UN DISEGNO INEDITO DI ANTONIO DA SANGALLO
In quella inesauribile miniera di elementi di studio per l’architettura
del nostro Rinascimento che è la collezione di disegni architettonici
della Galleria degli Uffizi, ed in particolare nella vasta raccolta
che si riferisce all’opera di Antonio da Sangallo il giovane (Antonio
Cordini) e del suo studio, un disegno, contrassegnato col N. 1684, eccelle
sugli altri per bellezza e novità di composizione (1); ed il
suo stile artistico e grafico, la calligrafia dei numeri della scala,
i particolari, ad esempio, del modo di delineare e di ombreggiare le
mensole o d’indicare in semi - prospettiva una cornice, consentono
in modo perfettamente sicuro di assegnarlo appunto ad Antonio da Sangallo.
Trattasi di una facciata di palazzo monumentale, lunga palmi 138 (circa
m. 30) ed alta p. 102 (circa m. 22,70); una zona basamentale bugnata
in cui si aprono tre archi e quattro finestre, un primo piano con sei
finestre (di cui sono evidenti i raffronti con quelle del Palazzo Farnese
di Roma) e, nel mezzo, un grande arco; occhi rotondi e grandi stemmi
occupano la zona sovrastante, fino alle fascie di piano e di davanzale
dell’ultimo ordine di finestre arcuate semplici e modeste, su
cui sporge la cornice di coronamento.
Nessuna indicazione diretta sta a dirci di quale lavoro si tratti. Certo
il disegno non corrisponde a nessun edificio esistente, ed è
quindi o progetto non eseguito ovvero appartiene ad un edificio poi
distrutto o trasformato.
Varie circostanze tuttavia permettono di congetturare con qualche probabilità
che si tratti di un palazzo progettato per Pierluigi Farnese nella nuova
città di Castro. L’aspetto stesso della facciata che, mentre
ha la nobile e solenne ricchezza adatta alla sede del signore di una
città, non raggiunge la vastità di proporzioni che sarebbero
richieste in centri come Parma e Piacenza; il tipo dello stemma e della
corona in tutto analoghi a quelli disegnati dal Sangallo per la Zecca
di Castro (al disegno N. 596); le affinità architettoniche col
palazzo farnesiano di Roma avvalorano appunto tale congettura pur senza
darle valore di certezza.
Invero tra i disegni sangalleschi che riguardano Castro, in mezzo a
quelli che si riferiscono ai fabbricati della piazza principale, alla
chiesa ed al convento di S. Francesco, alla Zecca, alle numerose case
dei famigliari del duca, c’è (al N. 733) un bozzetto appena
schematico di pianta di un grande palazzo - castello, che è di
grandissimo interesse, sia perchè nell’innesto dei baluardi
con l’edificio civile ricco ed aperto ci ricorda la concezione
espressa nell’altro palazzo - castello di Caprarola, iniziato
dal Sangallo e continuato dal Vignola, sia perchè nell’ampio
vestibolo collegato col cortile ci mostra già la disposizione
scenografica poi attuata in palazzi barocchi, quali l’Altieri
ed il Barberini. Ma il bozzetto non ha nulla a vedere con la facciata
di cui ci occupiamo, a meno che non supponga che questa rappresenti,
in una successiva variante del progetto, la parte centrale della zona
tra i due avancorpi, appunto come avviene nel palazzo Barberini; esso
quindi non reca nessun argomento in favore dell’attribuzione della
facciata stessa al palazzo ducale di Castro, e ci dà il solo
contributo del comprovarci l’esistenza di progetti pel palazzo
ducale. Sono del resto codesti i soli documenti, poichè Castro,
come è noto, più non esiste.
Strana sorte quella di Castro! Nella storia delle città italiane
rare volte è dato vedere un così diretto collegamento
tra la vita edilizia e le fortune di una grande famiglia, una così
drammatica vicenda di una rapida e rigogliosa fioritura, di una triste
decadenza, di una distruzione completa (2). Nacque sul ceppo di un piccolo
villaggio, tra il 1530 ed il 1550, seguendo le illusioni di sfruttamento
minerario della regione e l’ascensione rapida ed i sogni megalomani
della casa Farnese sotto il pontificato glorioso di Paolo III. Scrive
Annibal Caro nel luglio del 1543 in una lettera al Tolomei: ... a Castro
piglio molto diletto nel considerare i giramenti delle cose del mondo.
Questa città, la quale altre volte che io vi fui per soffrire
alle miniere mi parve una bicocca da zingari sorge ora con tanta e subita
magnificenza che mi rappresenta il nascimento di Cartagine”.
