CORRIERE ARCHITETTONICO
DUE PROGETTI
PER IL PALAZZO DELLE CORPORAZIONI
IN ROMA
È noto che il palazzo delle Corporazioni stà per essere
costruito a Roma in via Vittorio Veneto dagli Architetti Marcello Piacentini
e Giuseppe Vaccaro. Ci riserviamo di illustrare a suo tempo l’egregio
edificio ultimato. Altri progetti erano stati proposti per detto palazzo;
due specialmente degni di rilievo: quello degli Architetti del Gruppo
Aschieri (Pietro Aschieri, Luigi Ciarrocchi, Mario De Renzi, Mario Marchi,
Costantino Vetriani, Giovanni Wittinch) e l’altro degli Architetti
Giuseppe Boni e Alessandro Limongelli. In quest’ultimo, è
notevole la robusta impronta di romanità sapientemente e sanamente
inglobata nella struttura moderna.
Il progetto del gruppo Aschieri è più audacemente attuale,
pur risentendo nelle zone nodali della composizione, l’eco dell’ambiente.
Si deve anche dire che la molteplicità dei piani dell’edificio
non rappresenta soltanto il capriccio di voler erigere un grattacielo
proprio nel centro di Roma; ma deriva da un errore iniziale nel presentare
ai progettisti l’area destinata. Mentre essa era in realtà
sufficientemente ampia per ospitare, senza eccessiva elevazione, tutti
gli ambienti richiesti; gli Architetti di questo gruppo avevano creduto
di avere a disposizione una zona molto più ristretta (vedi pianta
in confronto a quella del progetto Boni-Limongelli). Di qui la necessità
di comporre la fabbrica con un esorbitante numero di piani. Non si può
negare che questo errore permise di immaginare una struttura dal punto
di vista estetico felicemente aderente ai materiali che la costituiscono,
la cui suggestività non è affidata a gioco superficiale,
ma proprio all’essenza proporzionatrice delle masse murali, ai
rapporti volumetrici ed agli andamenti lineari di esse.
Vera architettura dunque e non presa a prestito. Forse, per un edificio
del carattere di questo e pel luogo dove avrebbe dovuto sorgere è
troppo spinto il senso del pittoresco nel movimento e nella complicazione
delle masse e nel gioco delle ombre: gradevolissimi sono gli interni.
Nell’insieme, molta freschezza di ispirazione ed un’originalità
che non si può certo chiamare esotica.
P. M.
IL CONCORSO BOITO VITTADINI
DELLA ACCADEMIA DI BRERA
PER UNA FONTANA IN PIAZZA DELLA SCALA
IN MILANO
Concorso interessante per il tema suggestivo e che ha raccolto un gruppo
di lavori notevoli. Peccato che forse stia per avere i difetti di tutti
i concorsi e specialmente degli accademici con puro carattere di studio,
i quali non hanno in genere probabilità di esecuzione, nè
danno sufficiente rilievo agli artisti prescelti.
La giuria non aggiudicò i premi, ma li divise. Questo denota
mancata franchezza di giudizio, dipendente, come avviene spesso ora,
in epoca di transizione, dalla eterogeneità dei componenti; però
la graduatoria è, a parer nostro, giusta. Ai tre progetti –
“Piermarini” (Maiocchi, Montorfano, Pizzigoni) “Alessi”
(Buffa e Cassi) e Boattini furono assegnate L.3000 ciascuno; L. 2000
furono assegnate ai progetti “Ninpheum” (Faccioli e Fontana)
e “Le Otto Fonti” (Comolli); L. 1000 al progetto Bottoni.
Nella piccola Piazza della Scala, su cui incombono i due palazzi della
Commerciale, l’ingresso della Galleria e Palazzo Marino nel fondo,
troppo alti e troppo eguali di masse, e di contro la Scala, troppi sono
i protagonisti e ciascun elemento cerca di primeggiare e danneggia l’assieme.
La fontana doveva essere l’elemento che fissasse nel ricordo l’ambiente
e ne diventasse la nota caratteristica; inoltre l’intenso traffico
dei veicoli, le soste delle automobili e sopratutto il movimento dei
pedoni che attraversano diagonalmente la piazza hanno bisogno di sistemazione.
Due soluzioni sono emerse; la fontana centrale alta sull’asse
della Galleria; e due fontane (progetto Boattini) sul fondo della Piazza
davanti al Palazzo Marino; una terza soluzione non fu proposta e poteva
essere una spina con una o più fontane che chiudesse la Piazza
tra i due spigoli dei palazzi della Commerciale, di fronte alla Scala.
Esaminando partitamente i progetti, sono da notare i seguenti elementi
risolutivi: nel progetto “Piermarini” la forma è
chiusa ed essenziale, ottima è l’idea dell’alta vasca
che sovrasta le automobili stazionanti intorno e la sistemazione del
traffico è accuratamente risolta; nel progetto “Alessi”
la graziosa idea del Ninfeo dal quale sorge la fonte, ha forse un po’
troppo delicato sapore agreste e di giardino, in un luogo come questo
rumoroso e turbato e tutto pietre senza verde, mentre l’opera
avrebbe guadagnato da una maggiore sobrietà nei dettagli, d’altronde
di ottimo gusto: nel progetto Boattini le due fontane simmetriche, col
palazzo Marino, danno a questo il principale posto sulla Piazza e forse
si potrebbero nettamente collegare col Palazzo creandogli davanti uno
spazio ornato d’onore: anche in questo progetto non si è
forse tenuto conto, nello svolgere l’idea, del resto opportuna
e bella, del movimento intenso che toglierà spesso il modo di
godere la vista delle scalee e dei bacini incassati nella Piazza.
Gli altri progetti hanno ciascuno dei pregi: quello di Fontana l’aggraziata
composizione un poco complessa, ed i particolari: quello di Comolli
l’accurato studio, quello di Bottoni la coraggiosa semplicità
nelle masse e l’armonia della composizione che resta un poco incerta
nel sapore e non ha ancora il carattere della materia nella quale deve
essere costruita.
Speriamo che i buoni risultati non siano infecondi e che quando si farà
la fontana il Comune segua le indicazioni del Concorso.
G. M.
EDICOLA BERNOCCHI
AL CIMITERO MONUMENTALE DI MILANO
DELL’ARCH. ALESSANDRO MINALI
Bisogna subito dire che questo monumento non è di ispirazione
troppo originale. Il motivo e l’impianto derivano con chiara evidenza
dal famoso Mausoleo di Saint Remy: esempio fra i più noti di
un tipo che divenne un po’ canonico fra l’architettura provinciale
funeraria dell’Impero. L’architetto Minali non ha seguito,
è vero, ciecamente il modello, perchè ha diversamente
variato il valore dei suoi piani sovrapposti: ma tuttavia è rimasto
prigioniero dell’ispirazione, e la sua opera risente, sopratutto
nei particolari, d’una certa pedanteria scolastica.
L’edicola è del 1926, interamente costruita in Crevola,
piuttosto esuberante nelle sagome. Le sculture sono di Giannino Castiglioni,
né si possono classificare di gusto troppo raffinato. L’interno
è costituito da un sacello circolare, con cupolino a mosaico
bianco e nero, le pareti rivestite di Verde Polcevera; vi domina un
grande sarcofago in Crevola e Macchia Vecchia. Buoni effetti di colori
danneggiati un poco dalla pesantezza dei rilievi e dalla sporgenza delle
sagomature.
F. R.
IL SALONE DELLA NUOVA ESATTORIA CIVICA
PRESSO LA CASSA DI RISPARMIO IN MILANO
DELL’ARCH. ALESSANDRO MINALI
Assai meglio riuscita è quest’altra opera del Minali,
molto interessante davvero e connessa ad uno dei più importanti
problemi che Milano dovette risolvere negli ultimi anni.
Allorchè la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde assunse
la gestione della Civica Esattoria, il Presidente dell’Istituto,
S. E. De Capitani, si propose di creare non lontano ma addirittura in
comunicazione col palazzo della Sede centrale, tutto il vasto complesso
di locali adatti ad una tanto peculiare e delicata destinazione.
Oltre una via fiancheggiante il vecchio palazzo, la Cassa possedeva
un giardino ed alcuni stabili. Fu bandito un Concorso per una nuovissima
costruzione; ma, come è noto, l’idea venne lasciata a mezzo,
salvando fortunatamente il giardino.
L’Onorevole De Capitani, in omaggio alle memorie cittadine, non
volle condannare gli stabili preesistenti, perchè legati alla
vita ed alla storia di famiglie che nobilmente operarono nel Risorgimento;
nè volle alterare il tradizionale volto alla caratteristica strada,
la via Monte di Pietà.
Cosicchè sorse l’idea di un adattamento. L’adattamento
divenne ben presto trasformazione radicale, perchè tutto l’interno
dei fabbricati esistenti fu completamente ed abilmente svuotato delle
strutture, e solo le cortine esterne furono integralmente conservate.
Tolto il complicato ed intricato nocciolo di cortili e locali, vi venne
inserito il grande salone indispensabile alle esazioni pubbliche. E
il vecchio suggestivo giardino potè essere non soltanto risparmiato,
ma aperto lodevolissimamente alla vista dei passanti.
L’impresa, vasta e complessa all’inizio, fu impostata dal
Capo dell’Ufficio Tecnico della Cassa, l’ingegnere Boretti,
il quale ne curò la pratica realizzazione. E al Minali fu dato
l’incarico di curarne l’architettura: compito non lieve
nè facile, per le notevoli differenze di livelli e di altezze
nei locali perimetrali superstiti, per le differenze planimetriche obbliganti
a dividere il salone in tre vani, per la costretta adozione di partiti
confacenti alla stabilità dei muri in parte esistenti.
E, tuttavia, non si può dire che la viva attesa sia stata invano
lusingata. Il Minali ha creato tre vani eleganti, con pochi motivi essenziali
di archi a più centri che ricorrono su lesene all’intorno
e su pilastri nel mezzo; tre ampi lucernari, gli estremi circolari,
il mediano rettangolare, con la copertura dell’ambiente che alla
vista appare unico. Le nervature in ferro ed i piombi costituiscono,
con lievi rapporti di vetri colorati, una decorazione calma e di gradevole
effetto. Tutt’all’intorno, le pareti a sportelli si aprono
con accorgimenti indovinati ed eleganti; fin troppo eleganti e preziosi,
forse, per l’uso essenzialmente popolare e pratico cui sono adibiti.
Se qualche appunto devesi muovere all’architettura che il Minali
ha qui sviluppato, ciò è dovuto alla eccessiva esilità
degli elementi architettonici, lesene e cornici, che non riescono ad
acquistare un valore decisamente costruttivo, ma rimangono sopratutto
elementi di decorazione. Ciononostante, il tema è ben risolto,
e non soltanto nel grande salone, ma pure nell’atrietto, nel vestibolo
della scala, e in passaggi secondari. Usando quasi unicamente Botticino,
Verde di Busalla, Musso e Nero di Varenna, l’effetto generale
n’è risultato piacevole, allegro ed attraente; le mende
scompaiono e si fan perdonare davanti alla primissima buona impressione
che l’occhio riceve.
F. R.
INTERNI DELL’ARCH. MELCHIORRE BEGA
IN BOLOGNA
Offriamo ai lettori della Rivista gli ultimi lavori di arredamento
interno dell’Arch Melchiorre Bega di Bologna, della cui sensibilità
sono evidenti la freschezza e la modernità.
Egli ritiene doversi liberare da reminiscenze stilistiche per quanto
riguarda il criterio architettonico generale; non sovrappone strutture
statico-decorative fittizie a quelle intrinseche della costruzione,
ma nella stessa forma e proporzione dell’ambiente cerca un significato
integrale.
Per Bega la decorazione non costituisce un dato a sè, che neghi,
confonda o aumenti il valore strutturale, ma solo una determinazione
ed una continuazione superficiale e divertente della interiorità
della fabbrica.
Egli si limita dunque a rendere gradevoli o preziose le superfici, curando
il pregio dei materiali, il loro colore, la bontà degli impasti
negli intonaci ecc. Una ulteriore specificazione della sensibilità
è ottenuta mediante l’accentuazione delle linee o zone
più significative dei volumi con semplici riquadri a incasso
o con elementari cornici ridotte spesso a regoletti lineari a una sola
sagoma, o colla suddivisione dei piani in disegni di carattere pressochè
geometrico. Solo i punti nodali della composizione sono messi in rilievo
da brevi ornati sintetici.
L’abbellimento è affidato in genere alle suppellettili,
(porte, finestre, cancelli, lampade, mobili, ecc.)
Nella forma di queste, pure assai moderne e libere, tornano tuttavia
elementi di reminiscenza. Ad esempio, certo barocco reso semplice, essenziale,
quasi filiforme, nei negozi di città, dal cui insieme spira un
notevole senso di chiarezza e di elegante arguzia; o spunti di architettura
agreste assai intonata all’ambiente, nella sala del Ristoratore
di Casalecchio sul Reno.
