FASCICOLO V - GENNAIO 1926
NOTIZIARIO
CRONACA DEI MONUMENTI


VERONA. - L’ampio chiostro delle Maddalene, posto al dl là dell’Adige presso il campo Fiore, interessante chiostro quattrocentesco che, nei capitelli delle colonne e nelle tettoie in legname, mostrava quasi un attardarsi del Trecento, è stato recentemente demolito dall’Amministrazione comunale, contrariamente alle proteste ed al divieti del Ministero della P. Istruzione. Unica ragione addotta alla vandalica, tumultuaria opera è quella che nei locali del chiostro ci annidava la miseria e la teppa e tutto era danneggiato dal vandalismo spicciolo e dalla sporcizia quasi che per curare tali mali o, per dir meglio, per trasferirli ad altro luogo, non ci fossero i mezzi di polizia ed occorresse ricorrere al piccone distruttore.
Eppure l’Amministrazione comunale di Verona non può dirsi estranea, ad ogni affetto e ad ogni cura per il meraviglioso patrimonio artistico veronese; chè sua iniziativa davvero benemerita è il restauro del Castelvecchio ed il collocamento in esso del Museo Civico. Come si concilia questo pensiero d’Arte con la “inutile barbarie” (è l’espressione della Commissione Centrale per le Belle Arti) che ha distrutto un interessante e caratteristico monumento? Gli è che in fatto di opere architettoniche la pubblica coscienza è ancora torpida; al di fuori delle grandissime manifestazioni che le guide designano con tre stelle, quasi nessuno intende l’importanza intrinseca ed il valore ambientale delle opere minori, quasi nessuno sente la funzione viva di bellezza che v’è in esse accanto a quella, pur rispettabile, di ricordo. Invece imperano ancora i pericolosissimi pregiudizi che vedono ovunque il contrasto tra la vecchia edilizia e le esigenze moderne, tra il rispetto alle opere d’Arte e quella geometria facilona, che domina tra gli edili impreparati.
Il chiostro delle Maddalene, riportato a condizioni decorose, poteva diventare il delizioso centro, ampio e ridente, di un nuovo abitato, di un modernissimo quartiere, ideato non come arido aggruppamento geometrico, ma come insieme pittoresco e vivace: una piazzetta con giardino e fontana, intorno magazzini e negozi, accanto la chiesa, e le casette nuove nell’area libera, poste non come soldati in piazza d’armi, ma come gruppi di buoni popolani che conversano....
Ormai si è potuto solo ottenere che la chiesa già smantellata venga nuovamente ricoperta e data nuovamente al culto e un angolo del portico sia, con quattro campate per lato, ricostruito coi pezzi rimasti, a ricordo del monumento; e che infine gli altri frammenti siano ricomposti in altra località). Al momento attuale null’altro è possibile, poichè in fatto d’Architettura la distruzione impulsiva è facile e rapida, ma la ricostruzione quasi sempre impossibile.
G.G.

CASERTA. — Il meraviglioso palazzo reale, che ben a ragione può dirsi il più grandioso, il più romano tra i monumenti di architettura civile degli ultimi secoli, ha subito in questi ultimi anni gravi oltraggi dalla miseria e dalla incomprensione delle amministrazioni pubbliche: disperdimento del mirabile corredo di mobilio e di arredamento, occupazione dei locali a scopi di magazzini, di abitazioni private, di caserme, trascuranza nella manutenzione della villa e delle cascate....
Sotto le cure assidue dell’attuale sovraintendente ai monumenti della Campania, prof. Chierici, molti di questi danni sono stati diminuiti o tolti; ma pure non mancano di presentarsi ad ogni momento nuove minaccie. Ed è naturale che sia così. Quella enorme serie di locali in quell’ambiente magnifico, non può non destare le cupidigie, in questo momento di crisi edilizia, di tutte le persone e le istituzioni in cerca di casa….
Molto opportunamente il prof. Chierici, coadiuvato dall’Associazione dei Cultori d’Architettura di Napoli, ha lanciato per la salvezza e pel decoro del grande monumento un’idea, che può sembrare megalomane ma che è soltanto italiana. Egli vorrebbe fare del palazzo e del parco la sede dei ricevimenti, dei congressi nazionali ed internazionali, delle riunioni diplomatiche, il grande centro cioè di ricevimento e di rappresentanza dello Stato e della Nazione.
Riaperto e completato il vasto viale rettilineo, dagli alberi aventi anch’essi un carattere di monumentalità, con cui Carlo III volle congiunta a Napoli la Reggia casertana, e trasformato in viale automobilistico, Caserta diverrebbe coi mezzi cinematici moderni tutta una cosa con Napoli ed unirebbe così i vantaggi di una grande città a quelli del luogo tranquillo ove, per così dire, si respira la grandiosità e la bellezza. E rivivrebbe in tal modo, per uno scopo non dissimile a quello pel quale fu titanicamente creato, un insieme monumentale a cui nessun’altra nazione, neanche la Francia con Versailles, può vantare nulla di paragonabile e la cui valorizzazione non deve più oltre mancare in una Italia conscia della nobiltà della sua tradizione.

