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G. LUGLI: Arte decorativa romana, con 22 illustrazioni |
CAPITELLI E CORNICI
Nella datazione dei monumenti romani un contributo notevole è fornito dalla loro veste decorativa, cioè dai capitelli, dai fregi e dalle cornici, i quali elementi, anche a prescindere dalle figurazioni che ne aumentano talvolta il pregio, subiscono cambiamenti di ornato e di tecnica attraverso le varie età, cambiamenti che possiamo rintracciare e fissare con una certa approssimazione in base ai monumenti sicuramente datati. Innanzi tutto la decorazione architettonica degli edifici romani e dei templi in particolare si può dividere in due periodi ben distinti, che traggono la loro ispirazione dalla stessa materia di cui sono composti: il periodo, cioè, della decorazione in pietra e quello della decorazione in marmo; l’età di divisione, o per dir meglio di trapasso dall’ uno all’altro, è quella di Augusto. La prima tecnica si può dire nazionale, perchè prende origine dall’arte etrusca e dallo stile toscanico e presenta un solo tipo uniforme in tutta I’ Italia: il tempio èdi poco innalìato dal suolo per mezzo di uno stllobate, chè di rado sorpassa i dieci piedi di altezza; le colonne sono più spe cialmente doriche con basi ioniche, e più raramente corinzie; l’architrave è piatto, diviso in tre fasce appena accennate; la cornice ha una notevole tendenza ad aggettare in senso orizzontale, dando a tutta la trabeazione una forte sporgenza in a-vanti e all’edificio un carattere massiccio, pesante, tozzo, carattere che è poi essenziale del tempio italico; in conseguenza di ciò le mensole sono basse e allungate, con sagome leggere e con volute appena ritorte, e sono disposte a larghi intervalli, adorni con un semplice motivo centrate; il fregio dorico è stilizzato e freddo: tnglifi e metope si alternano con rigida monotonia; i trighf i sono larghi e male incisi, con un piatto solco intermedio, mentre le metope sono decorate con i motivi comuni tanto ai templi quanto ai sepolcri, e cioè, rosette, palmette, clipei, elmi, schinieri e armi varie; talvolta si trovano animali domestici e fantastici, protomi equine, bucrani e oggetti di culto. Lo stile è sempre rozzo e sempre eguale, dal sepolcro delle modeste città di provincia, aI tempio eretto a cura dello Stato, dalle più esperte maestranze. Consideriamo qualche sepolcro di età repubblicana: uno dei più interessanti è quello esistente presso Poggio Moiano (~) in Sabina, intagliato nel duro calcare, i cui pezzi sono stati ricomposti in gesso neI piccolo Museo Oraziano di Licenza~ qui vediamo la dimostrazione di quanto si è detto, a proposito delle sagome e dei motivi decorativi preferiti, il cui prototipo si può far risalire fino alla tomba degli scudi di Cerveteri, che ha le pareti ornate con trofei simili. Erroneamente si è creduto che tali trofei ricordino le gesta di guerrieri e di condottieri; pur essendo questa l’origine, il motivo diventa nell’ età classica semplicemente ornamentale, tutt’al più con un significato apotropaico, come le maschere sui sarcofagi, che non hanno nulla a che vedere con scrittori o attori tragici, e come i mostri a guardia di oggetti sacri, così frequenti nell’arte decorativa, dall’età arcaica al tardo impero e poi ancora nel Medioevo. Numerosi sono i sepolcri simili a quello di Poggio Moiano in ogni parte d’Italia, ma, purtroppo, a causa della loro remota antichità, sono tutti allo stato di rovina e non abbiamo che i frammenti sparsi qua e là, NeI Museo delle Terme in Roma esistono alcuni pezzi provenienti dalle necropoli della Via Salaria e dell’ Esquilino, con fregi composti di scudi, corazze, gambali ed armi varie del tipo piuttosto sannitico, intramezzati da capitelli corinzi a leggero rilievo, che sovrastano le lesene delle pareti. Il fronte aveva forse per coronamento un piccolo timpano. Interessante, per il fregio figurato, è un sepolcro scoperto nel 1915 a 5, Vittorino (2) negli Abruzzi, il quale, benchè appartenga ai primi tempi dell’impero, ha tutti i caratteri dell’arte repubblicana, dovuti al fatto di essere stato scolpito in un paese lontano dai grandi centri. In una metopa si trova uno scudo con la testa della Medusa nel centro, fiancheggiata da due schinieri, e in una cornice un motivo di volute a nastro, nascente da un ceppo di acanto. Altri frammenti di sepolcri con fregi toscanici sono stati scoperti nella Campania e