FASCICOLO XII - AGOSTO 1927
NOTIZIARIO
LA PRIMA FIERA COLONIALE DI TRIPOLI.

Poche sono le città italiane che hanno partecipato con i loro padiglioni alla prima Fiera Coloniale di Tripoli in forma rispondente a caratteri di armonia e di decoro. In mezzo alla moltitudine di macchine, attrezzi e congegni di ogni sorta, in mezzo ai segni della rinascita colonizzatrice italiana, solo Roma, Genova e pochissime città minori hanno portato con la loro partecipazione una nota d'ordine e di buon gusto.
Il padiglione romano è opera dell'architetto Nori della Sezione di Architettura del Governatorato di Roma. La costituzione e la distribuzione delle sale del Padiglione è stata dall'autore molto chiaramente espressa nella semplice forma architettonica esteriore, in cui solo una sobria cornice dà risalto alla chiarezza dei piani.
La costruzione si affaccia al lungomare Volpi con due corpi avanzati. A questi sono addossati i gruppi monumentali del Nilo e del Tevere riproduzioni delle statue esistenti al Palazzo Senatorio, in Piazza del Campidoglio. E questo il motivo dominante dell'ingresso, destinato a portare, con la copia dell'acqua fluente nelle sottoposte fontane, la speranza di resurrezioni feconde.
Delle canefore, riproduzioni di quelle esistenti nel giardino del Museo Borghese, si ergono ai lati delle fontane.
Nell'interno dell'Esposizione si accede per un vasto atrio rettangolare chiuso ai due lati da un severo porticato. Nel mezzo una bassa vasca pavimentata da antichi smalti azzurri di Stamboul porta una gaia nota di freschezza nella severa grandiosità dell'ambiente. In fondo all'atrio si erge il motivo dominante del padiglione: il fastigio centrale nel quale l'architetto Nori, con le poderose colonne e col granitico masso innalzato verso il cielo, ha voluto esprimere tutta la sintesi del monumento: la forza e l'ardimento latino che tornano sul cammino di Roma.
E non per puro caso gli indigeni hanno intravisto attraverso la linea rigida che contorna il fastigio la vecchia sagoma dei frantoi, cara agli antichi coloni.
Anche al Comune di Genova va data lode per la vitale partecipazione alla Fiera. Semplicissimo nelle linee costruttive dettate dal concetto di non contrastare al carattere dell'ambiente, il padiglione di Genova è stato ideato dal Comn. Orlando Grosso, direttore dell'ufficio comunale di Belle Arti. La bianca facciata è scompartita da quattro lesene sormontate da vascelli ornamentali. Il portone d'accesso è ornato da fasci littori dorati su fondo azzurro: vasi di terra cotta di Jefren fiancheggiano l'ingresso. Sui lati del padiglione si aprono ampie finestre attraverso le quali si intravede la tinteggiatura azzurra delle pareti che con il giallo delle stuoie forma l'accordo dominante della decorazione interna.
C. VALLE.

VILLA A MILANO IN VIA RANDACCIO DEGLI ARCHITETTI EMILIO LANCIA E GIOVANNI PONTI.

Sorge libera su quattro fronti, benchè una sola, ed è la minore, abbia l'importanza di facciata. Ed è questa, precisamente, che conferisce alla costruzione l'aspetto di palazzetta più che di villa; il poco giardino che l'avvolge vuol essere sopratutto zona di rispetto e di quiete e render più segreto e più intimo l'interno delle stanze.
La sopraccennata fronte principale è lievemente concava, quasicchè le sue parti estreme, simmetriche ed uguali, si schierino inchinandosi per render omaggio e rispetto al motivo centrale - terrazzino, porta, edicola, balconcino infossato fra gli obelischi - d'una ricercatezza architettonica non priva d'importanza. Tuttavia, tutti i particolari di questa facciatina, di dimensioni reali modeste, rappresentano, più che la creazicne materiale di un organismo edilizio, la traduzione tangibile di un colorato disegno ornamentale; uno di quei disegni un po' bizzarri, una di quelle architetture volutamente un po' false e fuori di prospettiva che Giovanni Ponti distribuisce sugli albi panciuti delle sue ceramiche. Esuberante spensieratezza di decoratore appena temperata dalla più cauta e posata coscienza d'architetto di Emilio Lancia.
Le rimanenti fronti han, ognuna, ritmi ben diversi, diversa essendo, volta a volta, la positura e l'importanza di ognuna. Così quella che direttamente si erge sul ciglio della strada tende al tipo casa; le altre che guardano la fascia verde del giardino, tendono piuttosto al tipo villa, in esse le pareti sono studiatamente interrotte, in punti obbligati, da finestre od altre aperture, da riquadri sporgenti o da finte finestre; quest'ultime, forse, fin troppe numerose; e i suddetti punti troppo obbligati palesano troppo lo sforzo di dover ottenere un equilibrio preconcetto, anche perchè vincolati a planimetrie un po' tormentate.
Il basamento della costruzione è in cemento levigato: l'intonaco è d'un bel color di sabbia infocata; le profilature in pietra verde, la cornice ancora in cemento.
Dalla facciata posteriore, per un piccolo ma robusto portale si accede al vestibolo che conduce al cuore della casa, dove si sviluppa la scala; e son, questi, ambienti eleganti nei pochi colori dei marmi e degli stucchi; raccolti e sereni, benchè di ispirazione non troppo originale. Ma bene preparano all'intimità delle singole abitazioni; e subito vi dan l'aria di non essere in una comune casa d'affitto. E, difatti, ciascun piano, studiato con direttive speciali e peculiari, creato per determinate necessità, rappresenta una dimora a se; l'insieme è una sovrapposizione appena appena avvertibile di isolate abitazioni. F. R.