PARENZO. — Nella basilica si intende proseguire il lavoro, iniziato dall’Amministrazione austriaca ed avviato poi con nuovi e più ampi e razionali criteri dall’architetto Cirilli, per lo scoprimento dei musaici pavimenti del tempo preeufrasiano. La liberazione avverrebbe ora nella zona occupata dalla cappella di S. Mauro e, secondo i piani della Sovraintendenza ai Monumenti dell’Istria, comprenderebbe la demolizione delle fabbriche ivi esistenti, lo scavo e la successiva costruzione di una tettoia a copertura del musaico. Alla speciale Commissione nominata dal Ministero della Pubblica Istruzione è sembrato tuttavia più opportuno il mantenere la cappella di S. Mauro, anzichè sostituirvi una tettoia modesta, e lasciarla a difesa del pavimento liberato: sia che senz’altro il piano se ne abbassi fino a quello primitivo, ovvero che si renda praticabile il sotterraneo, come si è fatto per quell’altro grande monumento musaico che è il pavimento di Aquileia.
G.G.



COMMENTI E POLEMICHE


LA FACCIATA DEL PALAZZO COMUNALE DI FERRARA

Dal Sindaco di Ferrara riceviamo, in data 29 gennaio, la seguente lettera:

“Ill.mo Signor Direttore dell’ “Architettura ed Arti Decorative”.

“Mi viene segnalato un breve articolo pubblicato sul di Lei pregiato periodico, fasc. XI - XII, anno IV - 1925, pag. 564, riguardante la sistemazione della facciata di questo Palazzo Comunale ora in corso d’esecuzione; e, per il rispetto dovuto alla verità ed al nome di tutte le egregie persone che di questo lavoro si sono interessate, debbo (e per ciò faccio ricorso alla di Lei cortese ospitalità) segnalare al distinto pubblico cui il di Lei giornale si rivolge, le gravi inesattezze in cui è incorso il sig. G. G. che in tal guisa ha firmato l’articolo.
“La Commissione Centrale per le Belle Arti non ha dato voto contrario al progetto che ora si eseguisce; espresse dapprima (20-6-1925) il parere che fosse preferibile abbandonare l’idea di una ricostruzione, per la quale mancavano elementi attendibili, e dare la preferenza ad una “costruzione ispirata da criteri insiti nel sentimento artistico dei nostri tempi”, ma che avrebbe “preso in esame un progetto che seguisse le poche antiche tracce dell’edificio”. Il progetto in seguito presentato fu pienamente approvato, come da nota 22 ottobre 1925, n. 11587 a firma di S. E. il Ministro Fedele.
“Pur non essendo nelle intenzioni di alcuno considerare la nuova facciata una ricostruzione storica, è però vero che tutti i poche elementi che si poterono scoprire nelle ricerche e scandagli, eseguiti sotto la continua direzione e sorveglianza della R. Soprintendenza per l’Arte Medioevale e Moderna dell’Emilia e Romagna, vennero rigorosamente rispettati. E così la merlatura, la cornice di coronamento, le finestre bifore sono la esatta riproduzione di quanto si è rinvenuto nello stesso Palazzo Comunale; la stessa ubicazione delle finestre è indubbiamente quella ch’esse avevano, in antico, e non riesco quindi a comprendere come il Sig. G. G. possa parlare di “regolarità di spazi e banalità di particolari architettonici e decorativi” quando in fatto gli spazi sono ben irregolari e sono specialmente i veri.
“Troppo profondi ed appassionati cultori della storia e dell’arte ferrarese sono qui, e troppi, anche non di qui, si sono occupati della cosa, perchè non sia lecito respingere sdegnosamente l’accusa di negligenza e pigrizia nelle ricerche; nulla certamente è stato omesso, e tutto quello che oggi si può in argomento conoscere si è studiato e analizzato.
“E debbo far presente al Sig. G. G. che il “bel disegno della facciata quale era (se non erriamo) nel XV secolo, esistente nella Biblioteca Comunale” e noto a tutti i Ferraresi, rappresenta la facciata del Palazzo della Ragione e non già quella del Palazzo Comunale.
“Abbiamo quindi tranquilla coscienza di aver tutelato il decoro “di una delle più belle Piazze d’Italia”, di cui ci sentiamo gelosi e ponderati custodi, al disopra di chiunque altri.
“Mentre La ringrazio vivamente, mi creda, Egregio Signor Direttore, di Lei dev.mo