P. M.
NOTIZIARIO
CONCORSO DELLE “TRE VENEZIE”
PER L’AMMOBILIAMENTO POPOLARE DELLA CASA
Organizzato dall’Opera Nazionale Dopolavoro, con la collaborazione
dell’ Ente Nazionale per le Piccole Industrie e dell’Istituto
Veneto per le Piccole Industrie e per il Lavoro di Venezia. Sotto la
Presidenza del Gran Uff. Ing. Beppe Ravà e del Comm. Avv. Antonio
Pellegrini.
Sorprende, ad un primo sommario giro dell’esposizione del concorso,
l’incompatibilità di due manifestazioni di quest’arte
del mobilio così interessente e non tanto facile; da un lato,
lodevoli tentativi che dimostrano la buona volontà, la fatica,
lo studio per creare un ambiente povero ma dignitoso, e dall’altro
(purtroppo il più esteso) una quantità di cose comuni,
di derivazione tedesca, appariscenti e presuntuose, nate in un circolo
vizioso nel quale si ripetono e che non fanno nulla sperare di nuovo.
Cose costruite con una precisione soltanto meccanica, senza anima, decorate
da pezzi di latta dorata e da cristalli diamantati, forse meno lucidi
dell’insolente lucentezza del mobile stesso. Ci pare che questa
seconda manifestazione, che ormai da più di trent’anni
va ripetendosi uggiosamente, non doveva assolutamente figurare questa
volta; e se il troppo poco materiale scelto non avesse dato modo di
ampliare la mostra convenientemente, per dichiararla riuscita come quantità,
sarebbe stato più ammonitivo e più educativo limitarsi
a due soli padiglioni, scartando tutto ciò che non rispondeva
al magnifico scopo prefisso dagli egregi organizzatori. Era necessario
boicottare senza debolezza tutto ciò che non ha anima e specialmente
anima Italiana, tutto ciò che da anni s’è cristallizzato
senza nulla risolvere dell’interessante quesito. Era intenzione
degli organizzatori, che i tipi rispondessero al “massimo buon
prezzo, solidità, praticità”: avessero anche i requisiti
dell’ispirazione folkloristica, gusto moderno, ecc. Ma che cosa
è poi “gusto moderno”? Infine; il bello che cade
sotto gli occhi a chiunque sia attratto dalla verità. Ciò
che è bello non ha vecchiaja, come non ha vecchiaja la verità.
Finchè il costruttore di case e mobili non sa essere umile e
sincero, non è nella verità e farà sempre delle
cose che portano il peccato della presunzione uccidendo in se l’ispirazione
e mettendo in cuore quel tormento che falsa l’intenzione e lascia
insoddisfatti. Per un umile cosa, specialmente per le cose povere, basta
essere buoni: se alla povertà dell’oggetto non viene profusa
la gioja del crearlo, con la nobiltà di un buon sentimento interiore
di famiglia, di amore, di pace, è inutile crearlo: sono allora
preferibili gli arnesi campestri e rudi della capanna, arnesi che provengono
dall’anima semplice dei nostri padri, dalle sorgenti e dalle necessità
della vita stessa. Nella buona madia di rozze tavole, nel sedile a tre
piuoli delle nostre case di campagna è verità. Non s’è
in generale tenuto conto di un “motto” che non muore “E
l’antico fu nuovo - e il nuovo antico”. Tutto è stato
già fatto nell’arte del mobilio come nelle altre arti,
e perciò “l’arte moderna” (così detta)
è una frase presuntuosa che esiste solo per la nostra ignoranza
e incostanza. Staccarsi dell’esperienza della vita da cui nasce
la verità, per costringerci, senza necessità, a capovolgere
il processo delle cose al fine di impressionare gli inesperti, significa
amare l’avventura. Il nuovo d’altronde è una presunzione
dell’artista poichè nulla è nuovo e tutto nasce
dalle necessità imprescindibili della vita e la nostra mente
si muove nella mente universale, dove tutto esiste. Ciò che non
viene dalla necessità non è arte, ma artificio. Arte è
creare ciò che viene dal bisogno di essere, per la necessità
stessa della vita: statica, logica. Tutto si muove dentro le Leggi fondamentali
della verità e la mutabilità del punto di vista, o del
particolare, non è novità.
Ciò che è fuori della Legge è antistatico e, anche
trattenuto da ripieghi artificiosi, viene “nel Tempo” disciolto.
Non esistono novità assolutamente staccate dal passato, siamo
convinti e constatiamo ogni giorno che “tutto” ciò
che viene dato per nuovo e moderno, sia pure per Futurista, è
roba vecchia, con la barba lunga. La Legge della vita e delle cose si
ripete sempre.
Sarebbe lungo per lo spazio acconsentitomi, elencare tutti coloro che
meritano una parola per l’uno o per l’altro merito.
Volutamente tacerò di tutti coloro che hanno inviato mobili che
possiamo vedere in tutte le vetrine di rivenditori, per le strade di
tutti i paesi, sempre eguali.
La relazione sull’esito del concorso divide i concorrenti in due
categorie: quelli che hanno corrisposto lodevolmente al Bando, e quelli
che, a giudizio della Giuria, non hanno pienamente risposto ai requisiti
voluti; ed io aggiungerei: coloro ancora che non hanno capito niente,
perchè, ciechi e sordi, non vedono e non odono.
Delle estese esaurienti relazioni dell’Ing. Gilberto Errera e
dell’Arch. Duilio Torres, può prendere visione particolareggiata
chi lo desidera.
Concludendo; bene esprimono i due relatori di questo Cnncorso il loro
ottimismo, riguardo l’avvenire di questa speciale attività.
È da augurarsi che, fra i molti giovani artisti di sana sensibilità
e specialmente fra i giovani architetti che oggi fioriscono in Italia,
sorga una schiera di specializzati nell’arte dell’ambiente
domestico. Sarà un’opera sociale, morale, educativa. Ed
è da augurarsi che tutti gli industriali che non hanno abili
creatori per la loro produzione, sentano l’obbligo morale, o venga
loro Fascisticamente imposto di assumere, per eseguire i loro disegni,
un artista eletto per concorso su giudizio consultivo di una speciale
Commissione di Stato autonoma.
Solo così essi potranno formare i tipi migliori di utensili vari
da trasmettere ai laboratori. Ciò è tanto necessario in
Italia per eliminare un inconveniente purtroppo estesissimo; gli artigiani
specialmente del mobile, del mosaico, del ferro battuto, del marmo,
ecc., se non fanno miseramente da se, si servono di mediocrissimi elementi
o di opere editoriali che sono un insulto al buon gusto. Sarebbe necessario,
per rinnovare il movimento Artigiano, bruciare tali stampe sulle Piazze,
a che esse finiscano, una buona volta, di deliziare la schiera dannosa
dei dilettanti. Gli artisti debbono invece creare le opere d’arte.
GIUSEPPE TORRES.
L’ISTITUTO DI ARCHITETTURA
MILITARE ITALIANA
Promosso dal benemerito direttore del Museo del Genio Militare, Generale
Mariano Borgatti e vivamente incoraggiato sia dal Ministro della Istruzione
On. Fedele, che dal Sottosegretario per la Guerra Generale Cavallero,
si è in questi giorni costituito in Roma l’Istituto di
Architettura Militare italiana, che ha lo scopo di promuovere studi
e diffondere conoscenze in questo così importante campo, in cui
così grande orma hanno in ogni tempo lasciato i tecnici ed i
condottieri italiani.
Il Consiglio direttivo della Istituzione ha sede in Castel Sant’Angelo
ed è composto dal Generale Maggioretti presidente, del Prof.
Giovannoni vice presidente, del Generale Rocchi, del Dott. Gino Ferrari,
dell’Ing. Bonfiglietti, del Colonnello Cianetti e di altri egregi
studiosi di cose militari. Esso ha già cominciato il suo molteplice
lavoro, volto a costituire uno schedario dei monumenti italiani di fortificazione,
a segnalare le condizioni, così spesso prossime a ruina, di moltissimi
fra tali monumenti, sì da promuoverne il salvamento ed il restauro,
e dare sviluppo a rilievi ed a pubblicazioni periodiche sul vasto tema.
Ed è codesta un’opera veramente ottima, a cui chiunque
si interessi alla nostra Architettura e conosca quanto dimenticati e
quanto gloriosi siano in essa i monumenti dell’Arte Militare,
non può che augurare il più pieno successo.
G. G.
CATALOGO DEI MONUMENTI
DEL MONDO ROMANO
Diamo notizia di una iniziativa assunta dal “Reale Istituto di
Archeologia e Storia dell’Arte” destinata a recare un notevole
contributo alla conoscenza ed alla sistematica classificazione dei monumenti
romani.
Ecco il testo dell’invito diramato e tutti gli studiosi, specializzati
sul tema, dall’anzidetto Istituto:
Nell’intento di raccogliere e quindi pubblicare le testimonianze
delle orme dell’Impero di Roma nel mondo, il R. Istituto d’Archeologia
e Storia dell’Arte è venuto nella determinazione di iniziare
subito, con il contributo degli studiosi di archeologia, l’elenco
dei monumenti dell’orbe romano, in un primo tempo in forma di
Catalogo, in seguito, sistematicamente, pubblicando i monumenti stessi.
Esso perciò si rivolge agli studiosi italiani, perchè
a quest’opera (per la quale è necessario il contributo
di tutti) vogliano dare la loro personale adesione indicando intanto
quali siano i monumenti, di cui ciascuno si sente in grado di compilare
le schede nei modo più completo possibile.
Per la raccolta e la revisione delle schede è costituita in Roma,
presso la sede dell’Istituto, una Commissione Centrale composta
di membri dell’Istituto stesso, ai quali sono aggiunti alcuni
specialisti nello studio dei monumenti romani.
Per dare il carattere unitario a quest’opera che intende di essere
un vero “Corpus” dei monumenti dell’Impero, la Commissione
si riserva di esaminare o fare esaminare ogni scheda anche se incompletamente
redatta, nel caso in cui le notizie sul monumento siano scarse o del
monumento stesso ci resti solo qualche reliquia.
Nella prefazione di ogni capitolo che tratterà di ciascun monumento
o gruppi di monumenti saranno indicati i nomi degli studiosi che contribuirono
ad illustrarli.
La scheda di ciascun monumento dovrà essere il più possibile
completa, non contenere mai indicazioni sommarie o semplici appunti,
bensì notizie precise, elencate in modo schematico, ma sempre
direttamente controllate.
L’opera di catalogo e pubblicazione dei Monumenti del mondo Romano
s’intende limitata in linea generica dalla conquista romana a
tutto il sesto secolo, includendo quei monumenti che hanno importanza
per la civiltà romana ed escludendone le chiare sopravvivenze
di altre civiltà, sia pure sotto il dominio Romano.
In un primo tempo si chiede agli studiosi un elenco di tutti i monumenti
architettonici e costruttivi di cui ciascuno intende occuparsi, siano
essi templi, terme, case, sepolcri, strade, acquedotti, ponti, fortificazioni
ed ogni opera di pubblica utilità.
Di ogni monumento complesso (città, ville ecc.) saranno compilate
varie schede: una Principale e le altre relative alle singole parti,
ciascuna delle quali costituisca od abbia costituito un’unità
monumentale.
La raccolta dovrà anche volgersi a quei monumenti scomparsi di
cui resti soltanto una menzione, ma notevoli testimonianze grafiche
(dipinti, disegni, stampe, ecc.).
L’invio degli elenchi dei monumenti che ogni studioso intende
di schedare ed anche, in seguito, l’invio delle schede, dovrà
essere fatto unicamente al seguente indirizzo: Reale Istituto d’Archeologia
e Storia dell’Arte - Palazzo Venezia, 3 - Roma.
IL PRESIDENTE
CORRADO RICCI
Commissione Centrale:
Dott. Angelo M. Colini - Prof. Giulio Q. Giglioli - Prof. Gustavo Giovannoni
- Dott. Giuseppe Lugli - Dott. Roberto Paribeni - Dott. Pietro Romanelli
- Dott. Valerio Mariani, segretario.
COMMENTI E POLEMICHE
LE CHIESE NELLA MARSICA
Le regioni d’Abruzzo che furono colpite dal terribile terremoto
del 1915, sono quasi più duramente colpite, dal punto di vista
architettonico, dalle ricostruzioni prive di ogni carattere e di ogni
ritmo, in cui non si è saputo esprimere il nuovo schema costruttivo
asismico che i vigenti regolamenti hanno tassativamente imposto, col
richiedere piccole altezze su larghi spazi e col prescrivere strutture
ad ossatura di materiali elastici, nè, d’altro lato, si
è nemmeno tentato di avere un riflesso delle condizioni ambientali,
che erano e sono così tipiche ed intense nelle borgate abruzzesi.
