FASCICOLO VI FEBBRAIO 1924
NOTIZIARIO
NOTIZIE VARIE



UNA NUOVA OPERA DECORATIVA DEL PIT-TORE CADORIN.

Vi è un curioso opuscolo cinquecentesco ormai rarissi-mo, che parla delle decorazioni in affresco sia colorate che a monocromo (quello che il Vasari illustrava ampiamente nei prolegomeni della sua storia, chiamandolo graffito) delle case di Roma. Ho in mente da tanto tempo di riprendere le indicazioni di quell’opuscolo più quelle di Giulio Man-cini e del Vasari e di mettermi a ricercare quante decora-zioni di simil genere sono rimaste sugli antichi palazzi dell’Urbe che un tempo sembravan tutti impannarazzati. Una cinquantina d’anni addietro il Maccari ne disegni moltis-sime, ma oggi sono la più parte scomparse un po’ per le intemperie, un po’ anche per la deplorevole incuria dei proprietari che hanno disprezzato l’opera d Raffaello, di
Giovanni da Udine, di Polidoro e Maturino, e per idiozia degli inquilini che vi hanno sbattuto sopra le persiane. La facciata del bel palazzo Ricci presso via di Monserrato ha subito di queste ingiurie. La fronte retrostante di Palazzo Massimo si screpola e ogni giorno non es-sendo ben protetta. In altri luoghi, come per esempio in via del Pellegrino, delle infami tinteggiature nascondono gran parte della decorazione. Alla Carina (forse di Corti-giana del Rinascimento) al vicolo Cellini (giù Calabraghe) il rigonfio dello intonaco dipinto fa prevedere gravi cadute. Confido, che in tempo non lontano mi sarà dato di illustrare qualche bel saggio di quest’arte che fu largamente prati-cata anche nei settentrione d’Italia e ricordo in proposito i begli esempi di Treviso e di Trento, questi ultimi accura-tamente illustrati dal Gerola.
Se a Roma la tradizione dei decoratori di facciate più dirsi quasi interrotta (tranne pochissimi esempi di cui nes-suno o quasi, brilla per originalità), in alta Italia constato invece uno sviluppo promettentissimo. Furono già illustrati so queste pagine i graffiti singolari di G. Wenter Marini nel Trentino i quali tendono ad una stilizzazione, ad un arcaismo che ben si sposa alle architetture da lui imma-ginate. Ora è la volta delle vivaci decorazioni del pittore Cadorin (nome non ignoto ai lettori di questo periodico) nel Veneto. Il palazzo di una bella villetta di questa regione è stato ornato da capo a fondo con soggetti freschi, sbri-gliati, che ora riprendono le tradizioni quattrocentine (come nel fiore stilizzato che si vede nella testata della presente rubrica), ora invece si volgono alla decorazione impressionistica più recente. Talvolta si cercano anche i motivi bi-zantineggianti come nell’esempio delle colonne tortili. La fusione del nuovo e dello antico non stride, ma al contrario produce i più impensati e gradevoli effetti.

C.C.

ROMA. Un lavoro dell’arch. ing. Broggi.— Presen-tiamo questo elegante villino che riprende i motivi del più gustoso barocco settecentesco e che è studiato in ogni parte con spirito fine ed aristocratico.





CONCORSI

IN TEMA DI CONCORSI ARTISTICI.


Relazione sulla proposta che l'Associazione Artistica fra i Cultori di Architettura di Roma ha presentato al Governo per disciplinare la materia dei Concorsi Artistici.

