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AMEDEO MAIURI: Architettura paesana a Rodi - La casa di Lindo, con 18 illustrazioni |
Chi dopo aver peregrinato nell'oscuro meandro delle vie della cittadella latina, fra case, chiese e monumenti cavallereschi, e dopo aver sentita la profonda inaspettata suggestione che viene da una così vivida evocazione del medioevo crociato sotto il cielo d'oriente, vuol serbare più completa e men fuggevole visione delle bellezze artistiche e naturali di Rodi, non può tralasciare di visitare la silenziosa Lindo, la piccola città morta dell'isola, raccolta, o meglio nascosta, sotto la rupe del suo aereo castello, intorno all'arco chiuso del suo porticciolo deserto. Se Rodi colpisce e stupisce il viaggiatore d'occidente con il suo aspetto di città medioevale mirabilmente sopravvissuta, sul limite d'Asia, all'urto fra occidente cristiano ed oriente mussulmano, nessun altro luogo dell'isola può dargli tanta serena e pura linea di bellezza, quanto l'ascoso recesso in cui, sul luogo dell'antichissima Lindo, si annida ancora un piccolo borgo rupestre. Paesaggio tagliato nitidamente nella roccia di un promontorio ed di una costa che si profila in profondi piani di vedute; abitato breve raccolto nel grembo di una selletta fra mare e mare; nell'aria e nelle cose, quell'accesa e diffusa intensità di luce e di colore che fan sentire qui, più che altrove, la tersa luminosità per cui Rodi fu ed è celebrata (fig. 1.).
Ma Lindo non ha solo il vanto della sua eccelsa acropoli rupestre, una delle più belle che l'antichità ci abbia dato, dei monumenti e delle rovine del celebrato santuario di Athena, del suo castello cavalleresco che con la sua lunga erta scalèa di accesso sotto le alte mura e le caditoie della porta, forma così singolare contrasto con i monumenti dell'acropoli ricavati dalla parete della roccia ferrigna (fig. 2); essa ha anche il vanto di essere stata nel periodo post-cavalleresco, durante l'oscura ed inerte dominazione turca, ed a preferenza della metropoli stessa dell'isola, la sola gelosa conservatrice di una tradizione d'arte, grazie all'architettura peculiarmente caratteristica delle sue case, atta smagliante decorazione delle ceramiche smaltate di tipo persiano, alla continuazione dell'arte femminile del ricamo policromo, alla cura ed al gusto dell'ornamentazione della casa; di avere infine preservato dalla sistematica rapina dei mercati d'oriente, ancora buona parte del suo patrimonio d'arte quasi con il sentimento geloso della sua duplice nobiltà, classica e feudale. Tralascio perciò di proposito di descrivere monumenti antichi e cavallereschi della piccola città, per soffermarmi ai piedi dell'acropoli nelle nitide strette viuzze dell'acropoli nelle nitide strette viuzze dell'abitato, fra le chiuse mura delle piccole case o biancheggianti del crudo candore della calce, che è la veste lussuosa di cui l'isolano suole periodicamente ricoprire le pareti esterne ed interne della sua abitazione, o rifulgenti dalla loro sagoma cubica nel prezioso colore della pietra squadrata, carica di tonalità dorate o ferrigne e ravvivata dal sole nel ricco giuoco degli intagli e delle cornici. La tradizione delle forme architettoniche nella metropoli dell'isola sembra bruscamente arrestarsi nel 1522, anno che segna la fine dell'eroico dominio dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme durato ininterrottamente per poco più di due secoli. Due secoli di travaglio ansioso ed incessante, di febbrile attività edilizia militare, religiosa e civile, in virtù della quale quella che ancora era nel secolo XIII una misera ed insignificante borgata bizantina, indisturbata meta d'incursioni di saraceni e di corsari, si trasformò in breve tempo nella più formidabile difesa della Cristianità nel Levante ed in una città, per forme struttive ed architettoniche, essenzialmente latina. Influenze francesi, italiane, spagnuole, non senza minori e pur percepibili tracce di persistenze locali e d'influssi esotici del vicino oriente, concorrendo in misura più o meno profonda a questa vasta opera innovatrice, crearono quello che, per con le neccessarie restrizioni di significato, possiam chiamare lo stile dell'architettura cavalleresca a Rodi, germoglio orientale del gran ceppo dell'arte gotica franca. I dominatori anatolici che si sostituirono nel 1522 ai Cavalieri crociati, non recarono nella conquistata città latina un eguale spirito innovatore; l'espugnazione