Un caso saliente di questo triste fallimento della moderna edilizia
ci viene ora fornito dalla ricostruzione delle chiese. Sono edifici
in serie, standardizzati in tre o quattro tipi diversi a seconda del
costo, che si ripetono come un oggetto di commercio. L’ossatura
in cemento armato è goffamente racchiusa in una veste di cemento
e di stucco, in uno stile tra il falso lombardo ed il falso gotico che
rappresenta la maggiore ingiuria per l’architettura antica e per
la moderna. Dove tono andate le belle chiesette d’Abruzzo, con
la fronte costantemente terminata da una linea orizzontale, col portale
aggraziato e la finestra a rosa tutta traforata, spiccanti come gemme
nella parete liscia? E le piazzette romite e raccolte loro intorno come
rivivono negli ampi spazi aperti a tutti i venti, senza un concetto
di proporzione e di armonia edilizia, senza un albero, senza una croce?
Il male più grave tra tutti è quello che sta per commettersi
ad Avezzano. Sta ivi per iniziarsi - ma si sarebbe ancora in tempo fermarla
- la costruzione della cattedrale: enorme edificio che, malgrado le
sue esagerate dimensioni sembrerà minuscolo e si perderà
nella vasta piazza desolata, che già inghiottisce il monumento
ai caduti, opera del Luppi. E sarà, naturalmente, anch’essa
in forma medioevale “fatta in casa”, senza criterio, senza
sentimento, senza rispondenza alle condizioni intrinseche od estrinseche.
Quale cecità di autorità religiose e civili ha consentito
questo sperpero e questo scempio?
G. G.
CRONACA DEI MONUMENTI
VERONA. - Per opera dell’Arch. Ettore Fagiuoli è ormai
avviata la sistemazione del Museo Maffeiano e della zona ad esso adiacente
verso la Piazza Brà e la Via del Teatro Filarmonico: ed è
sistemazione edilizia, in quanto contempla l’assetto della località
allo sbocco del Corso Vittorio Emanuele; architettonica, poichè
comprende la nuova conformazione del portico che forma atrio al grande
pronao del Teatro dei Filarmonici; archeologica, poichè coinvolge
il riordinamento della insigne raccolta lapidaria ed antiquaria che
va sotto il nome di Museo Maffeiano.
Come appare delle unite illustrazioni, tratte da belle acqueforti del
Fagiuoli stesso, all’esterno verrà prolungato il maestoso
portico che ora forma ingresso al teatro, fino a risvoltare sulla piazza
ed a terminare addosso ai Portoni della Brà, togliendo così
la bruttura del muro disadorno, che attualmente ancora si affaccia di
fronte alla Gran Guardia, a formare contrasto con tutto l’ambiente
monumentale. Internamente, il portico del Pompei risulterà lievemente
ristretto e si chiuderà ad esedra nel fondo, facendo ala all’ingresso,
in cui un ampio portone sostituirà l’attuale rustico cancello.
G. G.
RAVENNA. - Un restauro recentemente compiuto dalla Sovraintendenza
per l’arte medioevale e moderna dell’Emilia e della Romagna
in quell’interessantissimo monumento che è S. Giovanni
Evangelista, lascia invero molto dubbiosi gli studiosi e gli artisti.
Si è voluto ricostruire il catino dell’abside della chiesa,
tutto traforato dalla corona di arcatelle; ma, forse, prima di eseguire
il lavoro non si è sufficientemente studiato il monumento nelle
varie fasi costruttive che s’intersecano nelle sue murature, oppure
si è lasciato che il demone del restauro prendesse il sopravvento
sulla ragione.
Ben è vero che a Ravenna forse più che altrove siffatte
analisi strutturali sono rese ardue ed incerte dalla costanza del materiale
impiegato, il laterizio, e dei procedimenti costruttivi murari, sicchè
diviene difficile sceverare i vari periodi ed intendere se le sovrapposizioni
rappresentino pentimenti quasi coevi alla prima costruzione o restauri
tardi, e le più disparate ipotesi si affacciano con parvenze
di verità. Così per S. Giovanni Evangelista non mancano
studiosi locali che sostengono, certo a torto, che la detta corona di
arcatelle sia molto posteriore alla prima edificazione, nella quale
invece l’abside sarebbe stata traforata da due finestre basse;
od altri che pensano, quasi certamente a ragione, che l’arco trionfale
ora esistente non sia più l’antico, ma un rifacimento dell’antico
ad un livello notevolmente più basso.
Tanto più dunque occorre che il restauratore in siffatti casi
sia guardingo. L’opera del restauro deve essere prudente e modesta;
e pur partendo, come sempre dovrebbe essere, da uno studio profondo,
deve poi abbandonare la ricerca dotta in quella parte che porta a risultati
incerti. Dove comincia l’ipotesi, può aver luogo lo studio
espresso nel volume o nell’articolo, ma non il restauro concreto
e definitivo.
Per S. Giovanni Evangelista ecco che cosa è avvenuto. Le arcatelle
dell’abside si elevano molto più su della linea d’imposta
dell’arco trionfale (ed è appunto questa una delle prove
principali del rifacimento dell’arco). La superficie del semicatino,
per adattarsi sia al semicerchio dell’arco, sia alle arcatelle,
ha dovuto tutta contorcersi, avendo per direttive non più il
semicerchio, ma un arco ribassato, e risultando traforata da orribili
lunette. Disastroso è l’effetto, che fa assomigliare il
presbiterio ad un hall di albergo, ma più disastrosa ancora è
la falsificazione storica che ne risulta. Una chiesa del V° secolo
con abside a calotta discontinua! Una disposizione che precede arbitrariamente
e malamente tutte le penetrazioni lunettate delle cupole bizantine!
Evidentemente non v’è ora da fare altro che riconoscere
l’errore; nella qual cosa non v’è nulla di male,
perchè solo chi non fa niente non rischia di sbagliare. Bisogna
disrestaurare l’abside di S. Giovanni e demolire la calotta, lasciando
il corrispondente tetto sorretto da un’armatura in legno, apparente,
semplicemente costruttiva, senza pretese di restituzione stilistica.
G. GIOVANNONI.
VENEZIA GIULIA. - La Sovraintendenza per l’arte medioevale e
moderna della Venezia Giulia molto lodevolmente prosegue il programma,
già avviato dal Cirilli nel periodo della sua direzione, per
la liberazione di tanti modesti elementi che imprimono carattere all’ambiente
delle città e delle borgate. Recentemente dal Forlati è
stata felicemente restaurata in Parenzo una interessante casa romanica
con belle bifore sormontate da timpano, ed è stato liberato un
bel loggiato duplice addossato nel Rinascimento alla chiesa di S.Francesco
in Pola. Dell’uno e dell’altro ripristino diamo qui le riproduzioni.
G. GIOVANNONI.
SINDACATO NAZIONALE ARCHITETTI
PAGINE DI VITA SINDACALE
IL CONGRESSO NAZIONALE DEI SINDACATI FASCISTI
DEGLI ARCHITETTI IN ROMA
LA SEDUTA D’APERTURA DEL CONGRESSO
Come fu annunziato, il giorno 14 aprile, nel Palazzo delle Corporazioni
a Piazza Colonna, ha avuto luogo l’inaugurazione del Congresso
Nazionale del Sindacato Fascista degli Architetti.
Numerosissimi gli intervenuti, delegati e congressisti.
Delegati ufficiali delle varie Provincie erano i seguenti Architetti:
Milano, Mainetti, Rocco, Stacchini. - Torino, Melis. - Venezia e Padova,
Torres .- Verona, Fagiuoli e Banterle. - Genova, Rovelli. - Parma, Mancini.
- Modena, Guerzoni. - Bologna, Trebbi e Valeriani. - Firenze, Chiaramonti.
- Ancona, Petetti e Garlatti. - Perugia, Lilli e Sacco. - Aquila, Chiarizia.
- Napoli, Pantaleo, Forni, Chierici. - Udine, Aloisio. - Siena, Notari.
- Brescia, Albertini. - Trieste, Urbanis. - Pola, Brussi. - Gorizia,
Heiland. - Roma, Fasolo, Boni, Venturi. - Sicilia, Fichera.
Si notano in particolar modo fra i congressisti i seguenti: della città
di Roma il Prof. Gustavo Giovannoni (Direttore della R. Scuola Superiore
d’Architettura); Passarelli e Bazzani (per l’insigne Reale
Accademia di S. Luca); Negri (Presidente dell’Associazione Cultori
d’Architettura di Roma); Milani (per la Regia Scuola d’Applicazione
per gl’Ingegneri; Cannizzaro, Piacentini, Foschini, Marconi, Spaccarelli,
Del Debbio, Bobbio, Giaccio, Cancellotti, Vaccaro, Farolfi, Medori,
Leoni, Benigni, Felici, Magni, Frezzotti, ecc. ecc.
Di Milano sono presenti: Portaluppi, Alpago Novello, Niccoli, Brioschi,
Ferrazza, Lancia, Marelli, Cabiati, Griffini, De Finetti, Mazzucotelli
ecc. Di Torino gli architetti Mosso e Momo; Orzagli, Crosa e Oddini
di Genova; Brizzi e Fagnoni di Firenze; Canino, Franco, Chiaramonte
e Sanarica di Napoli, ecc., ecc.
La seduta si apre alle ore 10,30; nella sala gremita di congressisti
salgono alla tribuna, accolti da grandi applausi, l’on. Rossoni,
Presidente delle Confederazioni dei Sindacati fascisti, accompagnato
dall’avv. Gr. Uff. Di Giacomo, Segretario Generale dei Sindacati
Intellettuali, dall’avvocato De Bernardis, Fiduciario Provinciale
dei Sindacati Intellettuali e dall’arch. Alberto Calza Bini, Segretario
Generale del Sindacato Architetti.
Aperta la seduta, l’arch. Calza Bini legge la seguente lettera
di S. E. Bottai assente da Roma:
Caro Calza Bini,
“Al congresso, che sta per adunarsi, dei Sindacati Fascisti Architetti
desidero giunga il mio fervido saluto augurale. - Commetto a te l’incarico
di interpretare il mio pensiero pregandoti di assicurare sopra tutto
ai congressisti che io seguo con particolare interesse e fiducia le
manifestazioni della vita sindacale di alcune importanti categorie,
come quella che tu degnamente rappresenti.
“Nei riguardi di questo, anzi, tengo a rilevare, che un congresso
nazionale può e forse deve esprimere interessanti cose, specie
in questo momento, in cui, tra le altre professioni liberali, quella
dell’architetto ha una funzione di prim’ordine, perchè
ad esso è affidato il compito di ricercare e definire, nella
particolare arte che coltiva, lo stile dell'êra in cui viviamo.
Conto sui felici risultati del Congresso e gradirò a suo tempo
di conoscerli particolarmente.
“Con l’occasione, ti invio, caro Calza Bini, cordialissimi
saluti”.
f.to: BOTTAI
La lettura è salutata da una calorosa ovazione all’indirizzo
del giovane sotto-segretario alle Corporazioni.
Segue la lettura di altre adesioni, fra le quali viene applaudita particolarmente
quella del Segretario Provinciale del Sindacato Ingegneri di Roma, ing.
Angelo Ugo Berretta.
Poi 1’arch. Calza Bini, rivolgendosi all'on. Rossoni, pronuncia
il seguente discorso:
“Gli architetti italiani celebrano oggi, con solennità
contenuta nel fatto più che nelle parole, la raggiunta unità
della loro classe.
“E inviano anzitutto il loro omaggio al Capo del Governo, Costruttore
delle fortune della Patria, che lo Stato Corporativo sta meravigliosamente
realizzando; e salutano in te, Onorevole Rossoni, il creatore geniale
di una forma di sindacalismo che ha dato al Governo Fascista la materia
plasmabile per l’Ordine nuovo; e te per mio mezzo ringraziamo,
amico Di Giacomo, che tenacemente l’esigua schiera dei primi intellettuali
hai accresciuta e disciplinata col tuo fervore, e oggi vedi accanto
a te migliaia e migliaia di professionisti che fanno chiari, sul mondo,
l’arte, la scienza e il diritto di Roma.
“Esigua schiera la prima, veramente; ma, tra tutti, il Sindacato
Architetti rivendica a buon diritto un suo titolo di nobiltà;
gli Architetti accorsero subito numerosi intorno al nostro gagliardetto;
e non soltanto i giovani, e quelli che, provenienti dalla antica Federazione,
avevano già da tempo il loro obbiettivo ben delineato; ma anche
i laureati anziani che nulla chiedevano, e portavano invece l’aiuto
della loro severa autorità; e non pochi ingegneri che dell’Architettura,
come arte, avevano fatto un loro capitolo di fede e, fraternamente,
senza inutili e vane distinzioni di titoli e di provenienza, davano
il loro contributo alla buona causa che sentivano bene affidata.
