IL PENSIONATO ARTISTICO 1927
La massima competizione artistica ha destato questa volta, per l’architettura
e la decorazione, un interesse notevole: la commissione giudicatrice
ha dovuto infatti riconoscere, oltre che nel vincitore, anche in altri
concorrenti, delle doti di genialità e delle promesse di lavoro
tali da meritare incoraggiamento e premio.
Il tema di una biblioteca in un giardino pubblico, per una città
di centomila abitanti, è stato svolto in modo serio e completo
dall’arch. Gaetano Rapisardi al cui lavoro sono stati riconosciuti
i pregi di un grande equilibrio e di vera organicità, sì
che gli è stato assegnato il premio. Sono soprattutto l’ordine
e la chiarezza nella distribuzione ben organica della pianta, le doti
che in questo lavoro maggiormente convincono: doti architettonicamente
fondamentali e che si riflettono naturalmente nel prospetto dove il
gigantesco finestrone della sala di lettura forma motivo fondamentale,
sottolineato da sobrie cornici e sostenuto da basamento di marmi venati.
E così pure nei fianchi e più ancora nel retrospetto,
l’uso dell’edificio si manifesta nitidamente e con nobiltà.
Ma oltre a questo, due altri progetti, quello dell’arch. Mario
Ridolfi e quello dell’arch. Robaldo Morozzo, si presentavano in
modo geniale e interessante.
Il primo ha impostato la sua pianta in una forma quadrata con le facciate
concave composte, quasi direi, di grandissimi finestroni chiusi da alabastro
intagliato, legati tra loro da lunghe lesene e da architravi che mettono
in chiara evidenza la struttura cementizia dell’edificio.
Il secondo invece è partito da una sua concezione quasi neoclassica,
a composizione di masse, con larghe superfici piene in cui il parsimonioso
elemento decorativo acquista speciale risalto.
Sia l’uno che l’altro si sono forse preoccupati troppo di
una loro visione del tutto esteriore dalla quale sono poi scesi alla
pianta dell’edificio: la quale è apparsa quindi notevolmente
sacrificata. Ma nei due lavori è un tale contenuto di sincero
lirismo e una tale nobiltà nel tentativo sicuro di dare nuova
vita alla classicità architettonica, che a giudizio della commissione
furono ad essi assegnati due premi speciali di incoraggiamento.
Giulio Rosso ha ben meritato il premio per la decorazione. E sopra tutto
nei disegni delle composizioni di insieme, per le decorazioni di una
villa di campagna, ha mostrato chiare le doti di vero decoratore. Le
quali sono certamente rappresentate dal suo sentire tutto architettonico
più che pittorico, dalla conoscenza dei materiali impiegati e
dalla accuratezza cosciente con la quale è composto il dettaglio,
anche costruttivo.
LUIGI PICCINATO.
CORRIERE ARCHITETTONICO
IL MONUMENTO AI CADUTI DI BREMBATE
DELL’ARCH. ANTONIO CARMINATI
Un concorso, bandito nel 1926, fu vinto dall’arch. Antonio Carminati
con l’opera che qui presentiamo.
Diciamo subito che l’ispirazione non può essere definita
troppo originale. Ma bisogna anche aggiungere che codesto obelisco merita
di essere posto al di sopra dei tantissimi fin qui innalzati nelle nostre
piazze: e ciò per evidenti ed apprezzabili meriti di composta
eleganza che subito lo distinguono. Il vivo materiale del sito, il famoso
ceppo di Brembate che fornì da secoli materia per innumerevoli
monumenti milanesi e lombardi, caratterizza subito, e subito ambienta,
nella cornice attorno, quest’opera architettonica del Carminati.
La sobrietà dei particolari e la notevole altezza della mole
affermano lo studio nel limitare al necessario ed alla proporzione ogni
effetto decorativo. Su l’alto basamento che reca la dedica ed
i nomi dei Martiri, ogni faccia dell’obelisco è dedicata
ad una passione con un vivo volto: il giovanissimo milite, l’anziano,
la madre, la patria. Ed in codeste raffigurazioni l’architetto
ebbe l’opera dello scultore Silvio Zaniboni.
F. R.
CASA MALTECCA A MILANO
DELL’ARCH. E. A. GRIFFINI
Ecco: ormai si sente che codesta è una moda destinata a finitre:
il barocchetto milanese che aveva trovato nel facile cemento decorativo
una certa fortuna. Architettura da interni, spensierata e svolazzante
che gli artisti del settecento s’erano divertiti a stendere sulle
fronti delle case e dei palazzi: vedine i più caratteristici
esempi nel palazzo dei Litta e nelle ville di Cernusco e di Brignano.
Al tempo nostro, presentarono imitazioni più o meno libere, con
maggiore o minore ardimento, i nostri babbi ed i colleghi più
anziani di noi: l’Allemagna ed il Citterio, giù giù
fino al Mezzanotte ed al Portaluppi, al Griffini, infine, del quale
presentiamo, in argomento, questa recente opera milanese.
Come ognun vede, qui l’architetto s’è lasciato prendere
da certa molle spigliatezza fin troppo forse svenevole e sbarazzina
nelle ricurve espansioni delle verande e dei poggioli. Il ceppo gli
ha servito per le parti lisce e sobrie, il cemento ha concesso gli svolazzi
del piano superiore che davvero non può esser tacciato d’inerte
volgarità.
Men chiare appaiono le forme interne, dove il pittoresco ha tiranneggiato
ogni movenza architettonica. Difatti, ecco, a terreno, un portichetto
che sa di veneziano e di moresco, intreccio e connubio di pietre e di
legni non del tutto apprezzabile; di sopra, i piani s’elevano
costruiti quasi del tutto in legnami, a reminiscenza di costruzioni
esotiche e campagnole.
R.F.