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RENATO BARTOCCINI: La Moschea di Murad Agha in Tagiura (Tripolitania), con 7 illustrazioni |
Il Decreto Governatoriale del 12 aprile 1922, con cui per iniziativa di S. E. il Conte Volpi, Governatore della Tripolitania, venivano dichiarati monumenti di interesse storico artistico ed archeologico vari edifici dell'oasi di Tripoli e dei dintorni, non poteva non comprendere il più interessante documento di architettura araba esistente nella nostra colonia. Intendo riferirmi alla moschea di Tagiura, nota anche col nome del suo fondatore, Murad Agha.
Sino ad oggi abbandonata e negletta, defraudata da un amministratore poco scrupoloso delle rendite (auqâf) devolutele, si sono finalmente rivolte anche ad essa le cure degli enti governativi, e mercè l'intervento del nuovo delegato circondariale di quella regione, avv, De Rubeis, ampi lavori di restauro e di assestamento sono stati minati nell'edificio e nell'area circostante, con la cooperazione tecnica della locale Soprintendenza dei monumenti e scavi, che ha così visto realizzarsi uno dei suoi voti più fervidi. Sorge la moschea a meno di 20 chilometri da Tripoli, verso oriente, nel centro di un'oasi rigogliosissima e industre. Et-Tîgiâni, noto scrittore del secolo XIV, in una relazione di un suo viaggio in queste regioni, così ci parla di Tagiura, dove giunse verso la fine del 708 dell'Egira (primavera 1309) (1): "È un villaggio (qaryah) grande e popoloso. In esso sorge un castello (qasr) ampio che comprende vari edifici e include una fortificazione (hisn) costruita in epoca più antica.... Il villaggio cominciò ad essere popolato dall'anno 550 dell'Egira (1155-56)....". Tralasciando quest'ultima asserzione, derivata forse da qualche tradizione priva di fondamento, chè le ricerche archeologiche ci inducono a credere fosse ben altrimenti fin dal tempo dei Romani, è per noi interessante riscontrare l'esistenza già per quest'epoca di un altro centro fortificato di non lieve importanza quasi alle porte di Tripoli, ed in posizione tale da controllare efficacemente l'esistenza stessa del capoluogo. Fu forse appunto per queste sue eccezionali qualità che nel 1510 ( 916 H), quando gli Spagnoli con audace azione militare si impadronirono di Tripoli, sgominando col ferro e col fuoco ogni ostinata resistenza della popolazione, Tagiura vide riversarsi fra le sue mura i fuggiaschi, per cercarvi asilo in un primo tempo, per riorganizzarvisi poi, e preparare la rivincita. Ma anni ed anni si succedevano; i cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, insediatisi a Malta, erano subentrati agli Spagnoli nella difesa della città barbaresca, e mentre di qui continuamente si partivano offese verso l'esterno, feroci discordie dividevano le popolazioni arabe invano incitate a cacciare dalle loro terre i Cristiani. Fu in quel periodo di tempo che lungo le coste africane iniziavano audaci scorrerie squadre di corsari turchi con l'intento di rioccupare le città cadute in mano agli infedeli. Il primo attacco a fondo e con esito fortunato fu condotto da Khair ed - Dîn, più spesso detto Barbarossa, contro Tunisi nel 1532 (=939-940 H). Alla buona riuscita dell'impresa cooperava tra gli altri Murâd Aghâ, comandante di una galera. In premio veniva nominato signore di Tagiura, dove effettivamente si insediava prendendo le redini del governo con mano energica, allo scopo soprattutto di premunirsi contro eventuali attacchi da Tripoli e di prepararsi alla riconquista della città. Secondo le notizie più attendibili era Murâd Aghâ oriundo di Ragusa. Rapito giovanissimo da corsari e condotto in schiavitù a Costantinopoli vi diveniva mussulmano. La sua bellezza doveva però portarlo più in alto. Presentato alla favorita dell'imperatore Selim I questa si invaghiva di lui ed otteneva di tenerlo a sua disposizione nell'harem in qualità di eunuco, Divenuto ricco e libero alla morte della padrona, sopravvenuta dopo pochi anni, entrò nella vita militare e vi diede prove tali di audacia e di valore da essere prescelto per l'ardita impresa sulle coste africane (2). Ed ecco Murâd Aghâ intento a riportare l'ordine nel paese, a riorganizzare gli armati, a restaurare le finanze, fino al giorno in cui i cavalieri di Malta, allarmati del suoi progressi decidono di attaccarlo (1547=954 H). Sono respinti con gravi perdite; in Malta è tale l'allarme al giungere di questa notizia che il Gran Maestro decide d'inviare