L’Associazione Artistica fra i Cultori di Architettura ha elaborato una chiara e dettagliata proposta, che potrebbe essere presa come base, per una eventuale legge sul Con-corsi Artistici.
La lunga pratica dei concorsi ed il loro svolgimento, non sempre regolare, hanno consigliato la benemerita associa-zione ad interessarsi profondamente di questa materia coll’intento di giovare insieme si fini dell’arte e degli ar-tisti, nonchè al risultato pratico e tangibile dell’Istituto del Concorso.
A questo scopo l’Associazione ha prospettato prima di tutto i grandi vantaggi che possono provenire all’arte in genere ed all’architettura in specie, divulgando l’idea del concorso per la maggior parte delle opere pubbliche o di pubblico godimento, da costruirsi comunque con pubblico denaro; ha dimostrato come dallo stimolo del concorso possano spesso scaturire idee nuove ed opere veramente eccezionali, dando modo anche agli artisti ignoti di valorizzarsi attraverso le libere gare, nelle quali si schierano tutti i valori e tutte le competente al giudizio del pubblico.
Sotto questo aspetto, cioè come una istituzione atta a stimolare le energie latenti ed a spronare quelle che ri-mangono comodamente nelle posizioni conquistate, il con-corso deve essere sentito e caldeggiato da tutti coloro che mirano alla riconquista di quel primato che in fatto di arte l’Italia ebbe spesso e che ormai purtroppo non ha più.
Occorre però moralizzare l’istituto del Concorso renden-dolo una sicura ed onesta palestra per coloro che vi si af-fidano con tutte le loro idealità, profondendovi lavoro e sacrifici senza fine.
Di esempi che dimostrino i vantaggi tangibili della isti-tuzione se ne potrebbero citare all’infinito e nei campi più disparati, oltre che in quello dell’arte anche nelle altre manifestazioni dell’attività umana.
Una volta ammesso il concetto del concorso come un mezzo atto a stimolare l’attività e l’ingegno oltre che a perfezionare il prodotto del lavoro, questo deve trovare nella nostra legislazione le norme atte a stabilirne l'obbli-gatorietà per tutte le opere pubbliche di carattere artistico e le forme più severe per garantirne la moralità e l’equità nella pratica applicazione.
Analogamente a quanto le leggi stabiliscono per l’aggiu-dicazione dei lavori da farsi per conto dello Stato e degli Enti locali, sarebbe opportuno che anche per tutti i pro-getti di opere architettoniche e decorative fossero, per legge, banditi i relativi concorsi.
Tale legge dovrebbe essere studiata sulle basi seguenti
1.° Fare obbligo ai vari corpi o servizi dipendenti dallo Stato, ai Comuni, alle Amministrazioni Provinciali Ferro-viarie, etc., di non costruire, decorare o arredare alcun edificio o monumento destinato al godimento pubblico, a spese del pubblico danaro, senza bandire per costruzione, decorazione od arredamento, un concorso fra gli artisti italiani.
2.° Fissare la legge uno o più schemi tipo che rego-lino la materia del concorsi per assicurarne la moralità e quindi l’efficacia.
3.° Stabilire che i giudici siano scelti all’atto della pubblicazione del bando, fra persone di nota probità e competenza.
Di più l’Associazione, nel fissare gli schemi tipo, nella sua relazione si è preoccupata di dettare norme tali che impongano la maggior possibile uniformità nella presenta-zione dei progetti per rendere più facile il confronto nel-l’esame che i giudici sono chiamati a fare delle opere sot-toposte al loro giudizio.

Si è cercato anche di evitare quello spreco inutile di lavoro che normalmente si richiede nei concorsi ad un solo grado e si è cercato di introdurre il sistema del concorso a due gradi, che evita un lungo faticoso e spesso infruttoso lavoro alla massa dei concorrenti.
Infatti il concorso a due gradi limita il lavoro di detta-glio a coloro che nel concorso di primo grado sono stati prescelti per la seconda prova ed è solo io, questa che i progetti scelti nel concorso di primo grado vengono largamente sviluppati.
Infine la relazione stabilisce l’entità dei premi che in oggi rappresentano spesso un modesto compenso, assolutamente inadeguato al lavoro richiesto e ne fissa approssimativamente la portata in relazione all’importanza del lavoro sulla base della percentuale minima accordata dalle tariffe per le opere di architettura e di ingegneria.
Sono queste, per sommi capi, le proposte contenute nella relazione dall’Associazione fra i Cultori di Architettura, delle quali ho riassunto le parti più importanti che interessano particolarmente la classe degli architetti e che è nei desideri di tutti che entrino al più presto nella nostra legislazione statale.

G.V.
RETTIFICA. – Nel riferire, nel N. IV, il risultato del concorso di Napoli per la sede della Esposizione biennale si è incorso in un errore che occorre rettificare. Del progetto dal motto “Parthenos” premiato con un terzo premio ex aequo erano autori insieme gli Ing. Marcello Canino e Roberto Pane e non il solo Canino come fu pubblicato.

BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO
Peleo Bacci, Don Giovanni de’ Medici architetto ed il modello della facciata di S. Stefano in Pisa, Pisa 1923.
Nella Storia dell’Architettura, allo stato attuale ancora incompleto delle cognizioni, valgono ben più i modesti opuscoli che i trattati ponderosi, ben più le ricerche sicure e coscienziose di archivio che non i raffronti brillanti e vaste ricostruzioni sintetiche; ed ogni nuova scheda ben determinata assume importanza e prende regolarmente il suo posto.
Ottima scheda è appunto questa presentata dal Bacci in una piccola pubblicazione di mirabile eleganza tipografica che ricorda le stampe del bel tempo antico. In essa, sulla scorta del documenti dell’archivio del Cavalieri di S. Stefano, oggi nell’archivio di Stato di Pisa, egli ha potuto rivedere l’attribuzione della bella chiesa pisana dei Cava-lieri, finora date al Vasari o al Buontalenti od al Caccini, e riportarla sicuramente a quella interessantissima figura di artista, di scienziato, di uomo d’arme che fu don Giovanni de’ Medici, figlio bastardo del Granduca Cosimo.
Nelle brevi pagine dell’opuscolo il Bacci ci dà di tale figura un disegno vivace: ce ne mostra l’opera svolta nel-l’Architettura militare, in ispecie nella costruzione della Fortezza Nuova di Livorno e della Darsena, e quella nel-l’Architettura civile nel date pareri ed assumere iniziative in lavori del duomo di Pisa, nel progettare la fastosa cap-pella delle sepolture granducali in S. Lorenzo, eseguita dal Nigetti sui suoi disegni, ed infine nell’ideare la suddetta facciata di S. Stefano dei Cavalieri in Pisa; il cui disegno fu, sotto la sua direzione, tradotto in modello nel 1593 dal maestro di legname Orazio di Zanobi di Graziadio Mi-gliorini per la parte architettonica, dallo scultore Andrea Ferrucci per quella decorativa. Ed è di don Giovanni de’ Medici perfino il capitolato d’appalto che ci rimane, con la indicazione dei particolari esecutivi e del tipi di marmi da adottarsi.
Il detto modello ligneo ancora conservasi presso la chiesa; ed è uno dei non frequenti esempi rimastici di tali archetipi di uso corrente nell’Architettura fino a due secoli fa, che davano forma concrete e definitiva alla concezione archi-tettonica in modo ben più efficace dei nostri disegni pre-cisamente geometrici, sta che spesso non rendono il vero carattere plastico ed il senso sicuro delle proporzioni. Una riproduzione fotografica del modello possiamo qui dare, per cortesia dell’egregio Autore, nella unita figura.
Essa ci mostra una concezione, non molto peregrina, ma non priva di valore, che riannodasi all’Arte dell’Ammannati e del Buontalenti ci mostra uno degli esempi migliori in quella attività, di cui è piena specialmente l’Architettura più di ogni altra Arte, che fa capo agli artisti dilettanti.

G.G.


C. BRICARELLI, Il padre Orazio Grassi architetto della chiesa di S. Ignazio in Roma, in
“ Civiltà Catto-lica”, 1922, II.

In un interessante articolo, corredato da stolti documenti inediti tratti dall’archivio del Collegio romano (ora all’Archivio di Stato), l’egregio autore stabilisce definitiva-mente la paternità della chiesa di S. Ignazio, una delle maggiori e delle più belle del Seicento romano. Con quella incertezza che ancora avvolge le nostre cognizioni nei ri-guardi dell’architettura di un periodo pur così prossimo a noi, le attribuzioni dei trattati e delle guide erano sinora confuse e contradditorie, e separavano ordinariamente la concezione della facciata da quella di tutto il corpo della chiesa, e, senza prove, facevano i nomi del Rainaldi, del Domenichino, dell’Algardi.
Ora invece appare, per la sicura documentazione da-tane dal Bricarelli, che l’insigne monumento possa consi-derarsi nato tutto di un getto e che unico autore possa dirsene il padre Grassi.
Iniziati i lavori nel 16 aprile 1626 e poste la prima pie-tra con grande solennità dal card. Ludovisi il 2 agosto di quell’anno, il 7 aprile 1627, mentre fervevano le opere di demolizione e di preparazione, ebbe luogo una consulte di architetti, il Maderno, il Torriani, il Maruscelli, il De Vecchi, e Domenico ed Arconio Domenichino, i quali ap-provarono il disegno del padre Grassi e stabilirono che se ne facesse un modello definitivo, che difatti fu eseguito, ed era nel maggio 1629 terminato. E questo modello rimase come guida immutabile; tanto che quando, allontanatosi per qualche tempo da Roma il Grassi, un tal padre An-tonio Sasso, che gli subentrò nella direzione, si permise di introdurvi mutamenti, modificando, a quanto pare, il se-condo ordine della facciata già nella parte basamentale co-struita, nel 1645 io un’altra consulta, a cui presero parte gli architetti Orazio Torriani e Martino Lunghi, si concluse doversi ritornare in ogni modo “al modello e disegno della chiesa di S. Ignatio. fatto dal p. Horatio Grassi approvato e stabilito già dalla f. m. dell’E.mo Sig. Card. Ludovisio e dagli altri deputati e sovraintendenti di essa chiesa”.
Nel 1650 la costruzione era giunta a completare la par-te anteriore della chiesa che, chiusa da un muro provviso-rio, fu potuta così con grande solennità inaugurare al culto dal papa Innocenzo X.
Morì il padre Grassi nel 1654, ma i lavori erano ormai avviati secondo il suo modello, nè subirono alterazioni es-senziali, e nel 1685 furono terminati. Solo mancava e man-ca tuttora la cupola, a cui supplì poi, per l’effetto interno, la prospettiva del padre Pozzo.


G.G

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