Raoul Caretti - Sindaco di Ferrara”.


Brevi parole di risposta al Sig. Sindaco di Ferrara.
Sarà benissimo che una autorizzazione ad eseguire la nuova facciata del palazzo Comunale sia stata recentemente concessa da S. E. il Ministro della P. Istruzione ….quasi a sanatoria dei lavori già ormai ultimati malgrado tutti i precedenti divieti; ma ciò che interesserà più direttamente gli artisti e gli studiosi, sarà di conoscere che il parere dei corpi competenti, cioè della Sovraintendenza ai Monumenti e della Commissione centrale per te Belle Arti, è stato (e forse il sottoscritto può affermarlo con qualche cognizione di causa) recisamente contrario al cosidetto restauro; il quale ha purtroppo rappresentato checchè affermi il signor Sindaco, esempio tipico di un arbitrario rifacimento, partito da lievi insufficientissime traccie, e caso veramente grave di alterazione di tutto un ambiente edilizio ed artistico.
La Commissione ebbe ad esprimere il suggerimento che per la nuova facciata si abbandonasse lo stile medioevale, lontano ormai dalla nostra Arte e dalle nostre esigenze; ma si dimostrò non aliena di esaminare un altro progetto, sia pure medioevalizzante, ma che almeno seguisse il documento dato da un disegno contenuto nella Biblioteca comunale.
Ora afferma il Sig. Sindaco nella sua lettera, che quel disegno “noto a tutti i Ferraresi” si riferisce al prossimo Palazzo della Ragione. La questione è per lo meno controversa, poichè al parere di studiosi conte l’Agnelli si contrappone il parere di altri studiosi come il Ricci; ed invero è così singolare la rispondenza di elementi quale la torre laterale, il “volto” che taglia la zona basamentale, il profilo della linea di coronamento, tra il disegno stesso e ciò che resta, o che restava, del Palazzo comunale, e, d’altra parte, tutta la prospettiva della piazza col modesto edificio in iscorcio collocato a destra sembra così chiaramente indicare per centro di veduta la loggetta nella facciata della cattedrale, che la identificazione col palazzo Comunale appare la più probabile; a meno che, come nella piazza di Pistoia, non vi fossero due edifici quasi uguali tra loro.
Era dunque codesto un interessante argomento di studio concreto; chè, se il problema intendeva avviarsi verso la soluzione “storica” la ponderazione coscienziosa non sarebbe stata di troppo per ricercare gli elementi autentici. Ma invece la solita voluttà d’inventare il “castello medioevale” ha preso la mano sulla verità.
Certo il Sig. Sindaco ritiene che, in ultima analisi, si sia seguita la soluzione “artistica” e si sia fatta una bella cosa, degna della città mirabile, congeniale coi monumenti veri che ingemmano la sua piazza; ed in questo io credo pienamente alla sua buona fede e mi è spiacevole il disingannarlo. Quando trattasi di interpretazioni di stili ormai morti, come il gotico, e di sentimento di ambiente, espresso in rapporti di proporzioni e di forme, la sensibilità del pubblico dei profani, e spesso anche di quello degli architetti, è quasi sempre tarda e grossolana, e lentamente si affina con la coltura e le impressioni d’Arte. La facciata di S. Croce del Matas sembrò nella metà del secolo scorso opera di Arnolfo redivivo, ed ora tutti ne vedono la volgarità insignificante, aggravata dalla inesorabile regolarità geometrica; la facciata proposta, in seguito ad un grande concorso internazionale, pel duomo di Milano fu giudicata meravigliosa, ed ora tutti si allietano che non sia stata eseguita; in Ferrara stessa il palazzo della Ragione ci fornisce uno dei più tipici esempi di gotico “fatto in casa” che certo dovette a suo tempo essere ammirato e ritenuto anch’ esso “vero”: parola che evidentemente ha un valore relativo pei restauratori.
Nulla di strano pertanto che analoghi errori siano ora commessi, e che analoga impreparazione sia nel sindaco di Ferrara e nei suoi progettisti, e che essi non sappiano riconoscerlo, come è ben proprio della scarsa capacità. Il male si è quando il puntiglio e l’indisciplina intervengono a ricusare sdegnosamente il parere sereno dei competenti, i quali, maturati dall’esperienza, mettono in guardia contro i pericoli che possono derivare dalla mancanza di autenticità e di carattere. E la triste conseguenza è questa; che la lodevolissima intenzione ed il fervido buon volere di una Amministrazione comunale si sono risolti in un danno permanente per una delle più armoniose piazze, per uno dei più bei complessi monumentali che vanti l’Italia.
GUSTAVO GIOVANNONI (g.g.)


BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO


D. FREY - Architettura delle Rinascenza. Roma (Società ed. d’Arte ill.) 1924.
Il fecondo studioso tedesco sul nostro Rinascimento architettonico ci dà ora un nuovo libro, che vuol essere di sintesi, sull’argomento.
Trattasi invero di una raccolta di tavole in fotoincisione illustrata da non molte pagine di testo, sicchè il libro non esce da quel carattere di divulgazione che pur rendono utili ed interessanti tante opere congeneri: prime fra tutti quelle del Ricci sull’Architettura Barocca e su quella del Rinascimento. Ma nella scelta delle tavole e nelle loro didascalie, nell’indirizzo di tutto lo scritto appaiono criteri in tal contrasto con l’altruismo obiettivo che deve essere pregio assoluto di tali pubblicazioni fatte pel pubblico, che qualche nota appare non inutile.
Siamo con questi criteri in due tendenze che chi scrive non si stancherà nei riguardi della storia dell’Architettura di combattere fin che avrà vita. L’una è quella di considerare l’Architettura non come organismo, ma come arte di superficie, non nella essenza costruttiva, spaziale, fisiologica, ma nei piccoli motivi; ed illustrarla non con la dimostrazione tecnica di piante e di sezioni e con lo studio dei rapporti, non con la ricerca storica delle molteplici vicende, ma col troppo facile mezzo delle fotografie.
La seconda si è quella di voler sostituire alle trattazioni concrete, modeste, serie, lo sforzo di dire cose nuove ad ogni costo e volutamente artificiose: quadri di maniera in cui si riassume in poche parole la complessità di uno sviluppo architettonico, di uno scorcio di civiltà e di storia, ricerca di espressioni difficili o brillanti di una pseudo-filosofia storica od estetica che permette di sostenere tutto quello che si vuole e di spiegare fatti che neanche si conoscono bene. Chi non ricorda il “longobardo carnivoro” del Ruskyn ricollegato alle chiese lombarde del XII o del XIII secolo?
Ed ecco che il Frey, in luogo di seguire le orme dell’unico fra i suoi compatrioti che abbia compreso il nostro Rinascimento, il Burckhardt, ed in luogo di ricercarne il vero carattere nell’armonia delle proporzioni, nella grazia semplice, nello studio profondo del classico applicato talora in temi di organismo, talora in temi di forma, preferisce parlare di tutto e fare delle scorribande nella storia fino a Carlo Magno ed agli apporti della civiltà persiana in Europa, non senza accennare discretamente, con una punta nazionalista tedesca, al sacro romano impero germanico ed all’influenza del gotico d’oltre alpi nel Rinascimento italiano. Ecco che per contrapporre in modo impressionante l’Alberti al Brunelleschi, fa il primo tutto classico e giunga perfino ad attribuirgli il palazzo Pitti, (ma non sarà uno sbaglio di stampa?), e fa il secondo tutto gotico, e, per affermare questo, trascura opere mirabili, come le chiese di S. Spirito e di S. Lorenzo, vere basiliche cristiane, o tocca di volo la Cappella dei Pazzi e l’Oratorio degli Angeli, veri mausolei romani; e scherza sulla leggenda del viaggio a Roma con Donato “per tornare in luce”, come dice il Vasari, “la buon Architettura”....
