LE FONTANE DI BRESCIA.
Poche città ci sembran poter vantare tanta ricchezza di fontane
come Brescia. In ogni piazza, si può dire, in ogni viuzza in
ogni cortile, in ogni chiostro, sia pur timido e modesto, viene a cullarci
il tranquillo zampillìo di un delfino, di un mascherone, di
una conchiglia barocca, di una candelabra neoclassica.
Al parlar di fontane, il nome di Roma si presenta ed abbaglia: la grandiosità
delle linee, l’imponenza della massa architettonica, la copiosità
dell’acqua delle sue fontane, associate al nome di un Bernini,
rimangono superiori e lontane da ogni confronto a testimoniare una
potenza eterna. Brescia, piccola ma aristocratica, fiera più
che festosa, con un patriziato men fastoso che bellicoso, ha un barocco
lontanissimo dal Milanese; non so se più vicino di spirito al
Romano di quanto lo sia per espressione al Veneto. Abbondantissima
d’acqua fin dal tempo della sua prosperosa romanità, fu
specialmente nel periodo di fedele, ma libero ossequio alla magica dominante,
passate le burrasche del 500, che Brescia, con un senso nobilissimo
di signorilità, godendo del dono naturale, si volle ornare di
monumenti che fossero una sua caratteristica che la differenziassero
dalle consorelle vicine; ciò che fece però senza sproporzione
di mezzi. Non dirò che abbia creato soltanto cose superlative:
parecchie son le fontane che, lavate da quella deliziosa patina color
bronzo con cui il tempo riveste il Rezzato, pulite dalle chiazze, dalle
striature piene di colore pittorico, dalle muffe, dalle edere, non
dicono più nulla; qualcuna non è che la convenzionale
e squilibrata espressione di un periodo in cui «è del poeta
il fin la meraviglia, chi non sa far stupir vada alla triglia »;
molte quelle decorative, buttate giù con largo gesto scenografico,
ma senza finezza di particolari. Noi le abbiamo raccolte ugualmente
perchè lo spirito del tempo e del luogo è sintetizzato
anche dalle piccole cose mediocri, a volte più localmente caratteristiche
dei grandi monumenti.
Non è dunque intenzione di chi scrive ricercare e scoprire i
nomi degli artefici che hanno scolpito o compilato l’una o l’altra
fontanella: se la piccola cosa, il piccolo particolare tocca oggi l’animo
nostro con una gioia più intima che non l’opera monumentale
a noi troppo lontana, si è però dispensati dal ricercare
tanti nomi ignoti che nessun anello occupano nella ininterrotta catena
dell’evoluzione artistica.
Ci limitiamo pertanto a far parte al lettore di queste piccole cose,
non conosciute per la maggior parte, dando il nome di quelli che nel
periodo barocco e neoclassico hanno avuto qualche importanza nella
storia artistica bresciana in relazione al nostro tema.
Delle fontane poste in località pubbliche, le due più
conosciute e più caratteristiche sono quella della Pallata e
quella della Piazza del Duomo.
La Pallata, addossata alla omonima torre medioevale a porta San Giovanni,
venne costruita nel 1596 su disegno di Pietro Bagnadore da Orzinuovi,
architetto, che diede anche il disegno delle statue scolpite da Antonio
Carra. Questi due nomi occupano un posto importante nell’architettura
bresciana: il primo (che studiò a Roma) fu architetto e pittore
e in unione a Leone Bussi della Fabbrica del Duomo di Milano lavorò
alla cattedrale di Brescia, il secondo, scultore fecondissimo, fu capo
di tutta una famiglia di scultori il cui nome si trova, nella regione,
ad ogni piè sospinto.
La fontana di Piazza del Duomo, la più elegante, la più
bella di Brescia è piena di armonia e di grazia, pur potendosi
trovare un po’ slegato il piedestallo della statua dal sottostante
pilastro. La statua, rappresentante la città, è opera
di Antonio Callegari (1698 -1777) il più celebre di tutta una
famiglia d’artisti la cui produzione è stata prodigiosa.
La fontana di Palazzo Soardi ora Bruni fu disegnata nel 1760 dall’abate
Antonio Marchetti (1724-1791) l’autore del ridotto del teatro
Grande, architetto, che moltissimo lavorò nella Bresciana in
ville, in palazzi, in Chiese, rivale dell’abate Gaspare Turbini,
nato nel 1728, autore della fontana di palazzo Polini Lechi ora Guaineri,
per non parlare qui dello scalone del teatro Grande e delle numerose
costruzioni civili e religiose sparse in tutta la provincia.
E per non citare che i nomi più popolari e saliti in qualche
fama, finiamo col Donegani e col Vantini.
Giovanni Donegani, disegnò la fontana che i Martinengo Colleoni
costruirono nel 1780 in Piazza S. Alessandro. Autore del teatro comunale
e di due casinetti neoclassici fuori porta ha parecchie buone cose
secondarie in città e nelle campagne.
Più noto anche fuori Brescia è Rodolfo Vantini (1791-1856)
architetto dei due casinetti di porta Venezia in Milano e del classicissimo
cimitero di Brescia; cimitero che ha segnato un’epoca (1815) (e
direi quasi una formula) e che fu cantato dall’Arici.
Dalla metà del secolo scorso fino a oggi si può dire,
nessuna nuova fontana interessante viene a continuare la tradizione.
La mentalità gretta, piatta e grigia del periodo demagogico
odiatrice del passato, in nome di un falso progresso ha fatto scomparire
alcune tra le più note e più in vista fontane della città
per sostituirle con antenne per la luce, con ignobili edicole di giornali,
come ha lasciato che deliziose case affrescate da Lattanzio Gambara
fossero massacrate da finti marmi e da floreali convulsioni di vetrate
e di ferri.
Oggi speriamo che la crisi sia superata: una fontanella deliziosa è
stata rimessa in onore: vogliamo dire la classicheggiante statuetta
di piazza del Duomo, bellissinia, degna vicina della sorella del Callegari.
La figura mutilata di donna è di una grazia non comune e l’insieme
del monumento ha una certa qual nota frammentaria molto rispondente
al gusto presente.
Vogliamo sperare che le nuove generazioni, educate a miglior gusto
estetico, sapranno con amore rispettare e conservare questi piccoli
ma cari monumenti che danno alla città una nota sua caratteristica
e che, emuli dei chiomati patrizi barocchi, i feudatari delle movimentate
industrie moderne, vogliano tener alta la fiamma del bello. Chi sa
quali attimi di felicità procuri la visione anche fugace di
una fontanella mormorante in fondo a un giardino o nell’angolo
di un silenzioso cortile, comprenderà quanto sia necessario lasciare
immutata la cantilena discreta di queste voci d’acqua che la gioia
di un artista armonizzò con fantasie architettoniche quasi desiderando
che il suo poemetto di pietra, pervaso da grazie mitologiche, avesse
risalto canoro sulla nota purissima dell’acqua.
ARCH. LECHI E MARCHETTI