“Così oggi, sono tutti con noi i nomi già noti e
più cari dell’Arte italiana, sono con noi oggi come lo
furono al primo appello, nella lontana primavera di Roma riconsacrata
dalla Marcia delle camicie nere.
“Maestri che il loro nome hanno da tempo affidato ad opere poderose
o squisitamente raffinate, e giovani ansiosi di dire la loro parola
nuova d’ardore e di fede; uomini venuti alla professione dal duro
travaglio dei cantieri, o chiamati dalla divina scintilla dell’arte,
o maturati in silenziosa disciplina dalla scienza ravvivata dalla luce
della Bellezza. Oggi tutti formano una sola unità, una sola grande
famiglia, e hanno dimenticato le gelosie e le lotte sterili di ieri;
essi sono fieri di appartenere alla grande schiera dei lavoratori del
braccio e della mente, e riconoscono che per opera del Sindacato, o
meglio per la volontà dei Capi che il Sindacato hanno voluto
riconoscere ed aiutare, gli Architetti italiani hanno oggi nel quadro
della vita corporativa, il posto che loro compete.
“E nulla tuttavia essi chiedono di interesse particolare di categoria,
e meno ancora di gretto interesse personale, nulla che non rientri nel
vasto compito che è stato assegnato ai Sindacati intellettuali,
di diffusione della cultura, di propulsione di ogni sana attività
nazionale, di difesa della integrità e della bellezza delle nostre
città e delle nostre campagne.
“Essi sanno dunque che servendo il Paese nel Sindacalismo Fascista
difendono le più gelose prerogatitve dell’arte italiana,
e tutelano in tal senso anche i loro legittimi e sani interessi.
“E sentono infine, con profonda convinzione, che quella che è
la Maestra di tutte le arti, quella che fa musica delle leggi del numero
e della necessità, quella che è per eccellenza forza costruttiva
e creatrice, l’Architettura, avrà ancora una volta per
opera del Fascismo la sua vasta missione nel mondo”.
Terminati gli applausi, che coronano la fine del discorso dell’arch.
Calza Bini, segue l’avv. Di Giacomo, il quale dichiara subito
che la presenza del capo e creatore del Sindacalismo fascista on. Rossoni,
lo dispensa da qualunque discorso. Deve però ringraziare l’arch.
Calza Bini della collaborazione intelligente data nell’organizzazione
degli Architetti e rivolge elevate parole di saluto ai congressisti.
Rivendica al sindacalismo fascista il merito di aver voluto che la professione
di architetto fosse ben distinta dalle altre ed incita i presenti a
rimanere affezionati all’organizzazione sindacale considerandola
come la loro famiglia, per collaborare con tutte le loro forze alla
maggiore fortuna della Patria e del Duce.
Anche l’avv. Di Giacomo è fatto segno ad una calorosa dimostrazione
di simpatia, che diviene vibrante quando si leva a parlare l’on.
Rossoni. Egli dice:
Camerati,
“Vi porgo il saluto fraterno della Confederazione Nazionale dei
sindacati fascisti.
“Questo congresso, come quelli che abbiamo tenuti nei giorni scorsi,
dei professionisti e degli artisti, ha un grande significato, come hanno
un grande significato tutti i congressi nazionali di tutte le categorie,
anche le più modeste, che andiamo tenendo, a preparazione del
grande congresso delle Confederazioni che terremo a Roma ai primi di
maggio.
“Può avere anche qualche ímportanza il fatto, che
dopo aver partecipato a questa nostra seduta inaugurale, io andrò
ad inaugurare il congresso dei muratori e dei cementisti. Una volta
questo ravvicinamento degli uomini eletti del lavoro, dei professionisti,
degli intellettuali, dei tecnici, ai lavoratori del braccio, non sarebbe
stato da tutti compreso. Adesso invece, dopo anni di martellamento e
di propaganda del sindacalismo fascista, tutti comprendono che il lavoro
della intelligenza isolato diminuisce il suo valore e la sua nobiltà,
come il lavoro manuale staccato dal lavoro della intelligenza è
nulla; mentre questi due aspetti della attività umana fraternamente
uniti dànno un segno superiore della civiltà. (approvazioni)
“Ritorno sempre al mio motivo di solidarietà fra gli uomini
che creano, e quelli che sono i fedeli esecutori del loro pensiero e
della loro creazione. Questo legame è indissolubile. Nei vecchi
movimenti il sindacato era concepito come una cieca rivolta, ed anzi,
spesso, come negazione, dei valori intellettuali. Per il socialismo,
ad esemplo, tutti i professionisti erano dei nemici del “proletariato”.
“L’idea sindacale del Fascismo invece ha valorizzato i tecnici
e gli intellettuali, ma nello stesso tempo ha dato maggior valore anche
alla fatica dei nostri più umili lavoratori.
“All’inizio, non molti credevano al sindacalismo fascista,
in tutta la sua estensione corporativa; ed è bene che sia stato
ricordato da Calza Bini che fra gli architetti noi abbiamo avuto fin
dall’inizio dei collaboratori entusiasti, alla nostra opera.
“È venuto il momento di riflettere e di fare anche dei
confronti, perchè di tanto in tanto si ritiene che non sia proprio
indispensabile mantenere l’unità della Federazione degli
intellettuali nella grande Confederazione dei lavoratori fascisti italiani.
“Dico anche a voi che io non sono affatto malato di manìa
di persecuzione e che naturalmente non credo che finirebbe il mondo
se si staccassero gli intellettuali dal movimento sindacale fascista.
Ma mi rendo conto delle ripercussioni spirituali che si avrebbero nelle
grandi masse del popolo il giorno in cui le classi più elevate
del lavoro fossero divise dai lavoratori manuali: ancora una volta il
così detto proletariato dovrebbe pensare che tutte le forze cospirano
contro di lui per tenerlo in soggezione.
“E poi, questo trovare dopo otto anni di sindacalismo fascista,
che il dirigente A. o il dirigente B. non sono dei grandi uomini, come
quelli che spuntano tutte le mattine, dopo l’approvazione della
nuova legge elettorale, non persuade molto; comunque è opportuno
non perdere troppo tempo nelle polemiche e piuttosto occorre guardarci
attorno oggi, come ci guardavamo attorno ieri, allorchè non eravamo
in molti a credere alla costruzione sindacale e corporativa.
“Ed allora tutti gli uomini di buona volontà, quelli che
vedono chiaro nella rivoluzione e sentono lo spirito rinnovatore della
rivoluzione, debbono riconfermare la propria solidarietà e la
propria unità in questo grande movimento che è indiscutibilmente
la base del Regime Fascista.
“È tanto vero questo, che gradualmente si sta creando lo
stato corporativo fascista. Ma se noi non avessimo fatto i sindacati,
quale stato corporativo si potrebbe fare oggi? È evidente che
per fare il nuovo stato occorrerà l’elememo primo: l’organizzazione.
“Noi pensiamo che la civiltà moderna, mentre cerca un ordine
nuovo non può limitarsi a cercarlo nel puro campo politico, nel
senso tradizionale della parola, nel senso cioè della molteplicità
dei partiti.
“Riflettete alla situazione di ieri, che del resto si ripete nelle
situazioni attuali di altri paesi; otto, dieci, venti e più partiti;
uomini che parlavano per difendere una etichetta molte volte abbastanza
curiosa: una infinità di piccole associazioni e di gruppi dispersi.
“Gli intellettuali, i professionisti non potevano farsi rimorchiare
dal movimento socialista negatore della Patria.
“Ma, d’altra parte, gli stessi professionisti organizzati,
gli intellettuali, non potevano nemmeno aggiogarsi a qualcuno dei vecchi
partiti liberali o democratici, o d’altro genere, e nemmeno alle
associazioni padronali, perchè la verità pura e semplice
è questa; che attualmente molta gente fa l’occhiolino ai
Sindacati fascisti degli intellettuali, ma non si può dire che
nel passato la stessa gente abbia degnato della più modesta considerazione
gli intellettuali e le loro vecchie ed insufficienti associazioni.
“Gli intellettuali si trovavano fra due forze nemiche; l’una
dei capitalisti che non li consideravano; l’altra quella del proletariato
abbrutito da una propaganda insana e malvagia, che faceva considerare
nemico colui che creava col suo cervello e che in fondo era l’origine
stessa del lavoro manuale.
“Il sindacalismo fascista, che lanciò un appello appassionato
agli intellettuali, è il liberatore ed è anche il valorizzatore
dei professionisti, dei tecnici e degli intellettuali in genere.
“Oggi siamo a questo punto; che uniti alla grande famiglia del
lavoro, gli intellettuali sono alla testa del movimento sindacale fascista.
Nella vita sociale del paese hanno un grande valore, anche politico”.
L’oratore esamina quindi la funzione degli intellettuali nel sindacalismo
fascista e il loro compito direttivo e creativo della vita nazionale.
Anche nel campo dell’Arte c’è da combattere una battaglia
nobilissima per il prestigio dell’Italia e per l’espansione
spirituale del nostro popolo.
L’On. Rossoni conclude il suo discorso, interrotto spesso da scroscianti
applausi, esaltando la figura del Grande Artiere, del Duce, che foggia
anch’egli la sua opera geniale, che riassume un’epoca e
che lascerà orma indimenticabile nella storia.
Tra gli alalà! al Duce, e al Sindacalismo fascista, l’On.
Rossoni termina il suo discorso.
Prima di sciogliere la seduta, l’assemblea invia telegrammi di
omaggio, al Capo del Governo, a S. E. Bottai a S. E. Turati.
LA SEDUTA DEL POMERIGGIO
Nel pomeriggio del giorno 14 aprile si riapre la seduta con la presidenza
dell’Avv. De Bernardis, il quale manda a nome dell’assemblea
l’omaggio reverente a S. M. il Re, tornato da poche ore nella
Capitale, dopo il delittuoso tentativo contro la sua Sacra Persona e
la Sicurezza dello Stato; ed invita i presenti ad un minuto di raccoglimento
in memoria delle vittime della feroce incoscienza dei negatori della
Patria.
Segue il Segretario Generale del Sindacato nazionale degli Architetti,
Alberto Calza Bini, il quale legge tra la viva attenzione ed i frequenti
segni di consenso dei presenti la sua relazione generale.
RELAZIONE GENERALE DEL SEGRETARIO NAZIONALE DEL SINDACATO
“Gli Architetti italiani celebrano oggi la raggiunta unità
della loro classe”; così ho affermato poco fa nel saluto
augurale, e posso ben ripeterlo qui a frontespizio di questa relazione
che riassume sinteticamente cinque anni di lavoro tenace e silenzioso.
“Cinque anni di vita sindacale, che ci hanno visto giorno per
giorno avanzare sul cammino difficile e irto di pericoli, e ci hanno
permesso tuttavia oggi di salutare finalmente la meta quasi raggiunta.
“E poichè se a noi è stato dato di concretare, grazie
agli aiuti potenti dei nostri capi e al ritmo nuovo alla vita pubblica
impresso dal Fascismo, ai nostri predecessori spettò il durissimo
lavoro della vigilia in un lungo trentennio di lotte, consentitemi che
anche a loro io volga il mio pensiero plaudendo ai superstiti presenti,
e mandando alla memoria di quelli che non sono più, un reverente
saluto.
“Perchè il significato e il valore della unità e
del riconoscimento raggiunti valgono bene oggi la sofferenza dei giorni
grigi, le dure battaglie, le meschine questioni che per tanti anni hanno
diviso quanti invece, l’anima infiammata d’amore per la
divina gioia dell’arte, dovevano steingersi in fascio per servire
l’Italia.
“Spettava al Fascismo porre i termini della nuova disciplina,
spettava al sindacalismo, inteso come forza creatrice e coordinatrice,
raccogliere, inquadrare, riconoscere le schiere diverse degli architetti
italiani.
“Fino a pochi anni fa la confusione che esisteva, e che ancora
in parte esiste, sulle origini e sulla preparazione degli architetti
aveva creato nella coscienza stessa della classe una idea vaga e imprecisa
del compito e del titolo stesso dell’architetto.
“Poichè tenevano a chiamarsi architetti, e soltanto architetti,
pochissimi in Italia avrebbero saputo distinguerli dai professionisti
affini.
“E pure questa nostra terra era stata il regno dell’architettura,
e il patrimonio di tradizione, che ci fa gloriosi nei secoli, è
per gran parte dovuto agli architetti che fecero dei loro sogni, la
realtà della nostra gioia.
“È dunque vanto del Sindacato Fascista, è merito
dei nostri capi, è frutto della illuminata volontà del
Governo Nazionale se oggi la figura dell’architetto nel nuovo
Ordine Corporativo è limpidamente delineata; sarà domani
vanto delle giovani falangi che aspirano a lasciare il loro suggello
nella vita della nazione, se l’impronta del nostro tempo potrà
raggiungere nell’architettura la compiuta bellezza di uno stile
come nei tempi che furono.
