FASCICOLO III - NOVEMBRE 1928
GUSTAVO GIOVANNONI : Un disegno inedito di Antonio da Sangallo, con 4 illustrazioni

UN DISEGNO INEDITO DI ANTONIO DA SANGALLO

In quella inesauribile miniera di elementi di studio per l’architettura del nostro Rinascimento che è la collezione di disegni architettonici della Galleria degli Uffizi, ed in particolare nella vasta raccolta che si riferisce all’opera di Antonio da Sangallo il giovane (Antonio Cordini) e del suo studio, un disegno, contrassegnato col N. 1684, eccelle sugli altri per bellezza e novità di composizione (1); ed il suo stile artistico e grafico, la calligrafia dei numeri della scala, i particolari, ad esempio, del modo di delineare e di ombreggiare le mensole o d’indicare in semi - prospettiva una cornice, consentono in modo perfettamente sicuro di assegnarlo appunto ad Antonio da Sangallo.
Trattasi di una facciata di palazzo monumentale, lunga palmi 138 (circa m. 30) ed alta p. 102 (circa m. 22,70); una zona basamentale bugnata in cui si aprono tre archi e quattro finestre, un primo piano con sei finestre (di cui sono evidenti i raffronti con quelle del Palazzo Farnese di Roma) e, nel mezzo, un grande arco; occhi rotondi e grandi stemmi occupano la zona sovrastante, fino alle fascie di piano e di davanzale dell’ultimo ordine di finestre arcuate semplici e modeste, su cui sporge la cornice di coronamento.
Nessuna indicazione diretta sta a dirci di quale lavoro si tratti. Certo il disegno non corrisponde a nessun edificio esistente, ed è quindi o progetto non eseguito ovvero appartiene ad un edificio poi distrutto o trasformato.
Varie circostanze tuttavia permettono di congetturare con qualche probabilità che si tratti di un palazzo progettato per Pierluigi Farnese nella nuova città di Castro. L’aspetto stesso della facciata che, mentre ha la nobile e solenne ricchezza adatta alla sede del signore di una città, non raggiunge la vastità di proporzioni che sarebbero richieste in centri come Parma e Piacenza; il tipo dello stemma e della corona in tutto analoghi a quelli disegnati dal Sangallo per la Zecca di Castro (al disegno N. 596); le affinità architettoniche col palazzo farnesiano di Roma avvalorano appunto tale congettura pur senza darle valore di certezza.
Invero tra i disegni sangalleschi che riguardano Castro, in mezzo a quelli che si riferiscono ai fabbricati della piazza principale, alla chiesa ed al convento di S. Francesco, alla Zecca, alle numerose case dei famigliari del duca, c’è (al N. 733) un bozzetto appena schematico di pianta di un grande palazzo - castello, che è di grandissimo interesse, sia perchè nell’innesto dei baluardi con l’edificio civile ricco ed aperto ci ricorda la concezione espressa nell’altro palazzo - castello di Caprarola, iniziato dal Sangallo e continuato dal Vignola, sia perchè nell’ampio vestibolo collegato col cortile ci mostra già la disposizione scenografica poi attuata in palazzi barocchi, quali l’Altieri ed il Barberini. Ma il bozzetto non ha nulla a vedere con la facciata di cui ci occupiamo, a meno che non supponga che questa rappresenti, in una successiva variante del progetto, la parte centrale della zona tra i due avancorpi, appunto come avviene nel palazzo Barberini; esso quindi non reca nessun argomento in favore dell’attribuzione della facciata stessa al palazzo ducale di Castro, e ci dà il solo contributo del comprovarci l’esistenza di progetti pel palazzo ducale. Sono del resto codesti i soli documenti, poichè Castro, come è noto, più non esiste.
Strana sorte quella di Castro! Nella storia delle città italiane rare volte è dato vedere un così diretto collegamento tra la vita edilizia e le fortune di una grande famiglia, una così drammatica vicenda di una rapida e rigogliosa fioritura, di una triste decadenza, di una distruzione completa (2). Nacque sul ceppo di un piccolo villaggio, tra il 1530 ed il 1550, seguendo le illusioni di sfruttamento minerario della regione e l’ascensione rapida ed i sogni megalomani della casa Farnese sotto il pontificato glorioso di Paolo III. Scrive Annibal Caro nel luglio del 1543 in una lettera al Tolomei: ... a Castro piglio molto diletto nel considerare i giramenti delle cose del mondo. Questa città, la quale altre volte che io vi fui per soffrire alle miniere mi parve una bicocca da zingari sorge ora con tanta e subita magnificenza che mi rappresenta il nascimento di Cartagine”.
Nel 1537 Pierluigi Farnese, che aveva acquistato Frascati da Lucrezia Borgia e l’aveva ceduto alla Camera Apostolica in cambio appunto di Castro, fu investito del ducato da Paolo III suo padre; e subito dopo, il dominio si completò con la signoria di Nepi, con la contea di Ronciglione, con la concessione di castelli e di altre citta, quali Gradoli, Montalto, Capodimonte, Valentano e Vignanello, Fabbrica, Corchiano ecc., già appartenenti all’Ospedale di S. Spirito in Roma. Fu questo il vero periodo di ricchezza e di sviluppo edilizio e monumentale di tutta la regione, che decadde quando Pierluigi nel 1545 andò, per sua disgrazia, a Parma e gli succedettero Ottavio ed Orazio; ebbe una vivace ripresa sotto il secondo cardinale Alessandro Farnese, ed un oscuro tramonto subito dopo, per la discesa politica e finanziaria della grande casata; finchè nel 1649, in seguito all’uccisione del vicario Cristoforo Giarda, Innocenzo X faceva conquistare Castro e ne ordinava l’abbattimento completo: eseguito in modo così radicale che ora della città nulla più rimane, nemmeno la colonna che vi fu poi eretta con la scritta: “Qui fu Castro”.
Per questo dunque le testimonianze grafiche riguardanti l’architettura di un così cospicuo centro sorto nella prima metà del Cinquecento di getto, sono veramente preziose; e non è privo d’importanza il potervi annoverare, sia pure con qualche dubbio, il disegno di cui ora ci occupiamo.
Questo, nello svilupparsi dell’arte del Sangallo, fecondissima e possente nel campo dell’architettura civile (3) ben più di quanto si conosca, reca speciali caratteristiche. Non è più la facciata a parete piena e liscia, da cui si modula libero il ritmo delle proporzioni delle porte e delle finestre, come nel palazzo Farnese di Roma, nel palazzo Baldassini, in quella del vescovo di Cervia, nella sua casa in Via Giulia anche in Roma, nel palazzo Farnese di Gradoli; ma la zona basamentale ha un robusto bugnato secondo il modello che Bramante aveva tracciato nel palazzo eretto per Raffaello e che Raffaello stesso ed il Sammicheli avevano, tra i discepoli del maestro, sistematicamente seguito. A questo concetto il Sangallo si era accostato nel palazzetto Leroy (la Farnesina dei Baullari), nella Zecca di Roma ed in quella suddetta di Castro ed in un altro importante edificio inedito, cioè la casa Dal Pozzo in Borgo nuovo; ma quì il bugnato acquista nuove movenze e si interrompe con grandi archi che danno quasi il carattere di loggia alla zona inferiore, con un’affinità veramente significativa col palazzo ora del Comune a Nepi (4), e gli archi sono intermezzati con piccoli vani rettangolari, secondo un motivo alterno che il Sangallo stesso ha seguito nel bel cortile presso S. Maria di Monserrato in Roma. In alto, le finestre “farnesiane” ad edicola, vicinissime l’una all’altra ed aventi in mezzo il grande arco trionfale che si imposta sulla loro cornice ricorrente, ci danno un grande motivo nuovo, in cui si accentua l’importanza del piano nobile - piano destinato ai ricevimenti ed alle feste - in contrasto con la semplice e la piccola altezza dell’ultimo piano, ed in cui, in particolare, acquista singolare valore, come avverrà nell’architettura seicentesca, il centro dell’edificio. Le grandi paraste laterali ravvivate dagli stemmi sostituiscono il bugnato d’angolo dell’abituale composizione sangallesca.
Non dunque nelle opere note e nelle attribuzioni già consolidate vanno cercati i raffronti di questa facciata delineata con così sicura e forte concezione, ma negli studi per costruzioni chiesastiche, in fabbriche ancora non conosciute quali opera del Sangallo, come appunto la casa Dal Pozzo testè accennata. Ed il disegno va acquisito come un vero caposaldo nella cognizione della multiforme attività artistica del più grande realizzatore dell’Architettura del Cinquecento.
GUSTAVO GIOVANNONI

