FASCICOLO IX MAGGIO 1927
Notiziario
LA ESPOSIZIONE DELLA “CASA” IN STOCCARDA.

Il “Deutscher Werlkbund”, associazione di artisti, industriali, commercianti e artigiani, che tende a diffondere ogni manifestazione di lavoro artistico veramente originale, sta organizzando a Stoccarda, per il prossimo luglio, una mostra dal titolo La Casa; alla organizzazione ed al finanziamento della mostra partecipano i Governi di Germania e del Württemberg, la città di Stoccarda e numerose associazioni industriali.
La caratteristica principale della mostra sarà una colonia modello di 60 alloggi, allestita per incarico della città di Stoccarda. I singoli edifici di questa colonia, alcuni a un solo alloggio, altri a più alloggi e a più piani, saranno costruiti su progetti di 15 architetti, i quali vennero scelti dal “Deustscher Werkbund” tra coloro che hanno già dimostrato di sapere affrontate e risolvere i problemi della architettura contemporanea, in relazione agli attuali bisogni della vita civile ed alle possibilità offerte dai nuovi materiali di costruzione.
Non è già nelle intenzioni degli organizzatori, di guidare verso una determinata formula architettonica, e nemmeno di stabilire soluzioni definitive ai diversi problemi pratici; bensì di riunire e coordinare i tentativi già sperimentati e che rappresentano un progresso verso la risoluzione del problema della casa, secondo lo spirito moderno; essi intendono così di favorire l’educazione dei profani e la preparazione degli architetti.
Incaricati dei progetti sono: Josef Frank, Vienna J. J. P. Oud, Rotterdam Mart Stam, Rotterdam Le Corbusier, Parigi Peter Bohrens, Berlino Richard Döcker, Stoccarda Walter Gropius, Dessau L. Hilbersbeimer, Berlino Mies v. der Rohe, Berlino Hans Poelzing, Berlino Adolf Rading, Breslau Hans Scheroun, Breslau Ad. G. Schneck, Stoccarda Bruno Taut, Berlino Max Taut, Berlino.
Direttore generale dei lavori è Mies v. der Rohe. Accanto alla coloniamodello sarà organizzata una mostra vera e propria, di materiali da costruzione, di elementi costruttivi standardizzati (guarnizioni, infissi, serramenti, ecc.), di arredi (mobili, stoffe, tappezzerie, ecc.), di impianti economici e sanitari (cucina, lavanderia, bagno, pulizia della casa); di tutto quanto, insomma, può contribuire a una organizzazione comoda ed economica dell’azienda domestica.
Della mostra farà pure parte una raccolta internazionale di disegni e modelli, presentati da architetti che hanno dato impulso, o che seguono una corrente architettonica rinnovatrice.
Gli architetti italiani sapranno certamente fornire allo incaricato per l’Italia, Prof. Papini, modelli e disegni che dimostrino quanto anche da noi si fa per soddisfare a un bisogno generale di rinnovamento artistico e per rispondere alle ben determinate necessità pratiche odierne.

LA CASA DELL’ARCH. GIUSEPPE PIZZIGONI A BERGAMO.

Pino Pizzigoni, bergamasco, incomincia la sua carriera di architetto costruendosi una casa per se. E si annuncia e davvero si fa subito largo con una creazione simpatica, allegra ed interessante. La sua buona merce è bene esposta e gli fa buon nome. Questo candido cubetto che sbuca nel verde della collina di Città Alta avvince subito l’attenzione e vi fa sostare e sorridere, perchè subito vi convince che l’architetto non ha faticato molto a pensarlo così. Perfino si è lasciato prendere la mano, ruzzolando in qualche scorrettezza d’equilibrio. Ma tant’è: l’insieme spigliato e spontaneo fa perdonare le mende.
Si comincia dalla scalea serliana a due semicerchi contrapposti di gradinate che portano all’ingresso; e questo, vigilato da due colonne, è tutto quanto nel piano inferiore l’artista concede di opere architettoniche. Daltronde, qui non si dovrebbe parlare che di buchi per finestre: e la sola raffinata modulazione di queste stabilisce il ritmo delle fronti. Soltanto l’ultimo piano, il più interessante, il più vario, il più riuscito, ha qualche ricchezza di colonnine, lesene e sfondati a legare le aperture indispensabili. E la grondaia a modiglioni fa da corona. Tutta la preziosità dei materiali è riservata all’intonaco candido in polvere di marmo variamente trattato ora scabro, ora levigato; e qualche concessione di marmo rosso è fatta ai contorni delle finestre e nelle cornici. Un ingresso secondario, a sinistra, e la sporgente gabbia semircolare della scala, a destra, appena rompono la voluta monotonia delle fronti.
L’interno convince un po’ meno; troppo concede, e forse esagera, alla bizzarria. Decorazioni siffatte avremmo comprese soltanto se integrate con mobili pazzi od espressamente creati. Ciononostante questa prima prova di un giovanissimo è oltremodo interessante, e ci fa bene sperare. Per chi da poco esce da una scuola, il far cose per nulla scolastiche e tanto meno accademiche, vale assai più di un cospicuo numero d’anni della cosìdetta pratica. F. R.