“L’azione svolta dal Segretario Nazionale per raggiungere
lo scopo?
“Inutile ripetere e analizzare un’opera fatta di molte piccole
azioni, guidata da una vigilanza mai rallentata, volta a che la bontà
della causa che ci muoveva fosse sempre presente alla mente dei capi
responsabili, a che le invidie e le incomprensioni o le dimenticanze
fossero eliminate, a che la linea che ci eravamo segnata fosse seguita
senza arresti e senza pericolose deviazioni.
“Nella primavera del 1923, quando Edmondo Rossoni accoglieva la
proposta di costituire il Sindacato Nazionale Architetti e mi dava l’incarico
di dirigerlo, agli ordini di Giacomo Di Giacomo (che allora fu per noi
un fratello di cuore leale e generoso) con gli amici romani scrivemmo
il nostro Statuto, la nostra carta fondamentale.
“Vale la pena di rileggere alcuni articoli:
“Scopo precipuo del Sindacato è l’incremento dell’Architettura
come Arte e come espressione di civiltà italiana;
“Solo nell’interesse più vasto della Nazione il Sindacato
ha la tutela degli interessi professionali dei singoli architetti.
“Riconosciuto che la Legge per la tutela del titolo e della professione
dell’ingegnere e dell’architetto è necessaria al
raggiungimento dei fini del Sindacato, tutti gli iscritti si impegnano
all’azione tendente all’approvazione delle leggi medesime,
integrate dalla istituzione della Scuola Superiore di Architettura nei
centri più importanti e caratteristici della Nazione.
“Il Sindacato si propone:
di ripristinare nel giusto valore artistico e morale la figura dell’Architetto
in quanto ha di più tipicamente storico ed italiano;
di provvedere alla elevazione intellettuale e culturale dei giovani
architetti;
di svolgere efficace propaganda per la difesa della nobiltà e
della tradizione dell’architettura italiana;
di provocare un sempre più cordiale affiatamento con le maestranze
edili ed affini, per far risorgere, con rinnovato spirito, quelle meravigliose
corporazioni di artieri che diedero all’Italia, in ogni tempo,
il primato nell’arte bella.
“E più avanti:
“Il Sindacato come organo di rappresentanza e di tutela dei legittimi
interessi professionali, intende:
valorizzare le sue forze nel campo della legislazione nazionale e presso
gli uffici consultivi ed esecutivi dello Stato;
armonizzare gli interessi delle varie categorie e risolvere le vertenze,
provvedere alla revisione ed accettazione delle specifiche e delle tariffe;
promuovere concorsi per tutte le opere pubbliche d’architettura
e di decorazione, svolgendo azione intesa alla promulgazione di una
speciale legge in proposito;
aiutare gli inscritti in quanto possibile, nella ricerca di collocamento
e di lavoro, in patria e all’estero”.
“Ho voluto rileggere queste norme fondamentali che a distanza
di cinque anni conservano intera l’attualità e testimoniano
ancora la elevatezza degli intendimenti degli architetti italiani.
“A quel programma ho l’orgoglio di affermare che abbiamo
tenuto fede, a quel programma il Sindacato si atterrà ancora
sotto la guida dei suoi capi, sicuro che il Fascismo e il Sindacalismo
nazionale lo porteranno al completo raggiungimento.
“Affermavamo, allora, l’importanza decisiva della Legge
sul titolo, ne vediamo oggi i fatti. E possiamo senza taccia di presunzione
affermare che, se la Legge è come è, se il Regolamento
ha integrato e fatta migliore la Legge, se finalmente il R. D. 27 ottobre
1922 predisposto da S. E. Rocco (a cui ancora una volta, per tutta l’opera
data in tale materia a favore della Classe, porgo devoti e fervidi ringraziamenti)
ha portato a risultati insperati per la formazione degli Albi e delle
Giunte Sindacali, si deve sopratutto all’azione del Sindacato
pronta, vigile, serena.
“Non occorre dunque che ve la illustri quest’azione; parlano
i fatti.
“Tra poco, noi confidiamo, la Commissione che deve dare le ultime
applicazioni alla Legge e completare gli Albi riprenderà il suo
lavoro.
“So bene che troppi sono ancora i Sindacati che non possono darsi
l’assetto definitivo, appunto perchè, per le loro Regioni
la Commissione non ha provveduto ancora al necessario esame degli aspiranti;
e deploro vivamente che ciò sia; ma mi preme dare subito atto
all’illustre Presidente della Commissione, al Prof. Giovannoni,
che egli ha fatto e fa quanto è in lui per sollecitarne la convocazione.
“Poichè però nuove incomprensibili difficoltà
mi sono state segnalate proprio questa mattina dal Presidente della
Commissione, io credo che, su questo argomento di capitale importanza,
debba il Congresso esprimersi con molta chiarezza, perchè l’On.
Rossoni, che già dell’argomento si è occupato, possa
fiancheggiare la Segreteria Nazionale nell’azione che immediatamente
dobbiamo svolgere presso i Ministeri dell’Istruzione e delle Finanze
acciocchè, d’accordo, finalmente provvedano ad eliminare
gli ostacoli presso i Ministeri della Giustizia e delle Corporazioni
perchè anch’essi facciano sentire la necessità che
gli assetti sindacali abbiano compimento; una tale richiesta sarà
anche fatta dal Sindacato degli Ingegneri che con noi ha lo stesso interesse
che la Giunta e gli Albi funzionino; e noi speriamo che con una tale
azione concorde, riusciremo allo scopo.
“Tuttavia se la proposta del Prof. Giovannoni, Presidente della
Commissione, sarà per essere accolta dai componenti della Commissione,
la convocazione anche senza che ufficialmente sia annunziata, sarà
presto un fatto compiuto, e a quei colleghi illustri che la proposta
accetteranno noi facciamo sin da ora plauso riconoscente.
“Con il definitivo assestamento sindacale più facili e
frequenti saranno i rapporti con le altre Associazioni, oggi in vari
centri ancora difficili e delicati.
“Parliamo dunque dei contatti con gli altri Sindacati, e specialmente
degli affini, e parliamo della dipendenza e dei rapporti con le autorità
confederali.
“Prima di questo, anzi, perchè se da una parte noi dobbiamo
volere che il rispetto alla gerarchia costituisca sempre la base granitica
dell’ordine fascista, dall’altra vogliamo che nessuna interferenza
politica o preoccupazione o incomprensione di dirigenti locali possa
far deviare le direttive che, sempre in pieno accordo con le gerarchie
superiori federali e confederali, dal centro siano state discusse, vagliate
e precisate.
“È questa dunque una viva preghiera che io qui formalmente
ripeto ai superiori nostri, ed è un avvertimento ai segretari
provinciali qui convenuti, perchè tutti gli atti delle organizzazioni
provinciali che comunque incitano nelle direttive generali del Sindacato,
siamo sottoposti anche alla preventiva approvazione della Segreteria
Generale, o siano per lo meno ad essa notificati tempestivamente.
“Più delicato è certo il rapporto con gli altri
Sindacati; al centro, tanto per i contatti e gli accordi tra le Segreterie
Generali degli Ingegneri e degli Artisti, quanto per i buoni rapporti
di cameratismo e di collaborazione delle organizzazioni provinciali,
noi non possiamo che compiacerci dello stato delle cose e auspicare
una simile condizione per tutti i sindacati.
“So bene però che tale non è la situazione dovunque,
e faccio per questo appello da un lato allo spirito di abnegazione e
di tolleranza dei Direttorî provinciali, dall’altra alla
serena e imparziale azione dei capi che sapranno certamente scorgere
il torto dove è, riportando la calma e il cameratismo là
dove sarebbe bene non si fossero mai allontanati.
“I nostri camerati ingegneri devono sapere e sentire dovunque
che la nostra battaglia non è stata combattuta per meschine rivalità
professionali, e le meschine rivalità personali non debbono neppure
quindi da loro essere tenute presenti; l’affermazione e la tutela
del compito dell’architetto nella vita nazionale ha una portata
assai più nobile ed elevata e lascia sopratutto ai colleghi ingegneri
un campo così vasto e così grandioso, così importante
per l’umano progresso e così fecondo per l’economia
del Paese, che ciascuno può essere pago del posto che la sorte
gli ha assegnato, lieto e fiero di compiere così il proprio dovere.
“Cadono quindi, devono cadere, le ragioni di ostilità che
hanno fatto accogliere il sorgere e l’affermarsi dei Sindacati
architetti in più di un centro cittadino.
“Cadono e devono cadere le prevenzioni che purtroppo ancora esistono
contro gli architetti distinti dalla diversità di origine.
“Gli architetti veri, quelli che sanno e sentono la gioia della
creazione, quelli che sognano di veder risorgere il regno della bellezza
e della misura nella nostra terra, quelli che la professione non hanno
scelto come un qualsiasi mestiere, ma ad essa sono stati tratti dal
divino dono dell’arte che fa prodigiosamente ricchi i loro spiriti,
mi comprendono bene; ed essi sono grati ai camerati che hanno lottato
per l’affermazione di un principio, per la valorizzazione di un
titolo, per la definizione della classe.
“Così, e così solo facendo, noi vediamo ormai assicurato
agli architetti italiani il diritto di essere sempre presenti nella
vita pubblica e corporativa, non come minoranza sperduta nella grande
massa di colleghi, affini solo per circostanze professionali, ma come
entità a se, ben definita e alla pari se non superiore ad altre
categorie.
“In virtù degli ordini ricevuti e degli accordi presi coi
dirigenti, resta dunque bene inteso e chiaramente precisato quanto più
di una volta ho ripetuto sulle istruzioni ai Segretari provinciali riguardo
all’inquadramento.
“Tutti coloro che posseggono il titolo specifico di architetto,
comunque e dovunque conseguito e riconosciuto con la iscrizione negli
albi, se intendono far parte della grande famiglia Sindacale italiana
devono solo inquadrarsi nel Sindacato Architetti, così come al
Sindacato Architetti passano le quote dei contributi sindacali dovuti
per legge anche dai non iscritti al Sindacato.
“Coloro quindi che posseggono il titolo di architetto civile o
dottore in architettura, o comunque laureati o pareggiati, che ancora
rimanessero iscritti nei Sindacati ingegneri devono uscirne, perchè
tali sono gli ordini delle superiori gerarchie. E devono uscirne anche
se i locali dirigenti il Sindacato ingegneri, per uno sbagliato calcolo
tendente e svalutare i Sindacati architetti o per un male inteso spirito
di ospitalità, pensano e ordinano il contrario.
“È questa una posizione che è necessario sia assunta
netta e precisa e che intendiamo sia rispettata.
“I segretari provinciali dei nostri sindacati sono tenuti a denunciare
ogni violazione e, se occorre, a provvedere in merito.
“Gli ingegneri architetti, con tale e supremo titolo così
precisato nel loro documento di laurea, hanno diritto invece di inscriversi
nell’uno o nell’altro Sindacato secondo la tendenza prevalente
nel loro sentimento e nella loro pratica professionale; possono però
iscriversi contemporaneamente in tutti e due i sindacati se ciò
è ritenuto da loro utile e conveniente.
“Quanto a coloro che posseggono il titolo specifico di ingegneri,
e soltanto di ingegneri, ma per l’esercizio professionale, per
affinità di sentimento, per sensibilità di spirito si
sono dedicati all’architettura e desiderano servire il paese nelle
nostre file; noi siamo e saremo sempre ben lieti e fieri di accoglierli
tra noi; ma la loro domanda deve essere presentata al Direttorio Provinciale
che deve in tal modo essere certo di limitare le iscrizioni a coloro
che effettivamente facciano dell’architettura e non la semplice
edilizia civile.
“Forse a taluno parrà strano che non vi sia in ciò
reciprocanza; ed è invece chiarissimo.
“Noi abbiamo creato un organismo da proiettare nel futuro divenire
della nazione, più che una istituzione che debba esaurirsi in
se; e la costituzione di un Sindacato Architetti tende appunto ad una
vera grandiosa integrale costituzione di una classe omogenea e numerosa,
a cui deve esser affidata la bellezza delle creazioni edilizie del futuro.
“Le diversità di titolo e di provenienza, le pretese o
reali inferiorità, sono piccole questioni transitorie che scompariranno
con lo scomparire degli uomini; ma la classe e la sua funzione saranno
rimaste a testimonianza della visione lungimirante dei capi e degli
organizzatori di oggi.
“Per questo la nostra linea di condotta deve essere intransigente,
e per questo una tale intransigenza ha avuto ed ha la piena approvazione
dei nostri capi nel campo Governativo come in quello Sindacale.
“Quanto alla disciplina degli Albi, è nota la disposizione
della Legge.