d'urgenza a Tripoli il Maresciallo de Vallier. Ma ormai anche per quest'ultimo baluardo della cristianità sulle coste africane era giunta l'ultima ora. Una flotta comandata da Sinân Pascià, per espressa volontà del Sultano di Costantinopoli investiva la piazzaforte coadiuvato dai due corsari Dragut e Murâd, e ne otteneva la resa il 14 agosto 1551 (=958 H) facendovi prigioniera l'intera guarnigione. Murâd Aghâ veniva nominato governatore della Tripolitania; provvide allora a restaurare il castello rovinato dall'assedio, ed a sottomettere le popolazioni costiere di Misurata e Zuara, spingendosi fin sotto il Gebèl. A Zuara anzi si scontrava con truppe di Malta sbarcatevi per rappresaglia e le sconfiggeva. Intanto Dragut era tornato alle sue scorrerie; ogni sua aspirazione però era tesa ad ottenere il governo di Tripoli nel quale a malincuore si era visto preferite il vecchio Murâd. Recatosi verso la fine del 1552 (= 959 H) a Costantinopoli, egli non mancò di far rilevare al Sultano Suleiman i difetti del suo rivale, incapace di mantenere la quiete nel paese tormentato da continue ribellioni delle tribù dell'interno. Riusciva così ad ottenere l'investitura a governatore di Tripoli, dove giunse, secondo alcuni, verso la fine di marzo del 1553 (=960 H), secondo altri del 1556 (=963 H). Murâg Aghâ si ritirò in Tagiura, dove aveva accumulato immense ricchezze. Disponeva egli poi anche di un gran numero di schiavi cristiani, varie centinaia, raccolti in un bagno (così furono chiamate le prigioni in cui venivano fatti languire) "detto della Tornella, con la Cappella di S. Rosalia,... posto vicino la gran Moschea di Tagiura lontano dalla città da circa 12 miglia. Costì credo che vi esistessero i Schiavi per edificare d.a Moschea" (3). Di questi schiavi infatti ché dal nome della titolare del loro luogo di preghiera possiamo presumere per là maggior parte oriundi dell'Italia meridionale, si servì Murâd Aghâ per costruire un edificio che perpetuasse il suo nome. Una voce raccolta da un altro cronista (4) dice che il primo progetto fosse quello di innalzare una fortezza, ciò che non è improbabile per la vecchia tradizione che vuole già ne esistesse una in Tagiura, ed anche in considerazione del pericolo non infrequente di incursioni cristiane sui paesi della costa, come abbiamo già visto per Zuara (5). Il timore però che sorgesse alle porte del suo governatorato un'altra rocca forte, fece si che Dragut opponesse il suo divieto a tale disegno. Se questo fosse ancora allo stato di progetto o meno non ci dice precisamente il cronista, ma. quale oggi si presenta a noi la moschea ci fa pensare che il veto da Tripoli giungesse quando già le mura perimetrali dell'edificio erano ben alte sulle loro fondamenta. In ogni modo all'idea di una fortezza si sostituì quella di una moschea. Le imponenti rovine di Leptis Magna fornirono le colonne (la tradizione orale vuole che sulla spiaggia di Tagiura fossero arenate alcune navi cristiane cariche appunto ditali materiali (A), e la pietra fu tolta dalle cave di calcare arenaceo disseminate lungo tutta la costa. Alla sua morte poi, avvenuta nel 967 H (=1550-60 d.Cr,), Murâd Aghâ fu seppellito a mezzogiorno della moschea stessa; la sua tomba è tuttora oggetto di venerazione. Gli avvenimenti succedutisi attraverso i secoli seguenti non hanno arrecato danni a questi monumenti. La stessa spedizione di Sulelmân Dey, governatore di Tripoli, tristamente nota per la ferocia con cui represse la sollevazione dei Tagiurini nel 1015 H(=1606-1607 d. Cr.) rispettò i santuari e le opere dei passati governanti, fra cui la celebre Madrasa (scuola) che Murâd Aghâ aveva fatto sorgere presso la moschea, oggi al contrario di questa rovinata e cadente. La grande moschea (el-Giâmicel-Kabîr), quale si presenta a noi, ha subito poche modifiche, o per essere più precisi, amputazioni. Alcune vecchie fotografie (fig.1) ce la mostrano infatti cinta di piccole costruzioni addossate alle sue pareti. Allo stato odierno è difficile dire se esse fossero sorte più tardi o facessero parte del complesso originale. Forse solo qualcuna doveva esservi fin da antico, come dipendenza del luogo di culto. L'aspetto esteriore di questo non offre nulla che assomigli a quanto di solito si trova in edifici religiosi mussulmani. Non un ornamento, non un ingresso proporzionato alla mole del fabbricato (fig. 2). Esso sorge massiccio e freddo, come un dado enorme appena sforacchiato in alto