FASCICOLO XI - LUGLIO 1924
GINO ROSI: Le Città dei Morti , con 13 illustrazioni
Lontano da ogni frastuono di treno, da ogni battito di motori, da ogni trotto di cavalli, vive ora la Morte col suo volto di sasso solcato dalle rughe dei secoli. Se passa un carro di fieno, le ruote sembrano bisbigliare invece che stridere e il cigolio è assorbito dal silenzio. Ed ecco a uno svolto della vallata voi scorgete in iscorcio una fila di case color ruggine le cui porte appaiono come palpebre sigillate. Sotto le porte nereggiano misteriose bocche che scavano la collina. Queste sono le case dei Morti. Queste sono le case del sonno perpetuo.
Nelle pareti dirupate delle valli s'allineano le facciate una dopo l'altra per lunghi tratti e chi si trovi a transitare per il mezzo, lungo il fosso serpeggiante, pensa a una città che dorme. Ma il sole è alto. Vano è attendere il risveglio. Perché questa è la Città dei Morti, e non si potrà mai risvegliare.
Dov'è questa Città? Ve n'è più d'una. La inesorabile lima del tempo e l'avida vanga degli uomini le ha ridotte a poche, non più di sei. Cinque assai vicine tra loro (San Giuliano presso Barbarano, Bieda, Grotta Porcina, Norchia e Castel d'Asso) le quali tutte si trovano in quel vasto piano che giace nel Lazio settentrionale all'incirca fra Viterbo Barbarano e Tuscania. La sesta, Sovana, è distante una quarantina di chilometri dalle altre, verso Nord, a breve distanza da Pitigliano (Prov. di Grosseto). Altri sparsi e scarsi gruppi di tombe a facciata rupestre s'incontrano nella regione suddetta, ma interessano più il topografo che l'architetto lo storico dell'arte medie vale o l'archeologo. Ho citato queste tre categorie di studiosi perché invero le necropoli oltre l'importanza scientifica per l'etruscologia, ne hanno anche in quanto rivelano un nuovo speciale e vasto sistema di costruzione e in quanto contengono sempre notevolissimi monumenti medievali (chiese e castelli) dovuti agli abitanti di quei borghi, desolati e distrutti poi dalla malaria.
Lo studio appassionato che per parecchi anni ho condotto su queste abbandonate regioni mi mette forse in grado di poter dire un giorno una parola anche su questo argomento. Per ora mi accontenterò di dar qualche accenno sommario sull'architettura etrusca quale ci viene rivelata dalle facciate rupestri. Qualche conclusione sembrerà tirata troppo facilmente: ma in un breve articolo non posso distendere adeguatamente ogni parte e mostrarne i legami, come nella compiuta opera che dovrà - fra non molto, spero - veder la luce (1).

Ognun sa che la quasi totalità delle tombe etrusche del mezzogiorno, fra la Fiora, il Tevere e il Tirreno, sono scavate nel tufo. La facilità di lavorazione di questo materiale (che per altro varia di qualità a vista d'occhio, si può dire di cento in cento metri) indusse gli abitanti di questa vasta regione a lavorare anche l'esterno dei sepolcri, foggiandoli in varie guise. Queste si possono però riportare tutte a tre tipi fondamentali: il tumolo, o ruota, la tomba displuviata e la tomba-dado. Presso i Falisci, popolo etruschizzato ma pur sempre distinto alcuni esempi sporadici e n'incontrano anche nelle necropoli prettamente etrusche.
Il tumulo, forma di sepolcro diffusissima in tutte le civiltà antiche di tutti i paesi, fu attuato specialmente su i pianori e nei fondo-valle. La località dove si trovano in maggior numero è Cerveteri. Nel Viterbese scarseggiano: un esempio grandioso lo abbiamo però a Grotta Porcina.
Il secondo tipo di tomba, assai poco diffuso, riproduce la casa con tetto a schiena d'asino; raffigurata sia dal lato lungo (con una sola gronda in vista, come le case nostre) e sia dal lato corto, a facciata pentagonale (con in vista le testate dei travi, come le case fiamminghe).
Ma il tipo più caratteristico per il nostro Studio, e che costituisce la quasi totalità dei monumenti del Viterbese, è la tomba-dado. Essa è formata da un grosso blocco di tufo squadrato in forma cubica, il cui margine superiore è scolpito torno sui tre lati (il quarto è quello verso l'altura e quindi non tagliato) con un ornato di modanature sovrapponentisi. La fronte principale ha scolpite una o più porte, di solito finte (quando l'adito a la cella sepolcrale è servito da un dromos). Questo tipo originate nella maggior parte dei casi si presenta non come dado completo, ma come un mezzo dado (poco sporgente da la rupe) o anche e spessissimo come finto-dado, ossia con la figurazione della sola fronte, quasi che il resto fosse incassato nella collina. Le modanature sono svariatissime e si trovano combinate in molti modi. Per lo più si tratta - a cominciar dall'alto - di una fascia, un toro, un ovolo rovescio con becco di civetta, una gola rovescia, un altra fascia, becco di civetta. Sovrornato pesante dunque veramente barycephalo come direbbe Vitruvio: in certi casi la sua altezza è pari a quella della fronte sottostante. Cosi anche le porte variano di foggia e di dimensioni. Abbondano quelle di tipo prettamente etrusco con le proiecturae o prolungamento verso il basso delle estremità inferiori dell'architrave. A Castel d'Asso e a Sovana le porte sono anche immediatamente sotto, a contatto della modanatura più bassa del sovrornato.