“Gli Albi sono due perchè due sono le categorie e due i
Sindacati; tutti gli ingegneri laureati prima del 1926 hanno diritto
di esercitare l’architettura anche se inscritti nel solo albo
degli ingegneri, così come hanno diritto, secondo le norme di
legge e su semplice richiesta, di essere inscritti nell’albo degli
architetti anche senza far parte del Sindacato.
“Ma i laureati dal ’26 in avanti non possono essere inscritti
nell’albo degli architetti se non ne posseggono il titolo specifico.
“Disposizione anche questa ben chiara, che le Giunte Sindacali
di prossima nomina faranno rispettare con severità intransigente.
“Così come, son certo, le Giunte Sindacali funzionando
da Consigli dell’Ordine, faranno dei nostri Sindacati un esempio
di alta moralità professionale che sarà ammirata e invidiata
da ogni altra associazione.
“Nessun interesse affaristico consentiremo possa allignare al
coperto del Sindacalismo fascista, nessun’azione professionale
men che corretta, nessun compromesso con la coscienza. La professione
deve essere infatti esercitata dall’architetto con la stessa nobiltà
disinteressata con cui l’avvocato, nell’indossare la toga,
giura di tutelare l’interesse della vedova e del minore.
“Dalla elevatezza indiscussa delle nostre azioni e delle nostre
aspirazioni ne deriverà allora al Sindacato un tale prestigio
e un tale decoro, che spontaneamente saranno risolte tante difficoltà
che oggi ancora qualche Sindacato incontra nella sua via. Per esempio
la partecipazione a tutte le commissioni cittadine che hanno attinenza
alla nostra attività culturale e professionale; la rappresentanza
nei consigli provinciali d’Economia, per i quali già a
suo tempo la Segreteria Generale fece i passi relativi ed ebbe l’approvazione
di amici parlamentari, e finalmente la partecipazione ufficiale nelle
Consulte comunali, non essendo possibile immaginare che in una qualsiasi
città, ai problemi dell’amministrazione che involgono in
qualche modo i problemi dell’arte e dell’edilizia siano
estranei gli architetti.
“Ecco dunque un compito, camerati segretari, affidato alla vostra
saggezza e alla vostra vigile cura; voi dovete essere sempre pronti
a segnalare alla locale autorità confederale la opportunità
di agire, ma dovete ancora col vostro tatto e con l’aureola di
simpatia e di fiducia che saprete creare intorno all’opera vostra,
riuscire ad ottenere spontaneamente quanto richiederete.
“Ed a tutti gli altri camerati e colleghi inscritti nel Sindacato,
siano o non siano compresi nelle formazioni dirigenti, io ricordo che
hanno il dovere di collaborare allo stesso scopo, ciascuno nella cerchia
delle proprie aderenze personali.
“So che quant’io dico è già in gran parte
e in molti centri raggiunto; ma senza entrare in dettagli e senza elencare
il tanto bene che molti sindacati hanno già ottenuto e il poco
male di cui altri sono ancora angustiati, mi limito a porre la questione
generale certo che sarà da tutti intesa e risolta.
“Così pure calorosamente io raccomando l’intesa cordiale
e fattiva con i sindacati degli artisti e degli ingegneri.
“Ormai nessuna questione d’arte e di edilizia cittadina
dovrebbe essere dibattuta senza una preventiva e affiatata azione dei
tre sindacati. Valga anche per questo l’esempio di Roma; proprio
oggi qui presso si riuniscono i tre direttori per lo studio di vitali
questioni cittadine; e le autorità statali e governatoriali non
potranno fare a meno, ne siamo certi, di tenere nel massinso calcolo
ciò che dalla importante riunione sarà per essere deliberato.
“Ma un altro grande esempio mi piace segnalare qui del resultato
che può raggiungersi con una leale collaborazione.
“Parlo della gravissima questione della Legge per i lavori in
cemento armato.
“A tutti sono note le disposizioni del D. L. che costituivano
una evidente gravissima violazione della legge fondamentale sul titolo.
“Alle prime notizie allarmanti molti furono i segni di preoccupazione
e di malcontento, e taluno dei colleghi insorse perfino chiedendo il
Congresso Nazionale.
“Come sempre la segreteria aveva la sua tattica già prevista
e lasciò che le buone ragioni si facessero strada, aiutandole
senza passi falsi; ed ebbe, come è noto il conforto di un significativo
voto della autorevole Commissione edilizia di Roma, ed ebbe l’aiuto
della Direzione della Scuola Superiore di Architettura, ma ebbe sopratutto
prezioso e carissimo, il consenso paterno del Segretario Generale del
Sindacato Ingegneri, dell’eroico e purissimo On. Ernesto Galeazzi,
alla cui sacra memoria che ogni fascista devotamente venera, mando ancora
una volta il commosso e reverente saluto.
“Fu il compianto camerata e furono i suoi colleghi del Direttorio
Nazionale, persuasi di un interesse ben più alto e più
significativo, di una meschina gelosia professionale, ad accogliere
integralmente la proposta del Vostro Segretario Nazionale che, la difesa
della roccaforte della Legge, anteponeva appunto ad ogni altra considerazione;
e fu ancora il compianto Camerata a fare sua nel testo della Legge di
cui era relatore parlamentare, la formula proposta da noi.
“Oggi non posso precisare ancora quale sarà la definitiva
formula che nel nuovo testo in sede di conversione in Legge del R. D.,
Sua Eccellenza il Ministro Giuriati sarà per introdurre definitivamente.
Ma a lui che ieri stesso mi faceva l’onore di trattenermi sull’argomento,
io so e sento di potere esprimere il fervido ringraziamento degli architetti
italiani, perchè ho la convinzione che in ogni modo sarà
salvaguardato il diritto riconosciuto dalla legge e sarà fatta
salva la dignità dell’architetto, rendendo possibile agli
architetti italiani di giovarsi del sistema del cemento armato per ricercare
la nuova espressione dell’architettura di domani.
“Un altro ringraziamento lo devo pubblicamente a S. E. Giuriati,
che, non appena uscito il R. D. 23 Ottobre 1927 per il contenuto della
Legge sul titolo e della Legge Sindacale, si affrettava a dare ufficiale
riconoscimento al nostro Sindacato Nazionale chiedendo i nomi per i
rappresentanti del Sindacato stesso nel seno della Commissione Centrale,
quella Commissione che deve rappresentare un poco il supremo consesso
della disciplina morale e politica degli inscritti al Sindacato.
“Quanto alla rappresentanza ufficiale del Sindacato, del resto,
è ormai una norma costantemente applicata da tutti gli organi
statali e dal Governatorato di Roma; e per questo io confido che diverrà
norma in tutte le amministrazioni provinciali e podestarili.
“Al Sindacato sono stati chiesti infatti dal Governatore i nomi
per le Commissioni d’arte e di edilizia cittadine; e dal Ministro
della Pubblica Istruzione sono stati chiesti i nomi per i componenti
la Commissione per gli Albi; al Sindacato il Ministro Guardasigilli
chiederà per legge i nomi per i componenti le Giunte Sindacali;
al Segretario Nazionale del Sindacato il Ministro degli Esteri ha affidato
la delegazione ufficiale del Governo italiano per il Congresso Internazionale
d’architettura dell’Aja; così come ieri il Ministro
della Pubblica Istruzione inviava a Madrid a rappresentare il Governo
italiano alle onoranze a Goya il Segretario nazionale del Sindacato
Artisti.
“Quanto cammino dalle prime incomprensioni e dalle prime resistenze....
burocratiche!
“Del Congresso dell’Aia fu a suo tempo dato ampio resoconto;
basta qui ricordare che i numerosi architetti italiani intervenuti vi
furono accolti molto festosamente, parteciparono molto proficuamente
a tutti i lavori del Congresso, e valorizzarono in sommo grado l’ordinamento
sindacale italiano che fu invocato come esempio da altre nazioni.
“Del prossimo Congresso degli Studi Romani che si terrà
il 21 dirò che ho accettato di presentare una relazione e una
proposta formale per la costituzione di un Ente per gli studi urbanistici,
semplicemente perchè della futura organizzazione i Sindacati
degli architetti, degli ingegneri e degli artisti dovranno essere massima
parte, e i Sindacati degli architetti, anzi, come quelli che più
direttamente sono interessati alla formazione delle belle città
dell’avvenire, dovranno essere un poco i vessilliferil.
“Dovrei ancora trattenermi sulla cronaca dettagliata della nostra
vita sindacale; ma già questa relazione, di cui spero non sfugga
l’importanza, si va dilungando oltre misura. E abbrevio accennando
appena:
1. - Che alla preparazione e al bando di parecchi concorsi non siamo
rimasti estranei, così come siamo intervenuti e interverremo
ogni volta che le norme non risultino chiare e non suscettibili di equivoci
pericolosi;
2. - Che il Sindacato di Roma organizzò nello scorso anno una
riuscitissima mostra provinciale che testimoniò della vitalità
e della nobiltà di intento dei numerosi architetti inscritti.
3. - Che finalmente in questi giorni la Segreteria Nazionale ha patrocinato
una mostra di architettura razionale organizzata da un gruppo di inscritti
al Sindacato, affermando così che nella famiglia sindacale hanno
diritto di cittadinanza tutte le tendenze, tutte le scuole e tutti i
tentativi se nobilmente intesi alla ricerca di quello che bene ha detto
S. E. Bottai nel suo caldo saluto, deve essere lo stile del nostro tempo,
o meglio ancora del tempo che verrà.
“Della magnifica soluzione data al problema della stampa di classe
è stata data ampia notizia sulla Rivista medesima.
“Mi limiterò ancora una volta a ringraziare l’editore
Dott. Tumminelli che la Rivista e i suoi mezzi ha messo a nostra completa
disposizione, e aggiungerò la sollecitazione ai segretari provinciali
perchè vogliano regolarmente inviare materiale per le cronache
sindacali e segnalare quanto più interessa la classe, nonchè
provvedere ad assicurare alla Rivista numerosi abbonamenti.
“Il passaggio al Sindacato della “Rivista dei Cultori di
Architettura” è stato seguito anche da una radicale trasformazione
di questa gloriosa Associazione; Roma diede anche in questo l’esempio;
con rapidità di direzione ed unanimità di consensi, l’Associazione,
benemerita di tante proficue ricerche e di tante vittoriose battaglie,
diveniva Circolo di Cultura del Sindacato assicurando così a
quest’ultimo il prezioso concorso di insigni studiosi e il largo
contributo di mezzi atti alla diffusione della cultura e alla riuscita
della buona battaglia.
“Successivamente Napoli e Milano seguirono l’esempio e le
altre grandi città si apprestarono a costituire il loro Circolo
di cultura modellato sullo Statuto tipo che da Roma è stato inviato
ai Segretari Provinciali.
“Così ogni Sindacato deve avere il suo centro di convegno
e di raccolta di quanti si interessano professionalmente dei problemi
di arte e di edilizia, e nell’atmosfera serena creata dagli studiosi,
deve guidare ogni azione che quei problemi investono, demandandola appunto
al Circolo di Cultura che deve essere però una precisa emanazione
del Sindacato.
“Con l’applicazione di un decreto del Ministero delle Corporazioni
di prossima pubblicazione, i nostri Sindacati si raggrupperanno in formazioni
regionali; minore dispersione di forze, quindi, e maggiore autorità
di nomi e di massa.
“Ma i gruppi provinciali devono sussistere come elementi del Sindacato
regionale, distinti per provincia perchè distinti devono essere
negli albi professionali, perchè distinti devono svolgere la
loro opera di vigilanza e di azione là dove la loro opera necessita.
“Veramente il primo Congresso avrebbe dovuto essere meglio convocato
a inquadramento completo; ma se ciò non è stato possibile,
noi sappiamo che, anche ammesso che in qualche centro siamo ancora in
difetto di procedura formale, la compagine della nostra grande famiglia
è ormai salda e compatta, le selezioni sono già avvenute
virtualmente, e la fiducia dei capi può assisterci con la fiducia
di una ubbedienza disciplinata e severa.
“Ad essi dunque io esprimo in vostro nome, camerati di tutta Italia,
la immutata gratitudine della Classe, così come al Duce, che
il nuovo volto della Patria sta plasmando con la sua volontà
infiammata, io offro per tutti gli architetti italiani la consapevole
dedizione delle loro virtù migliori, delle loro aspirazioni più
alte, delle realizzazioni loro più nobili e possenti”.
Al termine della lettura tutti gli intervenuti in piedi acclamano il
segretario generale e l’acclamazione è ripetuta quando
l’avv. De Bernardis dichiara ed interpreta gli applausi come un
voto di consenso e di riconferma del suo mandato all’Arch. Calza
Bini.
Domanda la parola Aloisio di Udine per chiedere che la relazione del
Segretario Generale venga pubblicata e distribuita a tutti i Sindacati,
proposta che viene approvata per acclamazione.
