FASCICOLO VII - MARZO 1926
QUIRINO ANGELETTI: Scenografia passata e presente, con 39 illustrazioni
In mezzo a tanto dilagare e strombazzare della scenografia d’oggi, che ha per meta quasi esclusiva di raffigurare ambienti più o meno cinici, e miserie morali e materiali che giungono a noi con il malato teatro nordico, ci è caro far presente ai nostri lettori una recente pubblicazione nella quale la scenografia si impone con la possente visione d’italianità e quindi di grandiosità che una eccessiva considerazione ed ossequio alla produzione teatrale straniera, tende a diminuire se non a far dimenticare.
Questa ottima iniziativa è stata presa a Vienna, come già presso di noi l’aveva presa Corrado Ricci, ripubblicando le scenografie dei Bibiena, con il successo di esaurirne subito l'edizione. L’iniziativa viennese consiste nel pubblicare i bozzetti, le composizioni scenografiche e tutto ciò che ha relazione con esse, possedute nelle ricchissime raccolte del fu impero degli Asburgo.
E' noto infatti, anche a chi non si occupi direttamente di scenografia, quale centro di attrazione fosse diventata l’Austria per i nostri artisti, specialmente dopo il grande contributo portato da Eugenio di Savoia alla difesa e liberazione di Vienna dalla terribile armata turchesca.
Il nome italiano rifulse di splendore e se l’Austria politicamente dominava ed umiliava alcune parti della nostra Patria, che la eroica tenacia degli avi e nostra riuscì finalmente a redimere, il genio di nostra stirpe seminava e faceva fiorire sull’altrui suolo i bei fiori della sua millenaria civiltà. I nostri artisti lasciarono tracce elette, profonde, indelebili: ed i nomi dei Pozzo, Bibiena, Sacchetti, Burnacini, ecc., divennero familiarissimi alla Corte austriaca. Infatti la più gran parte dei favori che arricchiscono la recente pubblicazione sulla scenografia, come si può vedere dagli esempi che presentiamo, sono di ambienti architettonici di carattere e fasto italiano, ed i nostri artisti ne tengono indiscusso il primato. Insistiamo su questo carattere d’italianità perchè esso era dato soprattutto dalla grande coltura architettonica dei nostri scenografi, perchè i più grandi architetti non disdegnarono quest’arte e portarono il loro vasto contributo alla scenografia con molto amore. Presentemente lo scenografo è preso dalle forme geometriche, dalla stereometria e relative penetrazione di solidi. Tutto è solidificato per aspirare al meccanico, al dinamico!
Ma lasciamo un pò in pace, per il momento questa ossessione del dinamismo e consideriamo le opere di quelli che vanno per la maggiore, nella scenografia moderna, e certo non immeritatamente; fra questi il russo Leone Bakst. Prendiamo qualcuno dei suoi lavori più significativi, per esempio le scene del Martirio di S. Sebastiano, della Bella Addormentata nel Bosco, della Pisanella !
Osserviamoli, studiamoli, e non occorrerà grande acume per leggerne i guai sia di costruttività, come di anacronismi stilistici, e lasciamone al benigno lettore l’enumerazione. Esaminiamo quelli del famoso inglese Gordon Craig con le sue strane visioni shakespeariane, dove non solo il particolare inutile e superfluo è sparito, ma non restano nelle sue scene che le grandi, vaste e sommarie superfici. Assoluto dominatore è il così detto sintetismo. Sono certamente armoniose linee, e begli spazi di pieni e vuoti, ma poi?
Anche le scene di Emil Pirchan sono tagliate da maestro, con molto gusto; ma che vuoto eccessivo in quell’Otello e in quel Riccardo III ! Come pure resta vuota, malgrado tutto, un’altra interpretazione, la scena di Cesare Klein per il Napoleone.