Il dado è un tipo che ci appare già formato, senza cioè nessun travaglio di sviluppo anteriore. È evidente invece uno sviluppo stilistico verso una forma successiva. Davanti ai sepolcri infatti dovevano essere in origine compiute le cerimonie del rito funebre: davanti e fors'anche sopra ai dadi, su la piattaforma, come indicherebbero le scalette scavate in roccia che vi conducono. Però a Norchia cominciano a comparire delle piccole tettoie in facciata che rendono la fronte simile a un grande camino (fig. 5.), finchè la tettoia non diviene così sporgente da dover essere sostenuta da due colonne: ecco la Tomba Prostila di Norchia (figg. 6 e 12). Ma il luogo pei sacrifizi si preferì forse renderlo invisibile agli estranei, e sotto le facciate si scavarono allora delle celle con fronte a porta finta come la superiore, ma senza modanature. Tale cella scavata per tre lati era poi chiusa sul quarto, verso l'esterno con massi di riporto. Il tipo a doppia facciata è diffusissimo a Castel d'Asso (fig. 7) e a Norchia.
Considerata la cella rituale come tempio famigliare non mancava che ornarla a simiglianza di tempio. E, come sul principio il Tempio non era che casa del Dio, ma, sempre casa, ci si limitò ad aggiungere rappresentazioni figurate su la facciata. Da la solitaria maschera scolpita sopra una porta di San Giuliano si passa alle tre teste che sormontano un architrave a Norchia. Ma l'architettura religiosa etrusca si sviluppava intanto in senso che si potrebbe dire occidentale (italico e poi ellenico): a la costruzione a tetto piano, cui ci riporta il tipo del dado, si sostituisce quella a tetto dispiovente, certo più adatto ai nostri climi. Così nasce la tomba a timpano, che è una derivazione, si, della displuviata, ma sottoposta ad una concezione e a una destinazione religiosa, e che con l'immissione di elementi falisci (portico) e greci, finisce per diventare una vera e propria riproduzione del tempio tuscanico. Si hanno poi dei monumenti specialissimi e caratteristici, i quali, se lo spazio ce lo consentisse, meriterebbero una dettagliata descrizione (2). Dobbiamo invece appagarci della riproduzione fotografica, nella quale purtroppo molti particolari si perdono, e si perde anche il meraviglioso colore e la funzione monumentale della parte singola nel complesso rupestre. Non sarà ad ogni modo difficile osservare la progressiva invasione di elementi greci nelle forme etrusche.
Dei monumenti citati o riprodotti quasi tutti sono stati scoperti da me in questi ultimi anni. Perchè i precedenti visitatori per la fretta dell'esplorazione e per la maggior fittezza dei boschi al tempo loro si erano limitati a osservazioni sommarie. Anche le due Tombe Doriche di Norchia (fig.13) riprodotte in falsi disegni in tutti i libri d'etruscologia dall'Orioli in poi, hanno svelato nuovi segreti sotto un più attento esame: per es. si è visto che il fregio (fig. 10) non è formato di soli membri tettonici, ma anche di elementi figurati: in altri termini i triglifi vi si alternano con protome. Questa osservazione, lo scoprimento della fronte della Tomba Lattanzi (giudicata inaccessibile dal Dennis), e insieme la ripulitura di molte altre facciate e di alcuni ipogei sono stati possibili mercè l'interessamento del R. Sovrintendente agli scavi di Roma, comm. Paribeni, e del R. Sovrintendente ai Monumenti, comm. Muñoz che si sono anche preoccupati di assicurare la manutenzione delle antichità scoperte, nominandovi un regio custode. Noi non abbiamo a parlar qui degli interni delle tombe, ma anche questi sono del più alto interesse, per vastità, per varietà di forme e per ricchezza: basti citare la Tomba Cima a San Giuliano che era composta di sette camere, alcune scolpite ed altre dipinte. Di essa, in tutto simile alla famosa tomba «dei Pilastri Scanalati» di Vulci, riferirò più a lungo su le Notizie degli Scavi.
I frammenti di cocci raccolti in questi primi saggi dimostrano ancora una volta che la tradizione dell'architettura rupestre va dal VII al III sec. (vi si potrebbero poi aggiungere altri quattro secoli, lungo i quali i nuovi dominatori romani non disdegnarono di far propria l'usanza delle tombe a facciata scolpita).