Nel 1537 Pierluigi Farnese, che aveva acquistato Frascati da Lucrezia
Borgia e l’aveva ceduto alla Camera Apostolica in cambio appunto
di Castro, fu investito del ducato da Paolo III suo padre; e subito
dopo, il dominio si completò con la signoria di Nepi, con la
contea di Ronciglione, con la concessione di castelli e di altre citta,
quali Gradoli, Montalto, Capodimonte, Valentano e Vignanello, Fabbrica,
Corchiano ecc., già appartenenti all’Ospedale di S. Spirito
in Roma. Fu questo il vero periodo di ricchezza e di sviluppo edilizio
e monumentale di tutta la regione, che decadde quando Pierluigi nel
1545 andò, per sua disgrazia, a Parma e gli succedettero Ottavio
ed Orazio; ebbe una vivace ripresa sotto il secondo cardinale Alessandro
Farnese, ed un oscuro tramonto subito dopo, per la discesa politica
e finanziaria della grande casata; finchè nel 1649, in seguito
all’uccisione del vicario Cristoforo Giarda, Innocenzo X faceva
conquistare Castro e ne ordinava l’abbattimento completo: eseguito
in modo così radicale che ora della città nulla più
rimane, nemmeno la colonna che vi fu poi eretta con la scritta: “Qui
fu Castro”.
Per questo dunque le testimonianze grafiche riguardanti l’architettura
di un così cospicuo centro sorto nella prima metà del
Cinquecento di getto, sono veramente preziose; e non è privo
d’importanza il potervi annoverare, sia pure con qualche dubbio,
il disegno di cui ora ci occupiamo.
Questo, nello svilupparsi dell’arte del Sangallo, fecondissima
e possente nel campo dell’architettura civile (3) ben più
di quanto si conosca, reca speciali caratteristiche. Non è più
la facciata a parete piena e liscia, da cui si modula libero il ritmo
delle proporzioni delle porte e delle finestre, come nel palazzo Farnese
di Roma, nel palazzo Baldassini, in quella del vescovo di Cervia, nella
sua casa in Via Giulia anche in Roma, nel palazzo Farnese di Gradoli;
ma la zona basamentale ha un robusto bugnato secondo il modello che
Bramante aveva tracciato nel palazzo eretto per Raffaello e che Raffaello
stesso ed il Sammicheli avevano, tra i discepoli del maestro, sistematicamente
seguito. A questo concetto il Sangallo si era accostato nel palazzetto
Leroy (la Farnesina dei Baullari), nella Zecca di Roma ed in quella
suddetta di Castro ed in un altro importante edificio inedito, cioè
la casa Dal Pozzo in Borgo nuovo; ma quì il bugnato acquista
nuove movenze e si interrompe con grandi archi che danno quasi il carattere
di loggia alla zona inferiore, con un’affinità veramente
significativa col palazzo ora del Comune a Nepi (4), e gli archi sono
intermezzati con piccoli vani rettangolari, secondo un motivo alterno
che il Sangallo stesso ha seguito nel bel cortile presso S. Maria di
Monserrato in Roma. In alto, le finestre “farnesiane” ad
edicola, vicinissime l’una all’altra ed aventi in mezzo
il grande arco trionfale che si imposta sulla loro cornice ricorrente,
ci danno un grande motivo nuovo, in cui si accentua l’importanza
del piano nobile - piano destinato ai ricevimenti ed alle feste - in
contrasto con la semplice e la piccola altezza dell’ultimo piano,
ed in cui, in particolare, acquista singolare valore, come avverrà
nell’architettura seicentesca, il centro dell’edificio.
Le grandi paraste laterali ravvivate dagli stemmi sostituiscono il bugnato
d’angolo dell’abituale composizione sangallesca.
Non dunque nelle opere note e nelle attribuzioni già consolidate
vanno cercati i raffronti di questa facciata delineata con così
sicura e forte concezione, ma negli studi per costruzioni chiesastiche,
in fabbriche ancora non conosciute quali opera del Sangallo, come appunto
la casa Dal Pozzo testè accennata. Ed il disegno va acquisito
come un vero caposaldo nella cognizione della multiforme attività
artistica del più grande realizzatore dell’Architettura
del Cinquecento.
GUSTAVO GIOVANNONI
(1) Debbo alla cortesia del chiarissimo Comm. Poggi direttore della
Galleria degli Uffizi, al quale esprimo i miei più vivi ringraziamenti,
di poter pubblicare il disegno; di cui dò una fedele riproduzione
ed un completamento che ne restituisce la zona superiore con la cornice
di coronamento, tagliata via nel disegno, e ne accentua con le ombre
il chiaroscuro, sicchè ne dà l’effetto vero, necessariamente
manchevole nell’originale, mutilo e scolorito.
(2) Sulla storia di Castro vedi MARI GHEZZI, Breve discorso, ecc., Ronciglione
1610; T. BLAUSIUS, Theatrum Civitatem Italiae, Amsterdam, 1662; FONTANINI,
Dissertatio, etc., 1725; GROTTANELLI, Il ducato di Castro, Firenze,
1891; G. CARABELLI, Dei Farnesi e del ducato di Castro e Ronciglione,
Firenze, 1865.
(3) Su queste caratteristiche e sulle principali suddivisioni dell’Architettura
civile del Sangallo vedi un beve cenno nella conferenza L’ambiente
architettonico del Palazzo Baldassini, a cura della Sezione di Roma
dell’Associazione Nazionale degli Ingegneri ed Architetti italiani,
Roma, 1924.
(4) Cfr. il mio articolo su San Tolomeo di Nepi, in “Rivista d’Architettura
ed Arti decorative” anno VII.