Senza dubbio la scenografia del secolo XIX fu eccessivamente analitica, presa anch’essa da quella febbre di verismo che infierì in tutte le manifestazioni artistiche di quel periodo; ma dal verismo al sintetismo è troppo, anzi è troppo poco per noi italiani. In Italia vive tutta una tradizione gloriosa di monumenti. Pur l’umile figura di Gesù vive e trionfa qui in un gaudio di colori, di canti, di armonie; il servite Dominum in laetitia è inteso come presso nessun popolo. Le pareti nude, vuote della Chiesa o della casa non sono per noi! Dei nostri Santi, dei nostri cari ricordi sentiamo il bisogno come del nostro cielo e del nostro sole, ed è per questo che non ci appaga l’occhio e lo spirito la messa in scena senza una giusta ricchezza di motivi e di colore.
Ma proprio per il colore!? si obbietterà più o meno vivacemente dai modernisti, cubisti, futuristi, ecc. In quanto al colore premesso di non voler cadere nel comunissimo errore di confondere la scenografia con la coreografia, diremo che siamo toto corde per tutto quello che la scienza ci offre con tanta generosità, facilità e comodità, di realizzare presentemente con le luci colorate. Non abbiamo mai inteso e non intendiamo negare la magica influenza della sensazione luminosa dei vari toni di luce. Ne riconosciamo il loro valore, il grande contributo, ma non vogliamo confondere come purtroppo si è fatto in tutti i campi e le arti figurative, confondere cioè il mezzo con il fine. Abbiamo veduto ed apprezzato nella recente esposizione di Parigi, fra tante cose di mediocrissima importanza nel ramo “Arts du Théâtre du Grand Palais” le “dècors lumineux à transformations” di Eugène Frey. Ne vorremmo dire tutto il piacere avuto per le cose belle vedute, ma questo esula dal nostro scopo.
Lo ricordiamo fra i tanti, per dire che noi pure siamo per tutte le luci che la scienza ci offre e ci offrirà, ma, cum grano salis. Dove ci vuole e si può, si utilizzi, ma non si commettano più certi anacronismi, e stonature luminose che diventano pruni negli occhi.
Intendiamo dire dalla banale lampadina colorata applicata alla modesta bilychnis e alla lucerna ed alle varie candele e ceri, sul palcoscenico e fuori, per salire fino alla rigida, fredda illuminazione elettrica che ultimamente vedemmo nella croce dell’obelisco di S. Pietro. Ricordate? Che fastidio quella benedetta croce così male illuminata in mezzo alla guizzante fantasmagoria delle fiaccole che rendevano vive ed andanti al cielo le divine linee architettoniche della gemma meravigliosa che da Michelangelo e Bernini fu incastonata nel diadema di Roma!
Oltre la mania di ottener tutto con le luci multicolori, si manifesta pure, l'altra smania che si vuole far passare per ultramoderna, definendola scenografia plastica o costruttivismo ciò che non ha di moderno che l’ismo della desinenza del vecchio vocabolo. Questo diciamo perchè se non vecchio è certamente.... antico l’uso delle scene costruite, perchè ne parla e le ricorda anche Vitruvio. Però queste scene costruite avevano i loro gravissimi inconvenienti. Ad eliminarli si dedicarono una pleiade di architetti teatrali, nella grande maggioranza nostri, che utilizzarono con grande talento e sapienza la sempre poca superficie del palcoscenico.
Furono inventati da essi i vari principali (1), fondali (2), spezzati (3), quinte (4), arie (5), scene parapettate (6), ecc., non disdegnando di utilizzare sapientemente la parte costruita con quella dipinta cioè i così detti praticabili (7). Per lungo tempo, anzi, le parti della scena in primo piano, ossia presso il proscenio, furono in legno scolpito aiutato da qualche tono di colore. Non dimentichiamo però che l’ideale di un allestimento scenico è stato e sarà la leggerezza che deve permettere la massima facilità di cambiamento di scena, e purtroppo ne i recentissimi boccascene tripartiti, nè il palcoscenico girevole e con lo scenario in gran parte pronto, hanno risolto il problema.