Non avendo nessun altro congressista domandata la parola sulla relazione
stessa, si passa alla trattazione dei singoli temi proposti al Congresso;
il Presidente invita il Prof. Giovannoni a svolgere il tema a lui affidato
sui piani regolatori.
I PIANI REGOLATORI
Salutato da vivi applausi, l’oratore entrando subito nel vivo
della questione, svolge i seguenti concetti:
“Segnale la vitalissima importanza del tema da cui dipende lo
sviluppo delle moderne città italiane nell’avvenire, e
dell’altro lato, la conservazione del loro mirabile carattere
di arte e di ricordi in cui le ha composte il passato. Ai tanti danni
che negli ultimi decenni si sono prodotti, per una insufficiente preparazione
in questo vasto campo, nel quale il fenomeno dell’urbanesimo ha
di tanto proceduto la scienza e l’arte urbanistica, contrappone
la nuova coscienza che ormai si va formando in Italia e che si esprime
in concorsi, in studi, in pubblicazioni, in un confortante movimento
di pensiero che ovunque si manifesta.
“A determinare la complessità del tema, illustra alcuni
postulati relativi al suddividersi dello studio in temi minori, quali
la formazione di un piano regionale, lo sdoppiamento nelle varie arterie
dei vari tipi di traffico, la ripartizione dei vari quartieri secondo
diverse zone fabbricative, i criteri di estetica o monumentale o pittoresca,
e sopratutti i sistemi per l’avviamento della nuova edilizia che
si innesta all’antico nucleo, dando al vecchio ed al nuovo la
possibilità di vivere nel proprio ambiente senza contrasti e
senza interferenze.
“Afferma che tali problemi debbono in Italia, come lo sono all’estero,
essere anzitutto di competenza degli architetti, pur nella collaborazione
coi tecnici specialisti dei vari impianti e dei vari mezzi di comunicazione;
ma ne trae la dimostrazione che debba intensificarsi ognor più
la preparazione adeguata nelle scuole e nelle opere di cultura del sindacato,
con le pubblicazioni, con le conferenze, col promuovere sempre più
i pubblici concorsi per i piani regolatori, con la formazione di uffici
urbanistici nelle principali città. E, dallo studio delle caratteristiche
edilizie dei centri italiani, spesso mirabili per logica e per armonia
artistica, ritiene debba sorgere tutta una nuova scuola nostra, che
ci svincoli anche in questo dalla imitazione dall’estero.
“Questa opera di divulgazione e di propulsione deve estendersi
dagli architetti al pubblico e segnatamente alle classi dirigenti, che
dalle questioni urbanistiche che debbono alfine intendere l’importanza
immensa a debbono secondare efficacemente, coi programmi amministrativi
e finanziari lo svolgersi razionale dei piani regolatori. Solo allora
potremo dire che le città italiane saranno salve dai danni degli
improvvisatori e degli interessati, che troppo spesso vogliono arbitrariamente
mutarne il carattere e costringerne lo sviluppo, e potranno nuovamente
unire la utilità con la bellezza”.
La dotta relazione è salutata da vivissimo consenso; l’Arch.
Calza Bini ringrazia il Prof. Giovannoni, Maestro caro a tutti gli studiosi
d’Italia, per aver voluto portare nei lavori del Congresso, la
nobiltà delle sue concezioni.
L'Arch. Pantaleo di Napoli si associa al plauso tributato all’illustre
studioso. Ricorda la relazione sullo stesso tema, che egli ha presentato
a nome del Sindacato di Napoli e chiede tra le approvazioni generali
che la relazione Giovannoni sia pure pubblicata e distribuita a tutti
i sindacati.
L’Arch. Medori a conclusione delle discussioni presenta il seguente
ordine del giorno:
“Il congresso nazionale dei Sindacati degli Architetti, riunito
per la prima volta in Roma, udita la relazione fatta dal Prof. Giovannoni,
membro del direttorio del Sindacato di Roma, in materia di piani regolatori,
constatato che, mai come adesso il risveglio dell’attività
edilizia è stato forte e sentito da tutti per l’impulso
dato dal fascismo a tutte le attività intellettuali del lavoro,
fa voti perchè i Sindacati degli Architetti siano chiamati collegialmente
a dare il contributo della loro competenza professionale nella grande
opera di costruzione, che lo Stato si accinge ad attuare attraverso
ad una sana e continua politica del lavoro”.
L’ordine del giorno è approvato.
I CONCORSI
Sul secondo tema dei concorsi riferisce brevemente l’Architetto
Venturi di Roma, il quale, accennando alle condizioni in cui si trova
l’Architettura in Italia e all’importanza delle pubbliche
gare, fa voti, che il Sindacato architetti promuova una larga azione
perchè il sistema di concorsi sia sempre applicato quando si
tratti di opere pubbliche di carattere artistico ed architettonico.
Segue Torres di Venezia che presenta un suo elaborato per un regolamento
dei concorsi di architettura contenente 16 capitoli sui vari titoli
del regolamento, e 12 punti fondamentali riguardanti la forma e la modalità
dei concorsi.
Melis di Torino osserva che 4 soli dovrebbero essere secondo lui i punti
fondamentali da tener presenti, vertenti specialmente: sulla sincerità
del Concorso e sulla abolizione della anonimia; sulla competenza dei
sindacati a predisporre i bandi e a nominare la giuria; sulla limitazione
degli elaborati da richiedere concorrenti, con una eventuale suddivisione
in due gradi dei concorsi; e finalmente sulla necessità che la
direzione dei lavori venga affidata allo stesso vincitore per la maggior
garanzia dell’esatta interpretazione dei progetti.
Sull’argomento dei concorsi parlano anche, attentamente ascoltati,
l’Arch. Canizzaro che invoca un codice dei concorsi e cita l’esempio
delle associazioni professionali inglesi; Negri, che ricorda lo studio
che per il regolamento dei concorsi è stato diligentemente compiuto
dalla Associazione dei Cultori di Architettura in Roma; Pantaleo, che
presenta a nome del Sindacato di Napoli, una relazione invocante la
legge per i concorsi; ed in fine Rocco e De Finetti di Milano, Del Debbio,
Boni e Giaccio di Roma.
Riassume la discussione Calza Bini, assicurando che sarà compito
del direttorio nazionale raccogliere le proposte dei vari sindacati
e compilare uno schema di programma per l’azione da svolgere presso
tutti i pubblici uffici, affinchè il sistema di concorsi per
le opere di architettura abbia la più grande diffusione col controllo
dei Sindacati Nazionali. Ricorda l’azione già svolta in
tal senso e manda un voto di plauso al Ministro Ciano per il bando di
concorso emanato per il Palazzo delle Poste di Napoli.
LE SCUOLE SUPERIORI DI ARCHITETTURA
Sulle scuole superiori di architettura parla l’Architetto Calza
Bini, e dichiara non poter riferire dettagliatamente su quanto si sta
preparando per il funzionamento delle scuole stesse, in quanto la commissione
governativa all’uopo nominata dal Ministro della P. I., non ha
ancora presentate le sue conclusioni.
Poichè, però, nelle sue qualità di rappresentante
il sindacato, egli sarà il relatore della commissione, assicura
i camerati intervenuti che il sindacato darà opera affinchè
quello che era ed è il caposaldo dell’azione sindacale
per la formazione della grande classe degli Architetti Italiani, la
creazione cioè delle Scuole di Architettura, sarà norma
e guida per la vita dei sindacati.
Fagnoni, Brizi e Chiaromonti di Firenze e Torres di Venezia ringraziano.
Melis, dolente di avere il coraggio di portare una nota in genere poco
accetta, osserva che le naturali sedi degli studi d’Architettura
di carattere superiore dovrebbero rimanere, come furono fin ora, le
sezioni di Architettura dei Politecnici e delle Scuole d’Applicazione
per gl’Ingegneri.
Il Prof. Giovannoni osserva che dette sezioni di architettura virtualmente
esistenti da moltissimi anni, non diedero in molte Università
buoni risultati ed andarono deserte o quasi. In realtà lo studio
dell’Architettura, pur dovendo inglobare integralmente tutte le
cognizioni scientifiche necessarie per poter con piena competenza ideare
ed eseguire edifici di carattere anche modernissimo e quindi tecnicamente
difficile; tuttavia, essendo sopratutto arte, esige un abito mentale
molto diverso da quello abituale ai tecnici puri e per conseguenza ha
bisogno di un ambiente di formazione del tutto autonomo avente caratteri
assolutamente propri.
QUESTIONI VARIE TRATTATE DAL CONGRESSO
Successivamente, ancora sui temi dei concorsi, dei piani regolatori
e su altri aspetti dei problemi edilizi di maggiore attualità,
parlano gli Arch. Passarelli, Negri, Venturi e Lesciutta di Roma, Torres
di Venezia, Aloisio di Udine, Chiaramonti e Brizi di Firenze, Rocco
di Milano, Pantaleo di Napoli, il quale insiste particolarmente sulla
necessità della sorveglianza per parte del sindacato, sull’architettura
delle costruzioni rurali, specialmente in occasilone delle prossime
concessioni di credito agrario. L’Arch. Calza Bini riassume sempre
le discussioni concretando la formulazione dei voti. Il Congresso a
conclusione di tutto ciò ed unanimemente, approva le seguenti
deliberazioni:
I°) Il Congresso fa voti perchè in tutti gli uffici preposti
ai pubblici lavori, sia istituito uno speciale ufficio progetti con
a capo un architetto, il quale, con la sua particolare sensibilità
e versalità, possa intervenire in difesa di tutto quanto abbia
attinenza con l’arte e l’estetica cittadina.
II°) Il Congresso, preoccupato della grave e generale crisi edilizia
che non accenna ancora a risolversi, tanto nell’interesse sociale
quanto in quello sindacale, fa voti che i provvedimenti che il Governo
Fascista ha presi o sta per prendere, valgano a risollevare dall’attuale
letargo, l’industria edilizia nazionale, e si augura che, a migliorare
la parte estetica delle costruzioni, i Comuni possano istituire speciali
premi per gli edifici esteticamente migliori.
III°) Il Congresso, appresi con leggittima soddisfazione i provvedimenti
che sono stati adottati per la rinascita agraria, specialmente nel Mezzogiorno,
ritenendo che sia compito del Sindacato vigilare che sia tutelata anche
la bellezza del paesaggio italiano, fa voti che per tutte le costruzioni
che dovranno essere eseguite per le bonifiche e per lo sviluppo nelle
borgate rurali, si assicuri una forma artistica, che, nella sua assoluta
semplicità, aderisca al paesaggio, contribuendo anzi alla bellezza
della linea paesistica stessa. E pertanto richiede che alle commissioni
per il credito agrario partecipi un architetto.
IV°) Il Congresso, esaminate le varie e complesse ragioni che inceppano
lo sviluppo dell’Industria edilizia, ritiene di dover richiamare
l’attenzione delle superiori gerarchie anche sulla questione dei
prezzi dei materiali, il cui aumento ingiustificato contribuisce, insieme
al permanere di condizioni vincolistiche degli affitti, ad impedire
quella larga e feconda ripresa dell’attività costruttiva
quale è richiesta dall’aumento demografico del paese.
V°) A complemento delle comunicazioni fatte sull’importantissima
questione dei Piani Regolatori, il Congresso, ritenuto che, fondamentale
principio per l’attuazione dei piani medesimi sia la base finanziaria,
che ne consenta la più ampia e completa concezione; considerato
che la legislazione attuale permette da un lato la espropriazione iniqua
a prezzi di troppo inferiori al normale valore e dall’altro acconsente
l’ingiustificato eccessivo arricchimento di proprietari di terreni
beneficati dalle opere ed impianti pubblici, fa voti che nella nuova
legislazione:
a) sia introdotto un sistema che renda possibile il rapido esproprio
di terreni e fabbricati da demolire solo col pagamento del giusto prezzo
delle proprietà stesse;
b) sia costituito per legge in entità unica il Consorzio dei
piccoli proprietari di più lotti, specialmenti quando si tratta
di agglomerati edilizi da abbattere per il risanamento di vecchi quartieri;
c) siano messe in grado le amministrazioni cittadine di disporre dei
finanziamenti necessari per provvedere a vaste espropriazioni di terreni,
costituendo così un demanio comunale che sia preziosa riserva
di ricchezza per il futuro.
NOMINA DEL DIRETTORIO NAZIONALE DEI SINDACATI ARCHITETTI
Prima di chiudere l’importante seduta il Presidente De Bernardis
da lettura di una lista di nomi proposti per il Direttorio Nazionale
dei Sindacati.
L’Assemblea li approva a grandissima maggioranza.
Essi sono:
Brioschi Diego - Boni Giuseppe - Chierici Gino - Fabiani Massimiliano
- Fagnoni Raffaello - Fichera Francesco - Magni Giulio - Milani Gian
Battista - Stacchini Ulisse - Sullam - Venturi
Calza Bini: Segretario Nazionale Generale.