nel Sannio e si conservano nel Museo di Napoli. Per i templi prendiamo [‘esempio sommo, sia per il luogo in cui si trova, sia per l’uomo-dio cui fu dedicato, cioè il tempio deI divo Giulio nel Foro Romano, Essendo di ordine corinzio, il freglo era naturalmente composto di una fascia continua, forse con festoni in rilievo, ma il motivo del fregio dorico si ritrova nella sporgenza della cornice e là gli stessi elementi che abbiamo visto nella metope del sepolcro di Poggio Moiano e nei frammenti deI Museo delle Terme, sono adoperati negli scomparti di risulta fra una mensola e l’altra. Si noti che quantunque neI tempio di Cesare l’architettura sia in marmo, anzichè in pietra, tuttavia il criterio decorativo resta il medesimo e resta la stessa anche la tecnica, incerta e mcipiente, con le linee non bene rettificate, i cigli poco aguzzi, le fasce e i listelli poco aggettanti, i dentelli appena divisi da un solco che si incava per pochi millimetri. Quelle palmette, quelle rosette, quei grappoli d’uva sono appena abbozzati e non hanno nulla di quella greca eleganza che ritroveremo un poco più tardi nel tempio di Marte Ultore nel Foro di Augusto, nell’Ara Pacis, neI tempio detto di Vesta neI Foro Boario, ecc. Lo stesso fenomeno si riscontra nella Regia Pontificis poco lontana, restaurata presso a poco nello stesso periodo, dove i frammenti ci danno motivi dorici e ionici contemporaneamente, forse per la decorazione di parti diverse dell’edificio, ma di un~ unica fattura che ha tutti i difetti accennati più sopra. Il dorico è abbastanza ricco: capitelli con collarmni a fasce multiple, gocciolatoi di numerose gocce, in più file parallele; cimase intagliate con abbondanza di ornato, tanto che la Regia si può considerare sotto questo punto di vista il monumento più completo e più interessante di Roma, Sempre neI Foro si eleva un terzo monumento che conserva, pure nella tarda ricostruzione imperiale, parti dell’epoca cesariana, ed è il tempio di Saturno, eretto nel 45 a. C. ad Munazio Planco, quello stesso che si costruì il grande mausoleo rotondo nel Promontorio di Gaeta. Sono aumentate le proporzioni delle cornici, si sono sviluppate le mensole, i gocciolatoi, le scozie, ma nulla è cambiato della primitiva forma in pietra. Altezza, mole, proporzioni non hanno insegnato nulla agli architetti della fine della Repubblica, non solo, ma questo motivo è così comune, così dominante, che si ritrova non soltanto nei templi e nei grandi sepolcri, ma anche nei particolari degli stessi edifici e nei sarcofagi. Una delle aule che formano il gruppo dei santuari eretti da SiIla in onore della Dea Fortuna a Palestrina ha il podio scolpito con un severo fregio dorico; dello stesso tipo, ma un pò esemplificato è l’alto podio che fronteggiava il Tabularium di Roma dalla parte dell’asilum, cioè della moderna piazza del Campidoglio, di cui si vede un avanzo aI di sotto della gradinata del Palazzo Senatorio. Non va dimenticato per raffronto anche il sarcofago di Scipione Barbato, la cui data è incerta (l’opinione più accreditata è che risalga a 150 a. cioè ad un secolo dopo la morte del grande generale romano, eretto come un ricordo dai tardi nipoti al loro illustre capostipite). Sale infine sul trono Augusto: le cose cambiano come per Incanto: il corinzio, lo stile fiorito e rigoglioso della architettura, riprende il sopravvento; la massa si innalza e si assottiglia, le colonne si elevano;~ le basi e i capitelli si intagliano profondamente alla moda greca e i capitelli specialmente acquistano più intensi chiaroscuri con i caulicoli carnosi e svolti con grazia, le foglie mollemente cadenti, le volute rigonfie e profondamente incise; i frammenti testè scoperti neI Foro di Augusto in seguito agli scavi eseguiti dal Governatonato di Roma, sebbene frantumati da profanatori di ogni epoca per farne pietra e calcina, ci offrono un magnifico esempio deI cammino percorso dall’arte dell’ intaglio marmoreo in cosi poco tempo: ho detto male cammino, si dovrebbe dire piuttosto un salto enorme, quasi una rivoluzione di stile e di tecnica. Il merito di questo salto spetta senza dubbio agli artisti greci venuti numerosi in Roma per la rinascita dell’arte voluta da Augusto, esecutori più o meno servili, ma abilissimi nel modellare e nello scolpire in marmo. Roma fino allora non aveva conosciuto che l’arte della pietra e solo qualche rara costruzione in marmo era sorta negli ultimi