NOTIZIE VARIE

L’ASSOCIAZIONE
DEI CULTORI D’ARCHITETTURA DI MILANO

Il 28 maggio u. s. la nuova Associazione dei Cultori d’Architettura di Milano ha solennemente inaugurato la sua sede, posta nei locali della Villa Reale in Via Palestro, concessi dal Podestà di Milano, On. Belloni: belli e simpatici locali che il buon gusto ed il buon volere dei soci ha trasformato in sale signorilmente semplici, arredate con fine senso d’arte.
Alla cerimonia, con cui l’Associazione ha iniziato in forma stabile la sua vita, vòlta alla difesa dei monumenti ed alla propulsione dell’Arte in tutte le sue espressioni edilizie ed architettoniche, sono intervenuti numerosissimi soci, ed hanno partecipato il Podestà On. Belloni, il Prefetto S. E. De Capitani e molte altre autorità milanesi.
Il Presidente dell’Associazione, Ugo Ojetti, ha brevemente e felicemente riassunto gli scopi sociali ed ha fervidamente salutato l’On. Belloni, che cosi vivace ed intelligente opera svolge per l’Arte e per l’edilizia milanese; e l’On. Belloni ha risposto con eloquenti parole, volgendo, come già aveva fatto i’Ojetti, il pensiero a Benito Mussolini, architetto e costruttore dell’Italia nuova.
Poi il Prof. CalzaBini, a nome dell’Associazione dei Cultori d’Architettura di Roma, antica e non ingloriosa consorella, ha salutato il sorgere della nuova Associazione, affermando la necessità per l’Arte italiana dell’opera di questi sodalizi, che, ben distinti da quelli sindacali, raccolgano tutte le forze vive degli studiosi e degli artisti per l’incremento di quella che è stata e sarà una delle energie prime d’Italia.
Dopo le applauditissime parole del CalzaBini, il Presidente Ugo Ojetti ha invitato il Prof. Giovannoni, Presidente onorario dell’Associazione, a voler tenere il discorso inaugurale sul tema “Bramante e l’Architettura italiana”.
Fin dalle prime parole, dopo aver vòlto alla nuova Associazione dei Cultori di Architettura un fervido saluto, Gustavo Giovannoni ha espresso il concetto di voler considerare la titanica figura di Bramante “il più grande e ed il più italiano degli architetti italiani”, come simbolo di una nostra architettura che trovi nella tradizione una vasta e dominatrice funzione di vita nuova.
E tale infatti è stata la meravigliosa opera del grande Architetto urbinate, in cui alfine il Rinascimento italiano ha assunto forma definitiva, per diventare nazionale da regionale che era e per invadere il mondo e sottometterlo. Sotto un certo punto di vista può dirsi che questa grandiosa êra ancora non è chiusa è che ovunque si elevano edifici di nobiltà e d’ampiezza, ivi ancora sia presente Bramante nel sentimento classico di proporzione e di euritmia.
Ora questo fenomeno grandioso parte da una attività insofferente d’ogni limite di tempo e di spazio, che non solo occupa tutta una lunga vita nello studio assiduo dell’antico e nella geniale ricerca di nuove armonie, ma inizia tutta una produzione che solo i secoli successivi riusciranno a compiere, e dà germi di idee che i discepoli svilupperanno e diffonderanno. E questa attività ha, a differenza di quanto affermano le solite trattazioni che dividono la opera di Bramante in tre periodi, come di tre persone distinte, una compatta unità, di cui il Giovannoni ha dato chiara dimostrazione.
Fino nel periodo lombardo, in cui per la fastosa corte sforzesca Bramante costruiva edifizi come il S. Satiro e S. Maria delle Grazie a Milano, S. Maria di Canepanova ed in parte il Duomo di Pavia, appare infatti, quasi nascosta sotto il mimetismo dell’ornato elegante e sottile, quella elaborazione della forma delle grandi sale coperte a vôlte secondo i modelli delle terme romane e delle chiese ravennati o bizantine, che più tardi si ritroverà nel massimo tema: quello di S. Pietro in Vaticano.
Il primo tempo trascorso da Bramante a Roma dopo il 1499 è dapprima periodo di studio intensissimo sui monumenti, poi periodo di produzione in organismi ed in forme che ancora possono dirsi di transizione. Ma ecco che col tempietto di S. Pietro in Montorio e con gli studi per la grande mole vaticana a lui commessi dalla indomita energia di Guido II, il maestro trova la sua via definitiva; e la grande chiesa, il pubblico palazzo e la casa privata, il quartiere cittadino e la fortezza trovano da questa grande arte rinnovata, ormai sicura e padrona dei suoi mezzi, la piena grandiosa espressione. E S. Pietro si eleva, non già secondo l’assurda formula, che tutti ripetono, della imitazione della basilica di Massenzio con la cupola del Pantheon sovrapposta, ma come opera viva a cui fanno capo i ricordi liberamente intesi ed elaborati di tutti i periodi precedenti e l’esperienza di tutta una vita costruttiva ed il sentimento di ritmo musicale degli spazi che è il vero sentimento bramantesco, il vero sentimento architettonico italiano.
Questa altezza di concetto, questa vastità di produzione hanno consentito al conferenziere un interessante accostamento della figura titanica di Bramante, a quella di Dante Alighieri, che anch’esso, nel nome della latinità e sotto le insegne dell’Impero, ha rinnovato il pensiero ed il linguaggio d’Italia ed è ora più vivo che mai. Ed anche lo hanno mosso, nella chiusa della sua conferenza, a trarre dall’opera bramantesca insegnamenti e moniti per gli architetti italiani, in questi tempi gravi di incertezze, di difficoltà, di quesiti nuovi.
Tutta la vita di studio austero, tutta l’opera del maestro che ha radici profonde in quanto v’è di permanente nell’Arte del nostro paese, sta a provare che l’architettura non mutasi arbitrariamente come una moda, ma si evolve sotto la guida della disciplina, del metodo, della fede; sta a dimostrarci che la tradizione architettonica italiana ha una vitalità intensa, atta a tutte le nuove propaggini, e che ispirarsi ad essa non vuol dire copiare scioccamente gli antichi modelli, ma risolvere i temi nuovi con lo spirito italiano; ci afferma infine che l’Architettura è sopratutto Arte, ed Arte degli spazi più che della superfice, e che la nuda ed arida espressione costruttiva, l’estetica del cantiere e della macchina, non basta (come non è mai bastata tra noi) a raggiungere col suo materialismo la bellezza architettonica nelle opere che si affacciano non all’industria ma alla vita.
Cosi il discorso ha opportunamente unito la trattazione storicoartistica, considerata non come scopo a sè stessa ma come viva esperienza, alla visione dei problemi moderni che si affacciano all’Architettura; quasi a riassumere il carattere della nuova Associazione e delle altre congeneri, già sorte, o che sorgeranno, nelle varie città italiane. M.N.