(1) Debbo alla cortesia del chiarissimo Comm. Poggi direttore della Galleria degli Uffizi, al quale esprimo i miei più vivi ringraziamenti, di poter pubblicare il disegno; di cui dò una fedele riproduzione ed un completamento che ne restituisce la zona superiore con la cornice di coronamento, tagliata via nel disegno, e ne accentua con le ombre il chiaroscuro, sicchè ne dà l’effetto vero, necessariamente manchevole nell’originale, mutilo e scolorito.
(2) Sulla storia di Castro vedi MARI GHEZZI, Breve discorso, ecc., Ronciglione 1610; T. BLAUSIUS, Theatrum Civitatem Italiae, Amsterdam, 1662; FONTANINI, Dissertatio, etc., 1725; GROTTANELLI, Il ducato di Castro, Firenze, 1891; G. CARABELLI, Dei Farnesi e del ducato di Castro e Ronciglione, Firenze, 1865.
(3) Su queste caratteristiche e sulle principali suddivisioni dell’Architettura civile del Sangallo vedi un beve cenno nella conferenza L’ambiente architettonico del Palazzo Baldassini, a cura della Sezione di Roma dell’Associazione Nazionale degli Ingegneri ed Architetti italiani, Roma, 1924.
(4) Cfr. il mio articolo su San Tolomeo di Nepi, in “Rivista d’Architettura ed Arti decorative” anno VII.

torna all'indice generale
torna all'indice della rivista
torna all'articolo