Gli spazientiti inviti del Direttore scenotecnico di: non ingombrate la scena, echeggiano sempre, e l’ideale resta quello di Aristotile con la sua scena stabile, cioè l’allestimento scenico che serve per tutti gli atti di una produzione, e che è una delle unità aristoteliche, l’unità di luogo. E purtroppo è restato unico anche il luogo dove tali spettacoli possono ancora realizzarsi nella loro squisita compiutezza.
E' questo l’incantevole teatro greco di Siracusa, così magistralmente completato nella scena, di anno in anno da Duilio Cambellotti, come se ne può avere una chiara idea dal suggestivo bozzetto eseguito ultimamente per la rappresentazione della tragedia di Eschilo: I sette a Tebe.
Ma il teatro greco resta anche per la sua condizione di visualità, l’ideale. Tutti gli spettatori godono si può dire delle stesse comodità di vista, ed hanno veramente la sensazione di prender parte all’azione scenica.
Questo non è possibile nei nostri teatri chiusi qualunque sia la forma della pianta, al di là della pianta semicircolare greca-romana, o alla semielittica che il Palladio fece nel teatro di Vicenza, la percentuale degli spettatori che possono godere completamente lo spettacolo è sempre limitatissima.
Chi non ha avuto la disavventura in teatro di capitare qualche volta vicino alla ribalta od al boccascena o peggio ancora negli ordini di posto verso il soffitto, e non ha conosciute le sofferenze visuali date dall’arcoscenico o nei posti laterali la fastidiosa intimità del palcoscenico? Se a questi gravissimi inconvenienti si aggiungono i volumi delle scene costruite il pubblico avrà forse gl’ipotetici vantaggi che si ripromettono i costruttori, irritati dal sapere le scene di carta o al più di tela, ma avranno certamente moltiplicati gli inconvenienti della visualità, e le mura e il resto sul palcoscenico seguiteranno ad essere di cartone o al più di legno. E poi perchè prendersela con le scene dipinte, quando di reale nel teatro v’è tanto poco ed è un trucco continuo, dalle gibbosità di Rigoletto agli scettri, alle corone dei vari Re e Regine, alle simulate morti od ai trionfi che durano fino alla discesa del comodino (8) o del sipario.
Non dimentichiamo che senza ambagi fu detta scenica finzione. Il credere poi che la scenografia plastica possa da sola disimpegnare a tutte le infinite necessità del teatro non è logico, date sopratutto le limitazioni dei palcoscenici, siano pur grandissimi. Lo può fino ad un certo punto in un luogo chiuso, però deve farlo in tutta l’ampiezza del termine per le visioni scenografiche all’aperto, specie per la cinematografia, ma per il resto? Qual critico potrebbe dire di una scena, quel che disse il Vasari per le scene dipinte da Baldassare Peruzzi, il quale lavorava per Leone X. “Furono meravigliose ed apersero la via a coloro che ne hanno fatto ai tempi nostri. Nè si può immaginare come egli in tanta strettezza di sito accomodasse tante strade tanti palazzi, e tante bizzarie di tempi, di logge e d’andari di comici, così ben fatti che parevano non finte, ma verissime, e la piazza non una cosa dipinta, e piccola, ma vera e grandissima”.
Ed è proprio qui la prima dote dello scenografo! è questo senso della grandiosità da ottenere in un piccolo spazio, che non ci permette, quasi mai la scena costruita, la quale con gli spessori dei muri, ecc., divora la superficie del palcoscenico. Perchè non sempre si debbono rappresentare sulla scena ambienti limitati e di pochi personaggi nei quali casi non hanno ragione d’essere queste considerazioni; ma intendiamo dire della messa in scena spettacolosa, sul tipo dell’Aida, del Parsifal o per venire ad opere più vicino a noi al Nerone. In qual modo rappresentare le scene del Nerone con le sue enormi masse di artisti, coristi, ballerini, corifee, tramagnini, comparse, ecc., che debbono figurare sul palcoscenico, se non seguendo la classica linea seguita così sapientemente e nobilmente da Lodovico Pogliaghi?