FONTANA IN PIAZZA GIULIO CESARE A MILANO DELL'ARCHITETTO LORENZO GERLA.

Gran bene ha fatto il Podestà dei milanesi - l'onorevole Ernesto Belloni - a regalar loro questa grande fontana. E i milanesi gli han subito, con entusiasmo, dimostrata la riconoscenza generale, recandosi in massa a godersela.
Miracolo sonoro della bianca cortina d'acqua scintillante, meraviglia di perle inafferrabili che giungono a ventate con gli spruzzi iridescenti.
L'occasione era fra le più propizie: come degnamente sistemare il grande piazzale che si apriva, ampio ma senza solennità, davanti al nuovo ingresso della Fiera Campionaria? Come, sopratutto, trovare una soluzione che accrescesse importanza a questo ingresso senza danneggiarlo? Una fontana, uno specchio d'acqua, una cornice bassa, una fascia verde. Dimensioni reali cospicue, monumentalità e macchinosità ridottissime.
L'onorevole Belloni ha trovato, fra i funzionari stessi del Comune, l'aiuto dell'arch. Renzo Gerla; il quale ha saputo far opera dovutamente semplice, ma pur non priva di grandiosità. Sopratutto, niente che sa di architettura burocratica.
Il piano della piazza è sensibilmente incavato per sfruttare i migliori punti di vista e per non nascondere l'ingresso alla Fiera. Signora del luogo deve essere l'acqua, che sorge con impeto e in gran copia dal bacino centrale, sporgente di poco dal lungo rettangolo della vasca, e, per cascatelle laterali scende in questa. E questa è racchiusa da un muretto, sorta di cornice interrotta studiatamente con pilastrini che fan da base a palle, pigne ed obelischi. Il posto d'onore, sui pilastrini ai quattro punti cardinali del bacino centrale, spetta alle statue delle stagioni, che danno il nome alla fontana tutta. Peccato che queste statue non siano statue create apposta per qui, ma racimolate all'ultimo! Torno torno, come accennammo, una larga lascia di prato fiorito, solcata da viali che la ornano di disegni geografici, raccorda il piano della fontana con il livello più alto della piazza.
La fontana, interamente in pietra di Sarnico, ha pregi ornamentali d'insieme, sopratutlo a posto nell'ambiente ove si trova; appunti potrebbero essere mossi ai particolari non tanto raffinati: sagome e valori di rilievi impuri e un po' ineleganti tradiscono la mancanza di uno studio profondo e intimo, accusato anche dalle inutili eccessive varietà dei motivi di coronamento e dalle troppo frequenti interruzioni delle sagome. Ma ognun sa con quanta miracolosa sveltezza la fontana delle Stagioni ha dovuto esser preparata a lanciare tempestivamente il suo fragoroso richiamo. F. R.

BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO

P. HASAK: Einiges über die römischen Baumeister (“Zeitschrift Deutscher Architekten und Ingenieure, Eigentum des Architekten-Vereins zu Berlin” 3 agosto 1926).

