FASCICOLO III E IV - NOVEMBRE - DICEMBRE 1925
CARLOTTAVO MARCHETTI : Le Fontane di Brescia, con 31 illustrazioni

LE FONTANE DI BRESCIA.

Poche città ci sembran poter vantare tanta ricchezza di fontane come Brescia. In ogni piazza, si può dire, in ogni viuzza in ogni cortile, in ogni chiostro, sia pur timido e modesto, viene a cullarci il tranquillo zampillìo di un delfino, di un mascherone, di una conchiglia barocca, di una candelabra neoclassica.
Al parlar di fontane, il nome di Roma si presenta ed abbaglia: la grandiosità delle linee, l’imponenza della massa architettonica, la copiosità dell’acqua delle sue fontane, associate al nome di un Bernini, rimangono superiori e lontane da ogni confronto a testimoniare una potenza eterna. Brescia, piccola ma aristocratica, fiera più che festosa, con un patriziato men fastoso che bellicoso, ha un barocco lontanissimo dal Milanese; non so se più vicino di spirito al Romano di quanto lo sia per espressione al Veneto. Abbondantissima d’acqua fin dal tempo della sua prosperosa romanità, fu specialmente nel periodo di fedele, ma libero ossequio alla magica dominante, passate le burrasche del 500, che Brescia, con un senso nobilissimo di signorilità, godendo del dono naturale, si volle ornare di monumenti che fossero una sua caratteristica che la differenziassero dalle consorelle vicine; ciò che fece però senza sproporzione di mezzi. Non dirò che abbia creato soltanto cose superlative: parecchie son le fontane che, lavate da quella deliziosa patina color bronzo con cui il tempo riveste il Rezzato, pulite dalle chiazze, dalle striature piene di colore pittorico, dalle muffe, dalle edere, non dicono più nulla; qualcuna non è che la convenzionale e squilibrata espressione di un periodo in cui «è del poeta il fin la meraviglia, chi non sa far stupir vada alla triglia »; molte quelle decorative, buttate giù con largo gesto scenografico, ma senza finezza di particolari. Noi le abbiamo raccolte ugualmente perchè lo spirito del tempo e del luogo è sintetizzato anche dalle piccole cose mediocri, a volte più localmente caratteristiche dei grandi monumenti.
Non è dunque intenzione di chi scrive ricercare e scoprire i nomi degli artefici che hanno scolpito o compilato l’una o l’altra fontanella: se la piccola cosa, il piccolo particolare tocca oggi l’animo nostro con una gioia più intima che non l’opera monumentale a noi troppo lontana, si è però dispensati dal ricercare tanti nomi ignoti che nessun anello occupano nella ininterrotta catena dell’evoluzione artistica.
Ci limitiamo pertanto a far parte al lettore di queste piccole cose, non conosciute per la maggior parte, dando il nome di quelli che nel periodo barocco e neoclassico hanno avuto qualche importanza nella storia artistica bresciana in relazione al nostro tema.
Delle fontane poste in località pubbliche, le due più conosciute e più caratteristiche sono quella della Pallata e quella della Piazza del Duomo.
La Pallata, addossata alla omonima torre medioevale a porta San Giovanni, venne costruita nel 1596 su disegno di Pietro Bagnadore da Orzinuovi, architetto, che diede anche il disegno delle statue scolpite da Antonio Carra. Questi due nomi occupano un posto importante nell’architettura bresciana: il primo (che studiò a Roma) fu architetto e pittore e in unione a Leone Bussi della Fabbrica del Duomo di Milano lavorò alla cattedrale di Brescia, il secondo, scultore fecondissimo, fu capo di tutta una famiglia di scultori il cui nome si trova, nella regione, ad ogni piè sospinto.
La fontana di Piazza del Duomo, la più elegante, la più bella di Brescia è piena di armonia e di grazia, pur potendosi trovare un po’ slegato il piedestallo della statua dal sottostante pilastro. La statua, rappresentante la città, è opera di Antonio Callegari (1698 -1777) il più celebre di tutta una famiglia d’artisti la cui produzione è stata prodigiosa.
La fontana di Palazzo Soardi ora Bruni fu disegnata nel 1760 dall’abate Antonio Marchetti (1724-1791) l’autore del ridotto del teatro Grande, architetto, che moltissimo lavorò nella Bresciana in ville, in palazzi, in Chiese, rivale dell’abate Gaspare Turbini, nato nel 1728, autore della fontana di palazzo Polini Lechi ora Guaineri, per non parlare qui dello scalone del teatro Grande e delle numerose costruzioni civili e religiose sparse in tutta la provincia.
E per non citare che i nomi più popolari e saliti in qualche fama, finiamo col Donegani e col Vantini.
Giovanni Donegani, disegnò la fontana che i Martinengo Colleoni costruirono nel 1780 in Piazza S. Alessandro. Autore del teatro comunale e di due casinetti neoclassici fuori porta ha parecchie buone cose secondarie in città e nelle campagne.
Più noto anche fuori Brescia è Rodolfo Vantini (1791-1856) architetto dei due casinetti di porta Venezia in Milano e del classicissimo cimitero di Brescia; cimitero che ha segnato un’epoca (1815) (e direi quasi una formula) e che fu cantato dall’Arici.
Dalla metà del secolo scorso fino a oggi si può dire, nessuna nuova fontana interessante viene a continuare la tradizione. La mentalità gretta, piatta e grigia del periodo demagogico odiatrice del passato, in nome di un falso progresso ha fatto scomparire alcune tra le più note e più in vista fontane della città per sostituirle con antenne per la luce, con ignobili edicole di giornali, come ha lasciato che deliziose case affrescate da Lattanzio Gambara fossero massacrate da finti marmi e da floreali convulsioni di vetrate e di ferri.
Oggi speriamo che la crisi sia superata: una fontanella deliziosa è stata rimessa in onore: vogliamo dire la classicheggiante statuetta di piazza del Duomo, bellissinia, degna vicina della sorella del Callegari. La figura mutilata di donna è di una grazia non comune e l’insieme del monumento ha una certa qual nota frammentaria molto rispondente al gusto presente.
Vogliamo sperare che le nuove generazioni, educate a miglior gusto estetico, sapranno con amore rispettare e conservare questi piccoli ma cari monumenti che danno alla città una nota sua caratteristica e che, emuli dei chiomati patrizi barocchi, i feudatari delle movimentate industrie moderne, vogliano tener alta la fiamma del bello. Chi sa quali attimi di felicità procuri la visione anche fugace di una fontanella mormorante in fondo a un giardino o nell’angolo di un silenzioso cortile, comprenderà quanto sia necessario lasciare immutata la cantilena discreta di queste voci d’acqua che la gioia di un artista armonizzò con fantasie architettoniche quasi desiderando che il suo poemetto di pietra, pervaso da grazie mitologiche, avesse risalto canoro sulla nota purissima dell’acqua.
ARCH. LECHI E MARCHETTI

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