Quando l’artista ha da risolvere problemi di questa mole e vengono risolti come lo sono stati nel Nerone, c'è da essere soddisfatti e lieti della scenografia italiana. Qui non crediamo che la sceno - plastica ci avrebbe potuto dare più felicemente le scene dell’Oppidum, della Via Appia o dello spoliarum, a meno che arrivare agli attori gaz del buon Prampolini. E con noi sarà stato lieto Virgilio Marchi, il ribelle saggio che ha certamente veduto realizzato ciò che vaticinava in uno dei suoi profondi e vivaci scritti sul nostro teatro del quale con tanta passione e cognizione si occupa, cioè “qualche volta basterà semplicemente far bene ciò che di vecchio rimane fondamentalmente utile e del quale si è smarrito il senso della giustezza e della necessità” concetto così squisitamente eseguito dal virtuosissimo Pogliaghi.
Fra i nostri avanguardisti se ricordammo il Prampolini per qualche eccentricità, ci è caro ricordare questo un dì nostro alunno, anche per il bel premio, Grand Prix, riportato con i suoi lavori di scenografia all’esposizione di Parigi, tenendo alto con il collega Depero il nome italiano. Fan parte anch’ essi con il Marchi ed altri di quella battagliera schiera di avanguardia che bolle in quel crogiuolo di idee che è il teatro degli Indipendenti con tanta fede e altruismo diretto da Anton Giulio Bragaglia l’instancabile suscitatore d’energie nei diversi rami d’arte.
Vi sono senza dubbio delle eccessività nelle loro opere e nei loro modi, ma non siamo di quelli che ci lasciamo prendere da troppe precauzioni per qualche stramberia. Sono generalmente giovani esuberanti di vita, con molto ingegno e si battono senza risparmiarsi fatiche, animati da grandi sogni e finalità. Le loro idee vengono accolte più facilmente in paesi nei quali la tradizione non ha gli allori e le radici che ha qui da noi; ma è doveroso riconoscere che molti spunti degli innovatori d’oltr’Alpe sono presi ed utilizzati da essi ed applauditi poi qui come sensazioni di popoli nuovi. Non vogliamo fermarci con questo, al noi eravamo grandi quando gli altri non erano nati, ma pronti ad imparare a conoscere i valori in tutti i campi, perchè questi sono eloquenti personificazioni di moti spirituali della vita nazionale. Fra le tante correnti che nel mondo intellettuale combattono per creare visioni sceniche nuove, e per necessità di cose, spesso non si tratta che di riesumazione di mezzi già adottati dai nostri avi. Si ripete il fenomeno della grande guerra che dopo aver relegato nei musei elmi, scudi, scale, ecc., ha dovuto rimetterli in azione. Una nota bella e geniale, per l’avvenire del teatro, è stata lanciata dall’originale e suggestiva fantasia di Alberto Martini, l’artista nostro, che tanta anima mette nelle sue opere. Intendiamo dire del suo tetiteatro o teatro d’arte sull’acqua, recentemente pubblicato in una magnifica edizione dalla Bottega di Poesia.
Dire degnamente non lo potremo che mietendo, o riportando il dotto e profondo testo che Emanuele di Castelbarco ha aggiunto all’opera del Martini; ma non ce lo consente il nostro compito che è quello di indicare ai nostri lettori per sommi capi le opere e lasciare ad esse di parlare al loro intelletto.
Dei giovanissimi che si presentano con seria preparazione di studi e squisita sensibilità d’arte ci sia consentito mostrare qualche scena. Sono nostri ex alunni dei quali abbiamo disponibili alcuni lavori. E così presentiamo del Cafiero Vittorio le sue caratteristiche scene costruite per la Jone; per il Rappini Mario, una dolce sensazione medievale; per il Ciucci Emilio una loggia; berniniana fantasia architettonica, prese dalle didascalie di varie opere, e per il Susini Alfio ed il Bossi Bruno modernissime visioni del passo dantesco:

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura
difeso intorno d’un bel fiumicello.

Tali concezioni, fra le molte altre che lo spazio non ci consente di far conoscere ai nostri lettori, riteniamo degne di tutto l’incoraggiamento, da parte di chi deve seguire con sguardo acuto e sereno le promettenti fibre che dovranno mantenere viva, vegeta ed alta la nobilissima tradizione della scenografia italiana.

QUIRINO ANGELETTI.



NOTE

Per gli artisti ed ai tecnici del teatro è inutile ricordare il valore speciale di certe terminologie come:

(1) Principale. - Per scena dipinta a grandi trafori, simulante arcate, colonnati, alberi, ecc., che si colloca dinanzi ad un’altra.
(2) Fondale. - Quadrilungo di tela o di carta dipinto a muro, a cielo, a campagna, che si situa dietro l’apertura delle porte, nel mezzo di scenari per figurarne lo sfondo.
(3) Spezzato. - Parte staccata e mobile di tela, o carta dipinta ed intelarata che serve di completamento agli scenari. Sono spezzati imposte di porte e finestre, camini, vasi di fiori, statue, tombe, croci, sassi, ruine, rupi, colonnati, alberi, ecc.
(4) Quinta. - Alto quadrilungo di tela, o di carta intelarata dipinto a cortinaggio, panneggiamenti, muri, colonne, alberi, ecc., che si colloca ai lati del palcoscenico, per inquadrare la scena, formare la prospettiva e dar luogo agli interstizi per cui devono entrare gli attori. Dietro le quinte s’appiccano i lumi, che insieme a quelli della rampa, formano l’illuminazione della scena.
(5) Aria. - Larga striscia di tela, o di carta dipinta a cielo, a padiglioni, a panneggiamenti, che si situa in alto traverso il palcoscenico tra quinta e quinta e che serve ad inquadrare la scena e formare la prospettiva.
(6) Scena parapettata. - Quella figurante una stanza, che ha altri tre pezzi staccati, l’uno dei quali cade orizzontalmente nell’alto, a mo’ di soffitto e gli altri due si piegano lateralmente, a mo’ di pareti, in luogo delle quinte.
(7) Praticabile. - Parte di uno scenario che deve servire quasi se fosse reale, come balconi, finestre, ponti, colline, scale, ecc.
(8) Comodino è quel telone che scende fra un atto e l’altro in luogo del sipario il quale non s’alza e non scende che alla fine dello spettacolo.



BIBLIOGRAFIA


CARLO AMATI: Dell’Architettura di Marco Vitruvio Pollione, Libro IV capo XIX - Intorno le parti del teatro - Milano coi tipi di Giacomo Pirola 1829.
ANTON GIULIO BRAGAGLIA: Del teatro teatrale, Torino 1926, Gobetti.
M. CASALONGA: Des dècors, de la musique, de la mise en scène de la Pisanelle, Comœdia Illustré, Paris 1913.
H. v. HOFMANNSTAL: Denkmäler des Theaters inszenisierung dekoration kostüm des theaters und der grossen feste aller zeiten, R. Piper & C., Verlag, München 1925. (Cogliamo occasione per presentare questa importantissima pubblicazione della nota Casa Piper di Monaco. In grandi tavole che riproducono in nero ed a colori i monumenti della scenografia e dell’arte del costume, l’autore dl quest’opera mirabile (da cui sono tratte le riproduzioni in principio del presente studio) ha dato quanto di meglio esiste riproducendo fra l’altro molte cose assolutamente inedite tratte dalle raccolte italiane ed estere. Dell’opera sono usciti i primi volumi ed altri se ne annunziano di grande interesse. Il volume primo è dedicato alle maschere del Burnacini. Il secondo alle fantasie architettoniche scenografiche. Il terzo e gli altri a tutte le manifestazioni d’arte teatrale).
EDWARD GORDON CRAIG: On the art of the theatre 1914, London, William Heinemann.
CARLO GATTI: Arrigo Boito e il Nerone, l’Illustrazione italiana, Maggio 1924.
G. FERRARI: Scenografia (Manuali Hoepli).
OSKAR FISCHEL: Das moderne bühnenbild, Berlin 1923, Ernest Wasmuth.
ANDRÈ LEVINSON: Histoire de Lèon Bakst, 1924 Paris, Henri Reynaud.
VIRGILIO MARCHI: Osservazioni sceniche. “L’Impero”, Roma 21 Giugno 1923.
ALBERTO MARTINI: Tetiteatro, Bottega di Poesia, Milano 1924.
A. M. NASALLI ROCCA: Edward Gordon Craig, Comœdia, Milano Novembre 1924.
CORRADO RICCI: I Bibiena architetti teatrali, Milano 1915, Alfieri e Lacroix.
ENRICO PRAMPOLINI: “Noi”, Rivista d’Arte Futurista, Numero speciale. Teatro e scena futurista, 1924 Roma.
CORRADO PAVOLINI: Arte teatrale, “Le arti plastiche”. Milano 1925.
ADOLF WINDS: Geschichte der regie, 1925, Stuttgart.

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