tempi della Repubblica. Con Augusto viene introdotto l’uso sistematico della lavorazione in marmo, e ciò spiega il distacco repentino che esiste fra una tecnica e l’altra. Infatti neI tempio di Marte Ultore le sagome sono già di una estrema eleganza, le proporzioni impeccabili, l’esecuzione perfetta. E da allora il programma della decorazione architettonica è già segnato: lo sviluppo dell’edificio non è più in larghezza, ma in altezza, e la trabeazione è la prima che risente di tale cambiamento. Le fasce si innalzano, le scozie si ingentiliscono e si moltiplicano, alternandosi con listelli e bastoncini, le mensole si restringono e si accorciano, la cornice si alleggeris& e viene scolpita spesso come un oggetto di oreficeria. Il principio che informa tutta l’architettura templare romana è quello di elevare l’edificio, di portare la massa più verso il cielo, e per questo il podio, che nei templi dell’età sillana è di modeste proporzioni, cresce notevolmente nell’impero: come tappe principali di questo cammino si possono citare il tempio di Marte Ultore nell’ età di Augusto, i templi della Concordia e dei Castori nell’ età di Tiberio, il tempio di Vespasiano e il Foro Transitorio nell’età di Domiziano, gli avanzi delle costruzioni traianee nel suo Foro, il tempio di Adriano (odierna Borsa) e il tempio di Antonino e Faustina nell’età degli Antonini, il tempio di Venere e Roma, quello di Saturno, quello di V~ta e quello detto di Romolo nel Foro Romano, eretto nel III sec. d. C. Tre periodi si distinguono in questo cammino: il primo va da Tiberio a Domiziano. Gli spazi, prima larghi, con disegno limitato e poco inciso si vanno a mano -a giano riempiendo sotto la pressione morbosa di un orror vacui, che invade ogni parte della trabeazione: tra una fascia e l’altra dell’architrave vengono poste zone di foglie cadenti, meandri, serti di volute e fogliami; il fregio viene ornato con f igure e con oggetti sacrificali; i dentelli si restringono, e sotto Domiziano nello spazio intermedio vengono posti due anellini, che probabilmente riproducono la firma deI suo architetto Rabirio; l’ovolo viene fortemente incavato in modo da fare risaltare potentemente le ombre fra esso e il guscio e fra il guscio e la saetta, che si riduce spesso, sotto Labile mano delle ben istruite maestranze, ad un diaframma di pochi millimetri; le mensole si avvicinano, acquistano l’aspetto di volute ioniche rivestite con molli foglie di acanto e incorniciate con chimatia; i cassettoni sono decorati come scrigni metallici, sotto un accurato lavoro di cesello; il fiore centrale si stacca dal fondo, come se un esile picciolo Io tenesse appena sospeso e diventa multiplo come margherita di serra: le fascie della cornice non conservano più neppure un millimetro integro dei primitivi piani del marmo, e gusci, astragali, chimatia, foglie d’acqua, d’acanto, di rovere, di lauro, si intrecciano a più strati in elegantissimo e armonioso amplesso. La pienezza di tutta questa decorazione, pur raggiungendo sotto Domiziano il suo apice, non è accessiva, non riesce pesante, perchè espressa con una nobiltà e perfezione di linea che ancora la fa piacere; ma non era possibile andare più oltre: la via sulla quale si erano messi gli artisti domizianei era pericolosa; lo sentirono subito i loro successori e fecero rapidamente marcia indietro. Traiano, più modesto e più rigido di Domiziano, non volle, come lui, eccedete nel fasto della forma, in quella sovrabbondanza che non ha uno scopo pratico e ritornò ai principi che avevano uniformato l’arte del tempo di Augusto e di Tiberio, conservando solo quei progressi di tecnica che erano doti precipue dell’arte dei Flavi. Siamo nel secondo periodo. I numerosi frammenti rinvenuti negli scavi deI Foro di Traiano dal 1816 ad oggi, gran parte dei quali si conservano nel Museo Lateranense, ci mostrano, sjecte nei capitelli e nei fregi, questa tendenza di ritornare al primitivo: così viene rimesso in uso il capitello ionico con il collarino e l’echino sobriamente intagliati; così il corinzio, e in conseguenza il composito (invenzione domizianea, che trova i precedenti neI capitello ionico con alto collarino adorno di palmette, al quale si sostituisce prima un semplice ceppo di acanto, e infine un intero capitello corinzio) concentrano le spire ed assottigliano, quasi disseccano, le foglie: le cornici perdono ornati superflui e donano all’occhio un più ampio