UNA BIBLIOTECA SETTECENTESCA
La biblioteca Oratoriana fortunatamente non fu compresa fra quelle destinate
a formare la nuova biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III nella
Reggia di Napoli. Cosi si è potuto mantenere tino dei luoghi
più belli che mente di studioso possa desiderare per raccogliersi
in pace a consultare libri preziosi e rari e per rallegrarsi alla vista
di un’arte serena che sembra voler temperare, con la sua eleganza
un pò mondana, la severità dei volumi che si allineano
negli scaffali.
Quando alcuni compagni di S. Filippo Neri vennero a Napoli nel 1586
per trapiantarvi la Congregazione fondata a Roma qualche anno prima
dal Santo, acquistarono il palazzo Seripando di fronte al Duomo e vi
aprirono una cappella per l’esercizio del culto. Ma questa e quello
si mostrarono ben presto inadeguati al bisogno, ed i padri diedero incarico
all’architetto Dionisio di Bartolomeo - noto per aver preso parte
ai lavori di costruzione della nuova Certosa di S. Martino - di trasformare
il palazzo e di erigere una chiesa. Nel 1597 la nuova sede degli Oratoriani
era pronta; non così la chiesa, che fu terminata nel 1619 dall’architetto
Dionisio Lazzari, scolaro del suo predecessore.
I Padri Oratoriani, seguendo l’esempio del Maestro, istituirono
una libreria comune e pubblica che fu una novità per quei tempi
ed ebbe presto gran numero di frequentatori e larga copia di legati
e di doni.
Al principio del sec. XVIII si sentì il bisogno di dare un nuovo
ordinamento ed una nuova veste alla biblioteca, ormai tenuta in gran
conto dai più illustri letterati italiani e stranieri: a G. B.
Vico venne assegnato l’incarico di compilare il catalogo della
ricca suppellettile libraria e all’architetto Arcangelo Guglielmelli
fu commesso il progetto e poscia affidata l’esecuzione della grande
sala, compiuta nel 1736, dopo circa nove anni di lavoro. L’architetto,
che non si raccomanda certamente all’ammirazione dei posteri per
altre opere eseguite a Napoli, seppe in questo caso assolvere con molta
genialità il compito avuto e creò un piccolo capolavoro
di armoniosa bellezza. (1)
La sala della biblioteca settecentesca è lunga 25 metri, larga
16 ed alta 15 ed è illuminata da due file di finestroni rettangolari.
All’intorno, in doppio ordine, corrono solidi scaffali di radica
di noce, disegnati dal Guglielmelli e dall’architetto Anaclerio
Muzio. (2)
L’ordine inferiore, che sporge sul superiore per consentire lo
sviluppo al primo piano di una tribuna alla quale si accede per scalette
interne, è formato da lesene sostenenti una composta trabeazione
su cui poggia una elegante balaustrata. L’ordine superiore, in
corrispondenza delle finestre basse, è interrotto da larghe edicole
sormontate da frontoni mistilinei; l'edicola centrale di ogni parete
ha uno sviluppo maggiore e specialmente quella che contiene il grandioso
finestrone semicircolare e l’altra, sulla porta d’ingresso,
destinata ad inquadrare il ritratto di S. Filippo Neri. Al disopra degli
scaffali comincia la decorazione pittorica a toni chiari ed a base di
verdini, di rosa e di gialli oro, Sulle pareti, alle coppie di putti
che reggono conchiglie, si alternano, in grandi medaglioni ovali, i
ritratti monocromi dei Padri dell’Oratorio che lasciarono larga
fama di sè negli studi.
Il tema architettonico della volta, ampia e solida composizione eseguita
con notevolissima abilità prospettica, è destinato a dare
maggiore risalto al quadro centrale rappresentante le quattro parti
del mondo che rendono omaggio alle Scienze ed alle Virtù ispirate
dalla Fede mentre in basso l’angelo di Dio, simbolo di verità,
mette in fuga l’errore. (3)
Si è scritto che “le belle forme architettoniche di una
biblioteca, mentre da un canto allettano l’occhio, dall’altro
spesso distruggono i libri; e si è perciò che nella costruzione
delle biblioteche si dovrebbe alle volte posporre l’eleganza alla
conservazione dei libri ed alla comodità dei lettori.”
Chi ha espresso questo concetto non aveva davanti agli occhi le biblioteche
napoletane, armonica espressione di bellezza e di praticità,
dove tutto è stato disposto per allettare lo studioso a soffermarsi
e a meditare con animo sereno sui codici e sugli incunabuli di cui è
ricca la libreria. Tutto: dai comodi seggioloni abilmente intagliati
alle solide ed ampie tavole; dalla luce sapientemente distribuita che
scende dall’alto, all’aristocratica signorilità della
sala; dalla facilità con la quale si possono trarre i libri dagli
scaffali, alla chiara divisione delle opere per materia, L’aria
circola liberamente attorno ai volumi e la polvere non entra dalle finestre
molto alte sulla strada, nè sale dal pavimento formato di mattonelle
maiolicate, che compongono un bel disegno a colori.
Nel mezzo della sala il busto in bronzo di Benedetto XIII ricorda il
grande pontefice che ebbe singolare predilezione per i padri oratoriani
di Napoli.
Questa biblioteca rappresenta uno dei più perfetti esempi settecenteschi
di arte applicata. Al gustoso disegno delle sagome e alla nervosa modellazione
degli intagli corrisponde la cura sapiente ed amorevole con la quale
ogni particolare è stato curato, l’impegno che ciascun
artefice ha posto nel compiere il proprio, sia pur umile lavoro. Vecchie
doti di onestà e di perizia che erano l’orgoglio del nostro
artigianato e che debbono formare la base di una rinascita dell’industria
artistica italiana.
GINO CHIERICI.
(1) Sono dei Guglielmelli alcuni brutti rifacimenti dl edilizi sacri
napoletani, come quello della chiesa di S. Restituta e quello della
chiesa di S. Angelo a Nilo.
(2) Oltre al Guglielmelli ed al Muzio, collaborarono al lavoro i pittori
Francesco Malerba e Cristoforo Russo e gli intagliatori Biagio Calisano,
Giulio Gatto e Francesco Lerca. La porta d’ingresso alla sala
è dello scultore Francesco Pagano discepolo di Antonio Vaccaro.
(Vedi: I codici manoscritti della Biblioteca Oratoriana di Napoli illustrati
da Enrico Mandarini, Napoli, 1927).
(3) V. Il trionfo della fede sulle scienze e delle virtù attraverso
le allegorie del soffitto della Biblioteca dei Gerolamini. Articolo
del P. Antonio Bellucci nel giornale Roma del 2 luglio 1927.