Luciano di Laurana e Bramante occupano la parte centrale della trattazione del Frey, ed è l’unica parte trattata con ampiezza e equilibrio. Ma quante lacune intorno! Si dimentica Francesco di Giorgio, la cui figura pure è stata testè, forse esageratamente, messa in luce dal Venturi; neanche un cenno e neanche una illustrazione dei maestri lombardi, tra cui pure Bramante ha trascorso gran parte della sua vita artistica: Venezia non esiste nemmeno nel quattrocento e nel Cinquecento!
Poi, dopo Bramante, ecco apparire Raffaello, presentato quasi in qualità di realizzatore della grande concezione bramantesca; ma, per affermare questo, il palazzo elevato da Bramante per lui e che è invero un modello di una delle tendenze dell’architettura civile nei primi del Cinquecento, diviene il palazzo eretto da Raffaello per Bramante. E tutti gli altri passano in seconda linea e quasi non meritano neanche un cenno: non i Sangallo, nè il Peruzzi, nè il Sanmicheli, nè il Sansovino, non, più tardi il Palladio od il Vignola.
Si giunge così a Michelangelo, studiato anche lui isolatamente, non connesso col movimento del suo tempo, distaccato dall’Ammanati, dal Della Porta, dal Fontana, dal Tibaldi, dall’Alessi e dai tanti altri architetti che logicamente lo completano. E l’Architettura michelangiolesca è definita con queste parole di colore oscuro: “Mentre la prima Rinascenza fiorentina si partiva dall’interno, nei cui riguardi la parete costituiva soltanto il limite di rivestimento, lo scheletro geometrico, Michelangelo si diparte da una massa muraria plastica come sostegno della forma architettonica.... Solo l’ultimo periodo porta un cambiamento; lo spazio in sè diventa principio figurativo. Spazio e forma plastica non vengono accentuati separatamente, ma si contrappongono in ugual maniera determinandosi a vicenda”.
Ed a Michelangelo si attribuisce, senza punti interrogativi il nicchione del cortile del Belvedere in Vaticano, completato sotto Pio IV sullo schema lasciato da Bramante. Ora attribuzioni ipotetiche di tal genere, non basate su alcuna prova documentaria, stanno bene ad esempio in una serie di monografie analitiche come i Michelangelo-Studien dello stesso autore; ma sono contrarie al carattere di una pubblicazione sintetica, a cui il pubblico degli studenti ha diritto di richiedere una nozione sicura di risultati ben controllati, non un’affermazione in cui entra l’egoismo attribuzionista di un autore.
Non così certo si comprende e si fa comprendere l’Architettura del Rinascimento italiano.