riposo. L’impressione che si prova osservando l’intaglio dell’età di Traiano è quella di un oggetto metallico, piuttosto che marmoreo, impressione dovuta ad un certo stilizzamento e, se vogliamo, ad una certa freddezza, che viene raggiunta mediante i cigli quadri ed aguzzi, gli spigoli taglienti, i piani mossi a scatti, non più così do!cemente come prima, ma pur sempre tecnicamente perfetti. Si comincia a sentire in questa età il bisogno di creare qualche cosa di nuovo specialmente in certi capitelli di piccoli edifici, come quelli che si conservano nel Museo Lateranense, provenienti quasi tutti dalle fabbriche del Foro di Traiano, foggiati a guisa di cesti di vimini ricolmi di fiori, di supporti metallici, di padiglioni ricchi di vegetazione, di fiori di Ioto aperti o chiusi. Dopo la reazione traianea viene il giusto mezzo e questo è raggiunto da Adriano, la cui arte possiamo ammirare nella decorazione delle terme di Agrippa, da lui interamente ricostruite, nel frontone del Pantheon, se veramente è opera sua, nelle parti originali del tempio di Venere e Roma e più particolarmente nella sua villa Tiburtina. Permane sempre una certa rigidità di linee, ma l'ellenismo ritorna con la sua eleganza, pur essendo i motivi decorativi quasi esclusivamente romani e adattati alla natura stessa degli edifici, come il fregio di delfini, conchiglie, tridenti e piante acquatiche nella sala delle terme, retrostante al Pantheon. In realtà non esiste una grande differenza di forme architettoniche fra Traiano e Adriano e fra esso e i primi Antonini. Soltanto sotto questi ultimi si cominciano a notare quei piccoli difetti che formeranno poi la decadenza dell’arte dell’intaglio: sono questi il ritorno all’orrore dello spazio vuoto, l’appiattimento delle parti in rilievo, con conseguente diminuzione degli scuri; le linee incerte, i margini non bene rifiniti, i punti del trapano lasciati integri, tutti gli elementi decorativi, come foglie, astragali, chimatia, meandri, onde, notevolmente semplificati e ridotti. Con l'inizio del III sec. d. C. entriamo nel terzo periodo, che è quello della decadenza: esempi ancora artisticamente sostenuti sono il tempio di Vesta e l’arco di Settimio Severo nel Foro, l’arco degli Argentari (nelle parti nuove), il teatro di Ostia, le terme di Caracalla, ecc. Esempi in cui questa decadenza si nota maggiormente, sono il tempio di Saturno (nelle parti nuove), il portico degli Dei Consenti nel Foro, le terme di Diocleziano, gli avanzi rinvenuti presso la chiesa di S. Silvestro in Capite, attribuiti dall’Huelsen al tempio del Sole, e gli altri attribuiti allo stesso tempio dal Lanciani nella Villa Colonna sul Quirinale. L’età dei Secondi Antoniní si può chiamare il “Settecento” dell'arte romana, mentre il periodo anteriore ne costituisce il Barocco: gli artisti sentono che la loro mano non è più capace di lavorare con la finezza dell’età precedente: le guerre distolgono molta mano d’opera dal dedicarsi alle arti belle; le maestranze si formano in modo affrettato; il denaro diviene più raro; i mecenati scompaiono. Nasce, come in tutte le epoche di decadenza, l’amore del nuovo, del bizzarro e anche in architettura troviamo alcune forme strane, come ad esempio i capitelli figurati delle terme di Caracalla, della basilica di S. Lorenzo e del Tabularium, gli ultimi due appartenenti forse in origine allo stesso monumento. Le cornici divengono sempre più dure e più piatte; le volute si contorcono a stento: le sagome si appesantiscono; i motivi non sono più imitati dalla natura, ma dall’arte anteriore e spesso sono riprodotti senza più intenderne il significato. Gli edifici eretti ex-novo divengono sempre più rari, si rappezzano gli antichi e le aggiunte formano uno stridente contrasto con quanto era stato creato nei secoli della ricchezza e dello splendore; l’arte vera, per quanto riguarda la decorazione architettonica, si spegne e non resta che una fredda, stilizzata, monotona, arte di imitazione, che perdura per tutto l’oscuro medioevo, finchè sorgono, pieni di vita e di entusiastico spirito estetico, i gloriosi marmorari romani a ripristinare tecnica e forme antiche, sotto l’impulso di una nuova fede e di una nuova concezione artistico-religiosa. G. LUGLI. (1) Monamenti antichi dei Lincei, Vol. XXXI, (1926) p. 510, fig. 18. (2) Notizie degli scavi di antichità, 1917, p. 338, fig. 6. |
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