FASCICOLO X - GIUGNO 1928
GINO CHIERICI : Una biblioteca settecentesca, con 7 illustrazioni

UNA BIBLIOTECA SETTECENTESCA


La biblioteca Oratoriana fortunatamente non fu compresa fra quelle destinate a formare la nuova biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III nella Reggia di Napoli. Cosi si è potuto mantenere tino dei luoghi più belli che mente di studioso possa desiderare per raccogliersi in pace a consultare libri preziosi e rari e per rallegrarsi alla vista di un’arte serena che sembra voler temperare, con la sua eleganza un pò mondana, la severità dei volumi che si allineano negli scaffali.
Quando alcuni compagni di S. Filippo Neri vennero a Napoli nel 1586 per trapiantarvi la Congregazione fondata a Roma qualche anno prima dal Santo, acquistarono il palazzo Seripando di fronte al Duomo e vi aprirono una cappella per l’esercizio del culto. Ma questa e quello si mostrarono ben presto inadeguati al bisogno, ed i padri diedero incarico all’architetto Dionisio di Bartolomeo - noto per aver preso parte ai lavori di costruzione della nuova Certosa di S. Martino - di trasformare il palazzo e di erigere una chiesa. Nel 1597 la nuova sede degli Oratoriani era pronta; non così la chiesa, che fu terminata nel 1619 dall’architetto Dionisio Lazzari, scolaro del suo predecessore.
I Padri Oratoriani, seguendo l’esempio del Maestro, istituirono una libreria comune e pubblica che fu una novità per quei tempi ed ebbe presto gran numero di frequentatori e larga copia di legati e di doni.
Al principio del sec. XVIII si sentì il bisogno di dare un nuovo ordinamento ed una nuova veste alla biblioteca, ormai tenuta in gran conto dai più illustri letterati italiani e stranieri: a G. B. Vico venne assegnato l’incarico di compilare il catalogo della ricca suppellettile libraria e all’architetto Arcangelo Guglielmelli fu commesso il progetto e poscia affidata l’esecuzione della grande sala, compiuta nel 1736, dopo circa nove anni di lavoro. L’architetto, che non si raccomanda certamente all’ammirazione dei posteri per altre opere eseguite a Napoli, seppe in questo caso assolvere con molta genialità il compito avuto e creò un piccolo capolavoro di armoniosa bellezza. (1)
La sala della biblioteca settecentesca è lunga 25 metri, larga 16 ed alta 15 ed è illuminata da due file di finestroni rettangolari. All’intorno, in doppio ordine, corrono solidi scaffali di radica di noce, disegnati dal Guglielmelli e dall’architetto Anaclerio Muzio. (2)
L’ordine inferiore, che sporge sul superiore per consentire lo sviluppo al primo piano di una tribuna alla quale si accede per scalette interne, è formato da lesene sostenenti una composta trabeazione su cui poggia una elegante balaustrata. L’ordine superiore, in corrispondenza delle finestre basse, è interrotto da larghe edicole sormontate da frontoni mistilinei; l'edicola centrale di ogni parete ha uno sviluppo maggiore e specialmente quella che contiene il grandioso finestrone semicircolare e l’altra, sulla porta d’ingresso, destinata ad inquadrare il ritratto di S. Filippo Neri. Al disopra degli scaffali comincia la decorazione pittorica a toni chiari ed a base di verdini, di rosa e di gialli oro, Sulle pareti, alle coppie di putti che reggono conchiglie, si alternano, in grandi medaglioni ovali, i ritratti monocromi dei Padri dell’Oratorio che lasciarono larga fama di sè negli studi.
Il tema architettonico della volta, ampia e solida composizione eseguita con notevolissima abilità prospettica, è destinato a dare maggiore risalto al quadro centrale rappresentante le quattro parti del mondo che rendono omaggio alle Scienze ed alle Virtù ispirate dalla Fede mentre in basso l’angelo di Dio, simbolo di verità, mette in fuga l’errore. (3)

Si è scritto che “le belle forme architettoniche di una biblioteca, mentre da un canto allettano l’occhio, dall’altro spesso distruggono i libri; e si è perciò che nella costruzione delle biblioteche si dovrebbe alle volte posporre l’eleganza alla conservazione dei libri ed alla comodità dei lettori.” Chi ha espresso questo concetto non aveva davanti agli occhi le biblioteche napoletane, armonica espressione di bellezza e di praticità, dove tutto è stato disposto per allettare lo studioso a soffermarsi e a meditare con animo sereno sui codici e sugli incunabuli di cui è ricca la libreria. Tutto: dai comodi seggioloni abilmente intagliati alle solide ed ampie tavole; dalla luce sapientemente distribuita che scende dall’alto, all’aristocratica signorilità della sala; dalla facilità con la quale si possono trarre i libri dagli scaffali, alla chiara divisione delle opere per materia, L’aria circola liberamente attorno ai volumi e la polvere non entra dalle finestre molto alte sulla strada, nè sale dal pavimento formato di mattonelle maiolicate, che compongono un bel disegno a colori.
Nel mezzo della sala il busto in bronzo di Benedetto XIII ricorda il grande pontefice che ebbe singolare predilezione per i padri oratoriani di Napoli.

Questa biblioteca rappresenta uno dei più perfetti esempi settecenteschi di arte applicata. Al gustoso disegno delle sagome e alla nervosa modellazione degli intagli corrisponde la cura sapiente ed amorevole con la quale ogni particolare è stato curato, l’impegno che ciascun artefice ha posto nel compiere il proprio, sia pur umile lavoro. Vecchie doti di onestà e di perizia che erano l’orgoglio del nostro artigianato e che debbono formare la base di una rinascita dell’industria artistica italiana.

GINO CHIERICI.

(1) Sono dei Guglielmelli alcuni brutti rifacimenti dl edilizi sacri napoletani, come quello della chiesa di S. Restituta e quello della chiesa di S. Angelo a Nilo.
(2) Oltre al Guglielmelli ed al Muzio, collaborarono al lavoro i pittori Francesco Malerba e Cristoforo Russo e gli intagliatori Biagio Calisano, Giulio Gatto e Francesco Lerca. La porta d’ingresso alla sala è dello scultore Francesco Pagano discepolo di Antonio Vaccaro. (Vedi: I codici manoscritti della Biblioteca Oratoriana di Napoli illustrati da Enrico Mandarini, Napoli, 1927).

(3) V. Il trionfo della fede sulle scienze e delle virtù attraverso le allegorie del soffitto della Biblioteca dei Gerolamini. Articolo del P. Antonio Bellucci nel giornale Roma del 2 luglio 1927.

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