G. GIOVANNONI.



A. SERAFINI: L’Abbazia di Fossanova e le origini dell’architettura gotica nel Lazio, Roma 1924.

Questa breve monografia reca, con la sua chiara e serrata trattazione, un pregevole contributo allo studio di una delle questioni più ardue ed aggrovigliate della storia dell’Architettura italiana, cioè l’origine di quello stile, così vario di luogo in luogo e così diversamente innestato alla nostra tradizione, che si è convenuto di chiamare gotico.
Domina in questo campo quasi incontrastata la teoria, vecchia ormai di più che un trentennio, dell’Enlart. Secondo un’abitudine molto frequente negli studiosi francesi, che riducono facile e schematico ciò che è complesso ed oscuro, e che in ogni parola di scienza o di arte recano un innesto del loro nazionalismo, la questione suddetta è per l’Enlart risolta da una semplice formula: quella della derivazione diretta delle forme gotiche italiane dai monumenti francesi, e specialmente borgognoni, avvenuta attraverso la costruzione dei monasteri cistercensi, sorti, per opera dei monaci francesi o d’italiani educati alle loro scuole, alla fine del XII e all’inizio del XIII sec.; primi fra tutti Fossanova, Casamari, Valvisciolo ecc. nel Lazio meridionale.
Già chi scrive queste righe ha altrove notato come la teoria dell’Enlart, seriamente basata sullo studio architettonico dei monasteri cistercensi suaccennati e sui raffronti stilistici analitici, sia invece di una leggerezza estrema in tutti i dati storici con cui vuole convalidare in ogni modo le sue deduzioni e cada addirittura nel grottesco quando, con un preconcetto che mai l’abbandona, vuole affrontare il ben più vasto ciclo dei monumenti italiani di altro tempo e di altre regioni (basti rammentare l’ipotesi che Filippo di Campello, che operò, non sappiamo bene in qual funzione, ad Assisi, fosse un francese). Molte interessanti osservazioni di mons. Serafini, basate su di una chiara interpretazione di documenti, recano, pur nelle serie dei monumenti cistercensi laziali, una chiara conferma a questo giudizio.
I recenti studi importantissimi del compianto Rivoira e del Kinglsey Porter son venuti, non tanto a controbattere la teoria dell’Enlart, quanto a dimostrare quanto il tema fosse molteplice, quanto più profonde dovessero ricercarsi le radici del gotico italiano. Nelle costruzioni lombarde dell’ XI secolo, a Milano, a Rivolta d’Adda, a Montefiascone, a Corneto Tarquinia, essi hanno trovato già formati gli elementi primi che più tardi saranno elaborati nelle varie scuole romaniche e costituiranno (forse attraverso gli edifici normanni) il gotico francese; così le pilastrate multiple, le nervature diagonali costituenti l’ogiva, lo schema generale statico per cui tutta la chiesa è coperta da crociere e la nave centrale si sopraeleva sulle laterali.
Accanto a questi studi lombardi sarebbe tempo che a completare l’esegesi degli elementi gotici giungessero gli studi sull’Arte meridionale e specialmente su quella siculo-campana, a trarre da tutto un campo quasi inesplorato risultati che appunto i preconcetti nazionalistici hanno vietato al Bertaux di raggiungere. Che l’arco acuto arabo sia di molti secoli precedente a quello gotico è a tutti ben noto; che dall’Oriente, e specialmente dalla Siria, siano derivati all’Occidente molti schemi essenziali nell’Architettura chiesastica come in quella militare è ammesso anche dallo Choisy: ma, nel campo strettamente italiano ancora non è stato certo messo nella voluta evidenza, da un lato il diretto concatenamento dell’Arte medievale sicula con quella araba di Egitto, dall’altro la influenza diretta che il formarsi della tipica architettura tirrena del XII secolo ha avuto nella formazione di elementi gotici, provenienti cioè dal Mezzogiorno anzichè dal Settentrione. Il campanile di Gaeta, per fornire un esempio a cui si associa il nome di un grande artefice romano, Nicola d'Angelo, potrà da queste nuove ricerche assumere il valore di monumento fondamentale.