Mentre le grandi costruzioni romane ci testimoniano la continuità di una sapiente tradizione costruttiva ed architettonica, è davvero singolare il notare come incerta, inuguale, mai definita ci appaia dalla frammentaria documentazione che ce ne resta la figura professionale dell'architetto nel mondo romano, in tutto il tempo del suo grande sviluppo, cioè nella fine del periodo repubblicano nell'Impero.
Completamente accademica è quella tracciata da Vitruvio nel capitolo “De Architectis instituendi” del primo libro del suo trattato, tanto è vasta la somma di nozioni che per l'architetto è richiesta, le quali vanno fino alla conoscenza della gnomonica, della storia, della musica, della medicina. Ma non può negarsi che questa aristocratica figura di teorico, che forse si riconnette alle sottigliezze di cultura del mondo ellenistico, non abbia avuto i suoi rappresentanti illustri; basti qui ricordare la considerazione altissima in cui sono stati tenuti un Apollodoro di Damasco ed un Alipio d'Antiochia (nominato intendente di provincie sotto l'imperatore Giuliano), e basti rievocare l'imperatore Adriano, architetto egli stesso e direttore di tutta una schiera di architetti che lo seguiva nei suoi viaggi, per avere un'idea della elevatezza di preparazione e di grado a cui talvolta l'architetto poteva giungere. E non dovevano mancare vere scuole teoriche, in cui le cognizioni dell'architettura erano date insiesne con le discipline umanistiche e scientifiche; ce ne danno testimonianza Lampridius nella vita di Alessandro Severo ed il codice Teodosisno, ove accenna a ricompense ed ai privilegi stabiliti da Costantino pei giovani che si davano allo studio dell'architettura.
Ma ben più numerosi dovettero essere gli architetti od i pseudo-architetti che provenivano dalla pratica professionale e si formavano in quelle maestranze, in quei collegia che certo ebbero un carattere tecnico oltrechè sindacale e religioso. Affini talora ai mensores, ai libratores, agli officinatores, chiamati indifferentemente architetti o magistri, o machinatores, come ad es. quel Severus e quel Celere che Tacito menziona come autori di un grandioso progetto sottoposto a Nerone, l'attività di questa categoria secondaria di professionisti doveva svolgersi specialmente nel campo degli appalti e dell'esecuzione dei lavori. E forse verso la loro mancanza di cultura si svolgevano le critiche di Vitruvio (lib. VI) e gli strali di Marziale nel noto epigramma:
“Si duri puer ingenii videtur
Proecoem facias vel architectum”
Accanto a questi, erano poi gli architetti militari che lavoravano sotto la direzione del praefectus fabrum in quegli speciali corpi tecnici dell'esercito paragonabili all'odierna Arma del Genio militare, e che raramente avevano grado superiore a quello del semplice soldato, talvolta erano veterani o ebocati Augusti. Modestissima quindi era anche per essi la posizione sociale. Ma pure è molto probabile che ben più che agli architetti di rango elevato, il meraviglioso sviluppo della tecnica romana specialmente nel campo delle costruzioni murarie, della organizzazione dei cantieri, delle opere provvisorie in legname occorrenti pel passaggio dei fiumi, per la difesa e l'offesa delle armate debbasi proprio a queste umili personalità che uscivano dai corpi militari e dai collegia civili. Se pure infatti la concezione dello Choisy nei riguardi della funzione di siffatte corporazioni è esagerata ed unilaterale, non v'ha dubbio però che a questi nuclei di operai inquadrati e preparati tecnicamente facesse capo la conservazione e l'incremento della grande tradizione costruttiva e che quindi larga parte in questo risultato avessero coloro che per volere e per capacità organizzatrice uscivano dalle loro file per assumersi il titolo di architetto.
Questa condizione sociale e questa disparità nei riguardi del titolo è, in fondo, non molto dissimile da quella che troviamo molto più tardi nel Quattrocento in Italia. Anche allora abbiamo i grandi architetti teorici quali l'Alberti, il Brunelleschi, il Laurana, ed abbiamo le accademiche definizioni dei trattati; ma in pratica chiunque intraprende un lavoro è architetto, e spesso anzi questo quasi non si distingue dagli operai muratori o tagliapietre; ed i documenti ci conservano la memoria di contratti con architetti che erano essenzialmente i capimastri, mentre tacciono i nomi di chi dava il disegno dell'opera da costruirsi.
Ritornando al ben più vasto mondo tecnico romano, è evidente dunque quale interesse, nella conoscenza ancora scarsa che noi abbiamo della vita interna delle costruzioni e dell'architettura, ci sia nel riassumere tutte le testimonianze che possano gettar luce nel difficile cammino, da qualunque parte esse vengano, da qualunque intento siano mosse.
Pertanto è veramente da salutare come utilissimo e felice il breve articolo apparso nella Zeitschrift Deutscher Architekten und Ingenieur-Vereins che aggiunge interessanti note agli studi del Marquardt (Das Privatenleben der Römer Leipzig, 1886 Ed. 7 p. 713) a del nostro Promis (Gli Architetti e l'architettura presso i Romani in Memorie dell'Acc. delle Scienze di Torino, Torino 1878 Serie 2a. fasc. 27) mettendo in evidenza le varie categorie di architetti: il semplice liberto, il maestro a servizio delle legioni, l'architetto edile, ed alfine il tecnico sapiente che come Ciriade, ricostruttore della basilica di S. Paolo, meritava il titolo di “Vir clarissimus, comes et mechanicus” ovvero “Mechanicae professor” (lettere di Guniaco a tempo degli Imperatori Valentiniano e Tedosio. Anni 384-387). G.G.

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