La scarsità delle iscrizioni graffite fa supporre che se ne siano fatte più frequentemente in pittura. Ma tracce d'intonachi si conservano appena nei cantoni delle sotto-facciate. Del resto anche se non tornasse a mente l'evangelico orrore pei «sepolcri imbiancati», si preferirebbe sempre la roggia nudità del tufo.
A quale sistema architettonico si riportano i dadi? Lo credo, per conto mio, che l'opinione già affacciata dall'Orioli sia di gran lunga la più probabile. Cioè che la costruzione riprodotta nel dado fu la casa d'abitazione etrusca, fabbricata in gran parte di legname e d'argilla. Il tetto piano ha un solaio di tale spessore (tutta l'altezza del sovrornato) da escludere ogni impiego di pietra. La cosa è fuori discussione per le tombe displuviate, alcune delle quali (a Norchia e a Sovana) rappresentano addirittura la capanna primitiva di stipa. La Tomba Prostila di Norchia ha su la piattaforma una vasta buca rettangolare, raffigurante senza alcun dubbio l'impluvium. Si hanno così in queste tombe antichissime (il dado comincia fin dal VII sec.) i prototipi dell'atrium tuscanicum e dell'atrium displuviaium. La totale sparizione delle città circa il materiale di costruzione usato fino a la conquista romana e a l'introduzione dei mattoni. Nessuno ci vieta di credere che le costruzioni lignee avessero poi tutto un rivestimento di antepagmenti in terra cotta, ma nessuna prova esiste di ciò per ora.
Basta dare un'occhiata a le fotografie riproducenti dei dadi per accorgersi di trovarsi di fronte a uno stile specialissimo. Stile arieggiante l'egizio, ma notevolmente diverso da esso. Intanto tutte le modanature del sovrornato sono da noi rientranti, salvo che a Sovana dove le gole e gli ovoli sporgenti a gronda sono proprio simili a quelli dei piloni egiziani. Ma il sovrornato rientrante?
In verità l'unico punto di raffronto ci è offerto da altri monumenti etruschi (urne cinerarie a Firenze, cippi di Viterbo, d'Orvieto, di Vulci, il sarcofago di San Severo) ma in nessun modo fuori d'Etruria. Si tratta dunque d'uno stile nato e sviluppato in Etruria? Bisogna rispondere di no, perchè il dado appare in ogni luogo bell'e formato nella sua originaria linea, fin dal VII secolo senza che appaia affatto alcun travaglio evolutivo di preparazione. Lo stile è dunque venuto di fuori già formato. E poiché elementi di costruzione tettonica riprodotta in roccia non ci sono offerti che da le necropoli dell'Asia Minore, non è fatica ammettere, d'accordo con la tanto disputata ma sempre giusta tradizione erodotea, che i progenitori del dado debbano ricercarsi laggiù. Non è qui il luogo di discutere se vi siano più termini di raffronto con l'arte, dei Lici, o con quella dei Frigi, o con quella dei Lidi (antenati dei Tirreni): noi vediamo la parentela un po' con tutt'e tre. Ma - mi si potrà domandare - come va che il dado casi come si trova in Etruria non si trova in Asia? Non si parla - rispondo - di trapiantare lo stile sepolcrale, ma lo stile delle case dei vivi che si saranno in parte dovute adattare al luogo secondo i materiali, il clima e le usanze degli indigeni e la configurazione del terreno. Perché se l'usanza di scolpire la roccia in foggie artistiche è stata comune a molti popoli antichi, certo gli Etruschi furono in ordine di tempo tra i primi e vennero dopo soltanto agli Asiatici (i su nominati e gl'Ittiti) e ai Siculi, che hanno però tutt'altra fisionomia. Basti dire che differenze di stile, e talvolta anche sensibili, si notano perfino fra le singole necropoli nostre, distanti poche miglia l'una da l'altra.
In conclusione la storia dell'architettura etrusca trae dalle necropoli rupestri la spiegazione della sua evoluzione civile e religiosa. E ricerche scientifiche, condotte sui luoghi dove dorme l'antica civiltà misteriosa, potrebbero forse valere a strappare molti veli dal suo cadavere imbalsamato. Quali balsami furono mai quelli, che bastarono a mantenere la bellezza e il fascino del corpo attraverso l'implacabile setaccio dei secoli' L'Arte: che rifiorì nelle chiese romaniche e nei castelli feudali. L'Arte forse non sola: ma con essa la Fede nell'Immortalità della Morte.

GINO ROSI


(1)Sul «Journal of Roman Studies» di Londra.
(2)La Grotta Ildebranda a Senna, da tue scoperta, è l'esatta riproduzione d'un tempio tuscanico, secondo la classica descrizione di Vitruvio, cioè con le celle laterali arretrate dal piano di facciata della cella centrale (fig. 11).

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