Ma ritorniamo a Fossanova ed alla bella monografia del Serafini, che è quello che dovrebbero essere i veri contributi efficaci alla storia dell’Architettura italiana; cioè uno studio analitico in cui le indagini sui documenti e quelle sul monumento si integrano, in cui del pericoloso mezzo dei raffronti stilistici, dell’ancor più pericoloso desiderio attribuzionista ci si vale con grande ed onesta sobrietà, in cui infine il legame coi vasti problemi d’indole generale appare nella preparazione dello studioso e ha risultato in ipotesi discrete che non trascendono dalla economia del lavoro.
I vari capitoli della monografia ricostituiscono sicuramente la serie degli abati e dei priori di Fossanova a partire dal pontificato d’Innocenzo II fino al 1300, non senza far rilevare come essi siano quasi tutti della regione circostante e non vi appaiano stranieri; danno una chiara trattazione storica delle complesse vicende dell’abbazia, riannodandola allo sviluppo in Francia ed in Italia dell’ordine cistercense; escludono la asserita figliazione di Fossanova da Hautecombe in Savoia, da cui si erano volute trarre conseguenze nei riguardi di una derivazione artistica dovuta al trasferimento da un’abbazia all’altra di monaci artisti francesi-borgognoni; dimostrano l’importanza assunta da Fossanova nell’Italia meridionale, dando interessanti notizie delle chiese aggregate ad essa, per donazioni e delle figliali, tra cui S. Pietro in Amalfi e Vaivisciolo di Carpineto, che solo nel secolo XVII ha trasferito i monaci ed ha dato il nome a Valvisciolo di Sermoneta; mettono in chiaro il significato dello studium artium residente, secondo afferma un documento del 1247, in Fossanova, quale scuola di rettorica e teologia collegata ad uno speciale momento delle istituzioni cistercensi, non certo quale scuola di monaci e di laici che si dessero, come suppone l’Enlart, all’Architettura e così diffondessero da Fossanova le nuove forme venute di Francia.
Lo studio del monastero e della chiesa di S. Maria si innesta e si intreccia con questi dati. La chiesa, iniziata nel 1173 forse nel braccio anteriore e chiusa provvisoriamente con un coro, a pianta rettangolare, fu poi proseguita alacremente dal 1185 in poi per essere terminata intorno al 1210. Ma è interessante notare come la sua arte e quella delle costruzioni dell’annesso monastero non possano dirsi di avanguardia: chè molto prima erano già sorti nei dintorni S. Maria in flumine di Ceccano in cui analoghi motivi architettonici e decorativi sono svolti. Gli artisti di Fossanova con maggior ampiezza ed elevatezza elaborarono quegli elementi e ne ottennero, non un primo monumento, ma un monumento-tipo.
Donde vennero quegli artisti e donde venne quell’Arte? Scossa ormai la base storica dell'ipotesi cistercense, che formò per l’Enlart la piattaforma. alla tesi della derivazione immediata dalla Francia, non potrebbe certo più sostenersi che quegli artisti fossero monaci borgognoni (di cui mai appare notizia) e quell’arte null’altro che un gotico provinciale francese. Io penso tuttavia che il Serafini vada all’estremo opposto, tendendo ad escludere quell’opera e quella corrente esotica, poichè i raffronti e gli accostamenti stilistici portati dall’Enlart hanno un valore ben maggiore delle sue asserzioni di ordine storico e non possono senz’altro esser posti da parte, anche quando si sostenga validamente che molti di quegli elementi ebbero in Italia la loro origine prima e poi passarono in Francia direttamente od indirettamente.
Con una precisa formula, destinata a divenire il programma di un ampio studio avvenire, Mons. Serafini afferma alla fine del suo lavoro: “Ecco la regione laziale alla fine del secolo XII divenuta naturalmente il crogiuolo dove si fonderanno le diverse tendenze, i diversi elementi: pisani, tuscanici, lombardi, cosmateschi, arabo-siculi, abruzzesi, pugliesi. Tutti elementi italiani”. Tutto vero codesto, ma soltanto occorrerebbe anche aggiungervi, alla pari con quelli e senza alcuna pretesa di egemonia, gli elementi francesi.

G. GIOVANNONI.

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