ESPORTAZIONE DI MONUMENTI

La Francia nei riguardi della conservazione del patrimonio artistico sta, a quanto pare, assai peggio di noi. In Italia infatti la sete del guadagno e le grandi ricchezze degli stranieri di oltre oceano ai esplicano, attraverso il lavoro infaticato degli antiquari, nell’impoverire le città e le borgate di tutto il patrimonio mobile, specialmente dato dal mobilio e dall’arredamento: triste spogliazione invero a cui pur bisognerebbe porre un termine.
Ma in Francia sono addirittura gli immobili e gli elementi architettonici che prendono la via dell’estero.
Presso Villeneuveles Avignon, esistono delle superbe sculture ultime vestigia di un Convento delle Orsoline che vengono acquistate da uno straniero.
La casa detta delle Marmousets, a Proërmel, vecchio edificio bretone del 1586, la cui facciata è ornata di sculture originali della rinascenza, invoca la salvezza alle autorità francesi. In Bretagna si protesta contro gli antiquari che vorrebbero demolirla per esportare la facciata.
Or non è molto in un altro paese della Francia fu venduto un antico castello che decomposto pietra per pietra dovrà essere ricostruito dal ricco acquirente che ne venne in possesso in America; e se l’esempio sarà seguito si vedranno interi palazzi od intieri quartieri cittadini sparire per essere ricostruiti altrove.
Da noi tutto questo non sarebbe possibile; chè la provvida Legge del 1909 sulle Antichità e le Belle Arti e la organizzazione delle Sovraintendenze che ne cura l’applicazione, costituirebbero ostacoli insormontabili per la demolizione e l’asportazione.
Vigilare sarà, in ogni modo, opportuno... M.N.

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