da una serie di aperture, di cui le superiori strette come feritoie; nell'interno si accede per tre porticine asimmetriche strette e basse. Il minareto, ora crollato, sorgeva ad ovest della moschea, distaccato. Era un torrione quadrato, rastremantesi in alto, cui sovrastava una specie di piccolo padiglione con finestroni aperti nelle quattro pareti e superiormente terminato con una piccola cupola inquadrata da bassi pinnacoli angolari. Rafforzato in epoca non precisata con quattro grossi barbacani, precipitò ugualmente, ugualmente, forse nel 1901, a causa di un improvviso cedimento di terreno. Oggi non se ne vedono più, neppure le tracce. A sud, anch'essa distaccata dal resto, è la tomba di Murâd Aghâ, del solito tipo tradizionale a doppio spiovente, ricoverata in uno di quei caratteristici ambienti quadrati a cupola, chiamati marabutti. In conclusione un insieme arido e monotono. La delusione che il visitatore può aver provato all'esterno cambia però di colpo non appena varca uno dei piccoli ingressi (fig. 3-4). Entro un perimetro rettangolare di circa metri 40x32, 48 colonne di marmi, diametri e forme diverse si alzano dal suolo, in cui sono infisse senza base, a sostenere un armonico complesso di archi acuti a ferro di cavallo rincorrentisi in lungo e in largo. In questo senso però le arcate non sostengono come le altre la copertura, bensì restano sospese nel vuoto, limitate superiormente secondo una linea orizzontale all'altezza del sommo del blocco di chiave. Il tema dell'arco viene invece ripreso dalle volte a botte, lunghe come le navate e solo interrotte, perpendicolarmente agli archetti sottostanti, da forti costolature in rilievo. Le colonne, come ho già accennato, sono di ripristino, più o meno interrate nell'impiantito in modo da sporgere tutte per una altezza eguale. Se ne vedono di breccia rossa e rosea, di cipollino, di granito nero, e di calcare, a fusto liscio e scanalato. Contrariamente all'uso comunissimo in tutte le altre moschee della regione, per cui furono egualmente riadoperati resti di antichi edifici, qui le colonne non sono sormontate da nessun vecchio capitello, e neppure, come più spesso si vede, da basi rovesciate. Nel caso nostro i pennacchi delle arcate gravano sopra una specie di triplice àbaco quadrangolare restringentisi verso il basso fino ad adattarsi all'imoscapo delle colonne. La superfice superiore di questo pseudo capitello è uguale alla sezione del piano d'imposta dell'arco all'altezza del massimo diametro, cosicchè i segmenti oltrepassanti sporgono fuori indipendenti l'uno dall'altro, simili in pianta alle braccia di una croce (fig. 5). Le arcate periferiche si impostano esternamente su altrettanti avancorpi sporgenti dalle pareti. Innanzi alla parete di fondo, invece, si innalza fino a 6 metri dal suolo un secondo muro; nello spazio intermedio sono state ricavate le nicchie aprentisi verso l'interno con una finestrella ad arco, probabilmente destinate ad accogliere salme di marabutti (santoni). La copertura di questi piccoli locali è praticabile; alle sue estremità hanno poi inizio due balaustrate in legno che avanzano lungo i muri laterali attraverso aperture rettangolari ricavate nello spessore dei pilastri cui più sopra si è accennato. Sulla bassa parete di fondo si apre il mihrâb, nicchietta absidata, ornata agli spigoli con colonnine di marmo incassate e sull'arco con segmenti di marmo bianchi e neri alternati. La sua linea mediana indica la direzione della Ka'ba (il famoso Santuario della Mecca) e verso di esso si volgono i mussulmani durante la preghiera. A destra di chi l'osserva si appoggia allo stesso muro una corta gradinata in pietra (minbar), con balaustre a lastroni marmorei; essa, termina con uno stretto ripiano destinato ad ospitare il predicatore. Nessuna decorazione in tutto l'ambiente; anche l'antico intonaco in bell'impasto di calce grassa e gesso, lucente e levigato, dalla lieve tonalità giallognola è quasi scomparso. Dappertutto è stato disteso uno strato di calce densa, grumosa, sulla pietra degli archi e sui marmi multicolori delle colonne. Oggi si lavora per riparare a tanto guasto e ridare assetto ad un monumento così importante, condannato altrimenti per l'indolenza e l'insipienza dei nativi a sicura rovina. Si sono fatti anche saggi per meglio studiare alcune particolarità architettoniche; essi son serviti tra l'altro a riconoscere il senso di quanto è detto in proposito in un testo arabo : "Innalzo (Murâda Aghâ) le sue fondamenta sulla dura pietra presso l'acqua e così pure le sue colonne" (7). L'edificio poggia infatti sul solito crostone calcareo, in quel punto affiorante con eccezionale spessore (circa m. 3); subito sotto di esso si stende un'abbondante falda idrica. Il raschiamento dello scialbo ha riportato alla luce due corte righe di bei caratteri neopunici profondamente incisi presso il collarino di una colonna; testimonianza preziosa per lo studioso, nei riguardi della loro prima destinazione e delle successive vicende. Per quanto in effetti Murâd Aghâ rappresenti il primo governatore turco dopo fa riconquista di Tripoli, il tipo architettonico della moschea è prettamente occidentale. La torre è infatti a base quadrata, temo a navate parallele (pur mancandovi la particolarità della navata centrale più larga delle altre, come quasi sempre notasi in Tunisia) non è sormontato da cupole, quali invece troviamo più tardi in altre moschee di Tripoli restaurate dai successivi inviati del Sultano di Costantinopoli, nè un richiamo ad esse possono ritenersi le volte a botte della copertura. La mancanza di notizie intorno a colui che avrebbe progettato l'armonica architettura del monumento esaminato, mancanza davvero strana in mezzo a tanta abbondanza di cronache e di tradizioni sugli avvenimenti e sui personaggi contemporanei, ci induce a credere che fosse anch'egli uno dei tanti schiavi in potere di Murâd Aghâ, per la sua origine non ignaro dei gusti e delle tradizioni artistiche dell'occidente mussulmano. In questo caso doppiamente benemerito e dell'arte e dei suoi compagni di prigionia, che da Murâd Aghâ, soddisfatto dell'opera compiuta, videro concedersi la facoltà dl tornare liberi ai propri paesi (8). RENATO BARTOCCINI (1) Journal asiatique, févr. - mars 1853, p. 161. (2) La tradizione, raccolta anche da annalisti locali quali En-Na'ib e Ibn Galbûn, vuole che vista l'impossibilità di rioccupare Tripoli solidamente tenuta dai Cristiani, una commissione di notabili della regione si recasse a Costantinopoli per chiedere soccorsi. Introdotti presso il Sultano da Murâd Aghâ, che conoscendo l'arabo funzionava da interprete, lo ebbero destinato come loro capo e con lui e con pochi rinforzi tornarono a Tagiura. (3) Cronaca del P. Pacifico del Montecassiano, nell'Archivio di S. Pietro in Montorio a Roma. (4) Bibliothèque Nationale de Paris, Codd. mss. nn. 12219-12220, fond. fran'ais. L'opera è intitolata, Histoire chronologique du Royaume de Tripoly de Barbarie. (5) Nell'intento di difendersi dai nemici della loro fede, erano sorti nel territori mussulmani edifici con carattere religioso e militare ad un tempo (ritta), in essi si raccoglievano dei fedeli (murâbitûn, da cui il nostro marabutti) a pregare ed a vigilare sull'incolumità del paese. Dedicati a qualche celebre santone seppellitovi, essi ripetono sulle coste africane le numerose torri disseminate lungo le spiagge italiane, distinte anch'esse quasi sempre con nomi di santi o di madonne. Caratteristico tra gli altri edifici di quei genere è, per restare nel territorio di cui andiamo esaminando gli avvenimenti, il marabutto di Sîdi Mohammed el-Andulsi, grossa costruzione sorgente sopra una collina in riva al mare, dei quale un testo arabo (Kitâb al-Ishârât p. 27) così parla: "Lo Schech, Bu Rani quando gli si nominava la paura (di un attacco) dei Cristiani a Tagiura soleva dire "Certo se non ci fosse el-Andulsi sopra il mare". (6) Attivissima era già in quel periodo l'esportazione di colonne e marmi antichi da Leptis Magna. L'interesse che tal genere di commercio suscitava era tale da formare oggetto di uno speciale articolo nel trattato franco-turco del 1693 (P. MASSON, Histoire des établissements et du commerce fran'ais Jena dans l'Afrique barbaresque, Paris, 1903, p. 176 seg.). (7) Kitâb al-Ishârât (testo arabo raccolto a cura del dott. RAFFAELE RAPEX), Tripoli MCMXXI, p. 26. (8) La tradizione, a questo proposito, riferisce ancora un episodio. Gli schiavi addetti ai lavori, episodio all'infedele, avrebbero messo le colonne centrali in modo tale che prima o poi avrebbero finito per cadere trascinando in rovina tutta la moschea. Ricevuta la libertà, si recarono dal Re per riferire sul loro operato. Il sovrano, per contraccambiare la cortesia di Murâd Aghâ, avrebbe rinviato presso di lui le persone adatte a consolidare il lavoro pericolante. |
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