Tra gli applausi l’assemblea è sciolta.
LA GIORNATA DI DOMENICA 15 APRILE
Dopo una cordiale seduta di congedo svoltasi la mattina presso la Sede
dell’Associazione Cultori di Architettura, i congressisti si riuniscono
a cordiale e frugale simposio sotto uno dei mirabili viali della Villa
Celimontana, ove fra la generale letizia si rinsaldano i vincoli di
fraternità degli architetti italiani.
Nel pomeriggio, i congressisti si recano successivamente a visitare
due fra i più importanti lavori di liberazione e ripristino di
monumenti romani, attualmente in corso. Prima, quello del Foro di Traiano,
con la preziosa illustrazione del Senatore Corrado Ricci, coadiuvato
dal Professor Quirino Giglioli. I congressisti hanno il modo di ammirare
un interessantissimo insieme di costruzioni, su cui esistevano, fra
gli studiosi, controversie, ora appianate. Si tratta di una delle due
esedre terminali del Foro di Traiano, separata mediante una via con
andamento semicircolare, da un curiosissimo e sufficientemente conservato
edificio, antico mercato. Gli illustratori chiariscono, come, essendosi
dovuto all’epoca di Traiano, procedere al taglio del monte (in
corrispondenza all’attuale Magnanapoli) che occupava l’area
prescelta pel Foro, s’imponesse la necessità di sostenere
la spinta delle terre; e come si pensasse di erigere a tale scopo l’anzidetto
edificio addossato al monte, a piani sovrapposti e con un solo corpo
di fabbrica semicircolare secondo l’andamendo dell’antistante
esedra del foro, suddiviso da muri radiali in settori circolari, quasi
piccole celle disimpegnate da corridoi interni, ciascuna da adibirsi
a bottega. I vari piani del mercato erano messi in comunicazione mediante
rampe e scale e gli ambienti interni erano usati come cantine o magazzini.
Sopra la cerchia del mercato correva la “Via Biberatica”;
ed a monte, verso l’attuale torre delle Milizie, sorgevano altri
edifici, pure facenti parte del mercato, ora messi in luce chiaramente.
L’insieme di tali frammenti costituisce una zona archeologica
interessantissima che viene vivamente ammirata dai congressisti.
Successivamente, l’Arch. Calza Bini invita i colleghi a visitare
le opere di ripristino e liberazione del Teatro di Marcello che si vanno
svolgendo sotto la sua direzione personale, ed egli stesso è
guida preziosa nell’illustrare le peculiari caratteristiche dell’Edificio
che appare ormai libero dalle congerie di costruzioni parassitarie che
fino a poc’anzi lo opprimevano. Il Calza Bini mostra ai congressisti
i rilievi eseguiti in seguito ai nuovi studi, che correggono o completano
la conoscenza del monumento.
Terminate le visite, il I° Congresso Nazionale dei Sindacati degli
Architetti, si scioglie.
ASSEMBLEA GENERALE DEL SINDACATO DI ROMA E PROVINCIA.
Il giorno 9 aprile nella Sede del Sindacato in Via degli Astalli ha
avuto luogo l’assemblea Generale dei Sindacati di Roma e Provincia,
durante la quale è stato approvata con molti applausi la relazione
del Segretario uscente Arch. Corrado Medori e quella del triumvirato
di transizione, esposta dall’Arch. Vincenzo Fasolo.
L’assemblea per acclamazione, nominò il nuovo direttorio
nelle persone degli Architetti: Bobbio, Boni, Del Debbio, Giovannoni,
Medori, Venturi, Zaccagna. L’Arch. Vincenzo Fasolo fu nominato
Segretario Provinciale.
L’assemblea era presieduta dall’Avv. Comm. De Bernardis,
fiduciario provinciale dei Sindacati Intellettuali; era altresì
presente l’Arch. Alberto Calza Bini, Segretario Generale del Sindacato
Nazionale Architetti.
COMMISSIONE PER LE ISCRIZIONI NEGLI ALBI DEGLI ARCHITETTI
Sulla vitalissima questione, che tanto interessa la nostra classe,
della formazione degli Albi degli Architetti, è opportuno che
gli iscritti al Sindacato siano edotti delle varie vicende relative
al funzionamento della Commissione ministeriale istituita ai termini
della Legge 24 giugno 1923.
La lettera del chiarissimo Prof. Giovannoni, presidente della Commissione
suddetta, di cui qui si pubblica copia, espone lucidamente quale sia
lo stato dei lavori, e riassume le ragioni dell’avvenuta interruzione
dei lavori stessi; ragioni, ora, finalmente in parte eliminate:
Roma, 6 aprile 1928.
Chiarissimo Signor Gran Uff. Prof. A. Calza Bini Segretario del Sindacato
Naz. Fascista degli Architetti
“Ritengo opportuno che Ella sia edotto dell’opera svolta
dalla Commissione ministeriale, da me presieduta, incaricata delle iscrizioni
nell’Albo degli Architetti; ed insieme desidero riassumerLe le
ragioni, già del resto, a Lei note, della interruzione intervenuta
in questi nostri lavori, da cui derivano così gravi ed intollerabili
inconvenienti per la classe degli Architetti.
“Nell’anno decorso ed ai primi del corrente anno la Commissione,
dapprima, sotto la presidenza del compianto Prof. Manfredi, poi sotto
la mia, ha tenuto circa 60 sedute giornaliere. Sono state in esse quasi
compiutamente condotte a termine le iscrizioni per gli Albi del Lazio
e della Lombardia, e sono state infatti regolarmente comunicate per
la trasmissione alle varie Corti d’Appello. È stato inoltre
compiuto un primo ampissimo esame per le seguenti regioni: Toscana,
Veneto, Piemonte, Liguria, sicchè per esse poco manca ormai per
raggiungere risultati definitivi. Sono invece ancora da iniziare gli
esami dei titoli dei candidati per l’Emilia, la Venezia Giulia,
la Venezia Tridentina, la Campania, le Marche, l’Umbria, le Puglie,
la Basilicata, la Calabria, la Sicilia, la Sardegna.
“Da un computo sommario del numero dei candidati, ritengo che
il lavoro compiuto sia ormai superiore a quello da compiere ancora;
e che per questo siano da prevedersi circa 10 sessioni di 5 o 6 giorni
ciascuna, il che porterà certo, date le occupazioni di ciascuno
di noi, un minimo di tempo di circa 5 mesi, da computarsi dal giorno
in cui il Ministero ritenga possibile il nuovo inizio dei lavori. Nei
riguardi dei consulenti regionali ritengo che siano necessarie da 20
a 25 loro convocazioni a Roma.
“Io spero che la proroga recentemente concessa, con R. D. L. del
5 gennaio 1928, n. 13, per la presentazione delle domande di iscrizione
agli Albi non verrà a protrarre di molto le operazioni della
Commissione. Converrà tuttavia risolvere il quesito se detta
concessione vada interpretata nel senso di consentire presentazione
di titoli suppletivi anche a coloro che tale domanda già abbiano
fatto regolarmente ed in particolare a coloro su cui già siasi
pronunciato negativamente il giudizio; nel qual caso evidentemente dovrebbe
per moltissimi casi riprendersi l’istruttoria; ed il lavoro della
Commissione ne risentirebbe un ritardo notevole.
“Tutto questo tuttavia vale se la Commissione potrà riprendere
al più presto i suoi lavori e condurli avanti con continuità.
Invece fino ad oggi nessuna decisione è intervenuta da parte
del Ministero della Istruzione che consenta di riconvocare la Commissione
stessa.
“Sta invece di fatto che i nostri lavori sono sospesi da oltre
tre mesi; ma lo sono per una disposizione tassativa della Direzione
generale per l’Istruzione superiore, che ha ritenuto essere impossibile
procedere alla convocazione. E la ragione che mi è stata allegata
riflette quella, che proviene dal Ministero delle Finanze, consistente
nel rifiuto di ogni assegnazione dei fondi occorrenti pel funzionamento
della Commissione: strana e non equa ragione invero, quando si pensi
che gran parte dei candidati ha versato a tal scopo contributi che sommano
a cifre cospicue, forse dieci volte superiori a quelle che ora occorrerebbero
per le spese necessarie!
“Da questo stato di cose occorre assolutamente uscire, ed io ho
fatto finora, in pieno accordo con Lei, tutte le pratiche possibili
per eliminare gli ostacoli insorti, ma finora invano. In data 10 marzo
u. s. ho scritto al Ministro della P. Istruzione una relazione, di cui
Le comunicai copia, per precisare dati e fatti e per rappresentare il
disagio gravissimo che la sospensione arreca a tanti professionisti
ed al Sindacato stesso, che trovasi nella impossibilità di costituirsi
regolarmente. Ho poi verbalmente assicurato i funzionari che non solo
io, ma anche tutti i colleghi della Commissione ed i consultori delle
varie provincie avremmo volentieri anticipato di nostra tasca le quote
delle indennità per la convocazione della Commissione. Tutto
finora è stato inutile; ed io ho dovuto e debbo nel modo più
formale declinare ogni responsabilità per questo ritardo che
tende a prolungarsi sine die, dichiarando esplicitamente che la Commissione
da me presieduta ha fatto per intero il suo dovere ed è pronta
a riprendere con rinnovata lena il suo lavoro.
“Nella speranza che la Sua azione energica ed autorevole riesca
a risolvere queste difficoltà veramente umilianti, m’è
grato inviarLe i miei migliori saluti
dev.mo
GUSTAVO GIOVANNONI.
L’opera della Segreteria del Sindacato si svolgeva intanto assiduamente
ed infaticabilmente, come è stato ampiamente riferito nella relazione
presentata al Congresso Nazionale, per eliminare le difficoltà
così inopinatamente sorte e così chiaramente indicate
nella lettera del Presidente della Commissione. Essa si è rivolta
ai Ministeri di Grazia e Giustizia, della Istruzione e delle Finanze,
a cui ha rappresentato lo stato di gravissimo disagio recato al funzionamento
del Sindacato da un così ingiustificato ritardo. Siamo ora ben
lieti di dar notizia che dopo un ultimo colloquio avuto con l’intervento
dell’On. Rossoni, da S. E. il Ministro Volpi, la seguente lettera
diretta al Segretario Generale del Sindacato, ci ha dato notizia essere
tutte le difficoltà superate.
Preg.mo Arch. A. Calza Bini,
Segretario Generale
del Sindacato Nazionale Architetti
In relazione al Suo interessamento, Le comunico che, a seguito delle
intese corse col Ministero della Istruzione, per il fabbisogno supplettivo
per le spese di funzionamento delle Commissioni per la formazione degli
Albi degli Ingegneri ed Architetti, è stato stabilito di assegnare
un fondo complementare, per il volgente esercizio finanziario, di L.
50.000.
Il relativo provvedimento di bilancio sarà sottoposto all’esame
del Consiglio dei Ministri nella sua più prossima adunanza.
Cordialità
firmato: Volpi.
Dopo ciò la solerte Commissione Ministeriale si è subito
riconvocata ed il 1 Maggio ha nuovamente iniziato i suoi lavori, che
siamo certi saranno condotti rapidamente a termine.
A proposito di questi lavori e della portata del R. Decreto-Legge 5
gennaio 1928 che concedeva una proroga a tutto il 30 aprile 1928, è
opportuno riportare qui una lettera interpretativa del Ministero di
Grazia e Giustizia in risposta ad un quesito rivoltole dalla Commissione
suddetta:
“Sembra a questo Ministero che, essendo stato prorogato al 30
aprile p. v. il termine per la presentazione delle domande di cui in
oggetto, tutti indistintamente coloro che non abbiano, entro i termini
precedentemente stabiliti, presentata istanza di iscrizione negli albi
degli Ingegneri ed Architetti, possano fino al 30 aprile p. v. presentare
le domande stesse e i documenti relativi.
“Si ritiene del pari che non sia consentita la presentazione di
nuovi documenti a corredo di domande già presentate e non definite.
“Sullo specifico quesito poi, proposto col foglio sopra indicato,
si osserva che, essendo in sostanza il parere della Commissione un semplice
atto amministrativo, rientri nel criterio discrezionale della Commissione
stessa il ritornare o meno sulle deliberazioni prese in base a nuovi
elementi di giudizio che le fossero forniti, almeno fino a quando non
abbia trasmesso gli atti al Presidente del Tribunale e alle Giunte dei
sindacati a norma dell’articolo 68 secondo capoverso del Regolamento
23 ottobre 1925, n. 2537”.
La Commissione quindi ha nell’iniziare nuovamente i suoi lavori,
ottemperato alle condizioni suindicate, stabilendo altresì che
la proroga concessa con R. D. L. 5 gennaio 1928 si riferisse esclusivamente
alle domande in ritardo, ma non dovesse riaprire i termini fissati dalla
legge al 30 aprile 1927 relativi alla documentazione della attività
professionale.