel verde, con una
piccola vasca nel suo centro. Questo solo motivo dominante era sufficiente
a dare fisionomia all’insieme: l’autore ha invece voluto
aggiungervi due altri piccoli settori chiusi da siepi e troppo piccoli
e affastellati per avere una ragione di uso pratico; elementi che, congiunti
ad un certo minuzioso giuoco di motivi non sempre utili, tolgono un
poco la serenità all’insieme. Pur tuttavia il carattere
di questo giardino è sano, equilibrato ed italiano: fresca e
moderna ne è la composizione: elegante la presentazione.
All’Architetto Michelucci quindi la Commissione propone di assegnare
il premio di Lire 3000.
Avendo il comitato messo a disposizione della Commissione stessa la
somma di Lire 1000, da distribuire a quegli altri progetti che sembrassero
meritevoli di un rimborso delle spese, la Commissione propone di assegnare
un rimborso spese di Lire 500 al progetto firmato T. Buzzi e al progetto
del Sig. Mario Chiari.
Nel primo appare subito una notevole comprensione delle funzioni del
piccolo giardino rispetto alla vita della casa stessa: l’area
difatti si presenta opportunamente suddivisa in ambienti aperti ben
adatti e ammobiliati per la vita all’aperto (posto per il pranzo,
angolo per il tè, recinto per il ballo, portico per il riposo).
Il giardino risulta così più costruito che piantato: e
l’architetto domina sul giardiniere. Ma questi pregi, uniti a
quelli di una grande eleganza di particolari, sono offuscati da un troppo
serrato affastellamento di elementi o di motivi che sminuzzano la poca
area, conferiscono all’insieme irrequietezza ed incertezza, e
rendono eccessivamente costosa la costruzione.
Il secondo progetto, quello del Chiari, si presenta all’opposto
semplice ed elementare. Ottimo ne è il concetto distributivo
generale con il viale laterale, la pergola lungo il muro di recinzione,
il giardinetto “segreto” chiuso come un patio. Però
manca a questo progetto la rispondenza del giardino con la villetta
e troppo modesto e povero è l’insieme, timidamente concepito”.
La relazione si sofferma poi a considerare le peculiari doti degli altri
progetti, fra i quali segnala come meritevoli di menzione quelli di
Primo Saccardi e Ivo Lambertini, allievi della Scuola d’Architettura
di Firenze, dell’Arch. Adolfo Rustichelli di Roma, di Giorgio
Calza-Bini della Scuola d’Architettura di Napoli, di Eugenio Montuori
della Scuola di Roma, e di altri ancora, e conclude con le seguenti
parole:
“Nel chiudere il proprio lavoro gli architetti della giuria sentono
il dovere di esprimere il loro plauso per il Comitato Direttivo della
Mostra del Giardino Italiano, il quale saggiamente ha voluto che accanto
alla Mostra storica si svolgesse tra gli architetti italiani questa
simpatica gara. La quale ha avuto grande importanza, non tanto per la
mole dei problemi da risolvere, ma piuttosto per le energie che ha fatto
scaturire, richiamando 1'interesse degli architetti su un tema di prim’ordine,
che l’incomprensione ed il cattivo gusto di ieri assegnava al
giardiniere, considerandolo non degno dell’architetto.
Il grande numero di concorrenti, la bontà del materiale presentato
e, soprattutto, l’unità d’idee generali, pur nella
varietà degli sviluppi dei progetti, attestano la maturità
della nostra giovane architettura e la bontà dei frutti che le
Scuole d’Architettura italiane sanno apportare: e di questo la
Commissione Giudicatrice ritrae motivo di buoni auspici per i futuri
sviluppi di queste nuove, serene e nobili energie.
LA COMMISSIONE
S. E. UGO OJETTI, Presidente
Arch. MUZIO - CHEVALLEY – CROZA - LUSINI - CERPI
PICCINATO, Relatore
N. D. R.