da parte di Solimano il Magnifico delle mura di Rodi restò ancora per quattro secoli un avvenimento militare. L'edilizia turca si adattò passivamente alle forme architettoniche che aveva trovato così profondamente radicate sul luogo; le chiese di rito greco e latino nella cerchia della città murata vennero trasformate in moschèe con la sovrapposizione di intonachi alle pareti affrescate e la sostituzione o l'aggiunta di un minareto all'esterno; nel monumentale Ospedale trovò posto prima una medressè e da ultimo una caserma e tutte le nobili dimore dei Cavalieri, occupate per diritto di conquista, furono adattate alla meglio alle esigenze peculiari dell'abitazione turca. In tal modo il tipo caratteristico della casa anatolica a struttura essenzialmente lignea si sovrappose alla costruzione cavalleresca, qua e là deformandola ed immiserendola, ma non alterandone sostanzialmente le linee originarie e la particolare distribuzione di ambienti. Alle ricche cornici scolpite nella pietra, alle finestre, ai loggiati si adattarono pioventi, balconi e serrande lignee che mettono, pur nell'inevitabile guasto che recano alla veduta dei prospetti originari, un nuovo e suggestivo colore di ambiente orientale. Ma influenza anatolica, debole o quasi nulla nella composizione architettonica, fu invece vasta e profonda nella decorazione degli interni con l'introduzione delle costumanze dell'ambiente sociale e familiare turco e con l'importazione dalla vicina costa della ricca decorazione orientale in stucchi, ceramiche, tappeti, bronzi e mobilio. Accanto a queste forme contaminate dell'edilizia cittadina, permane nei sobborghi e nel contado il tipo primitivo dell'abitazione locale che o resta, nelle sue forme più povere, fedele alla semplice struttura della casa rurale, o continua, per istintiva predilezione del sentimento popolare, la tradizione cavalleresca nel gusto per i prospetti ornamentali cercando di applicare la tecnica acquisita della scultura e dell'intaglio in pietra degli ornati cavallereschi ai vecchi motivi della tradizione ecclesiastica bizantina ed al nuovo gusto della decorazione architettonica mussulmana. Frutto di questa singolare rielaborazione popolare di formule bizantine, cavalleresche ed anatoliche sullo scheletro struttivo della primitiva casa rurale, è la casa di Lindo. I molti viaggiatori che hanno, nella seconda metà del secolo scorso, visitato e descritto Lindo, dal Ross e dal Newton al Launay ed al Sommi Picenardi (1), sono rimasti incerti e titubanti nel tentar di caratterizzare la casa lindia; taluni di essi ingannati dall'identità di alcuni motivi fondamentali e credendo di riconoscere nella figurazione di alcuni pannelli, veri e propri emblemi araldici, facevan risalire la maggior parte di quelle case all'epoca dei Cavalieri (Ross, Launay); altri, in base alle iscrizioni datate che le contrassegnano, o vi scorgevano un'imitazione dell'architettura cavalleresca (Guérin) (2) o una trasformazione e rifacimento di case antiche dai Cavalieri con pezzi di cornice riportati da costruzioni originarie di quel periodo (Sommi Picenardi). Da ultimo il Gerola che diligentemente descrisse ed illustrò i più cospicui esempi dell'architettura lindia (3), parla di una posteriore imitazione di forme cavalleresche e di una moda arrivata con notevole ritardo fino a Lindo. Il fatto che in parecchie case si trovano impiegati come materiali di costruzione frammenti di cornici lavorate, viene spiegato come avanzi di lavorazione di ornato. Per noi la casa di Lindo è uno schietto prodotto di arte paesana dovuto all'inconscia rielaborazione popolare delle tre correnti artistiche, bizantina, cavalleresca, turca, rielaborazione ed integrazione di motivi che l'arte isolana aveva già effettuato od effettuava nell'arte minore dell'intaglio in legno (4). Il trovare trapiantato a Lindo questo singolare ibridismo di forme si deve esclusivamente al fatto che Lindo, dove nei primi tempi della dominazione turca si rifugiò la popolazione cristiana dell'isola, godè fino al secolo XVII, grazie al suo porto ed allo spirito eminentemente marinaresco dei suoi abitanti, una prosperità commerciale che Rodi stessa non ebbe; ai più frequenti traffici delle ottime ciurme lindiote con l'Anatolia, dobbiamo l'importazione nei secoli XVI-XVII delle smaglianti ceramiche persiane ed il gusto più accentuato per la ricca policroma decorazione anatolica. Lindo oltre a ciò possedeva nelle sue cave di pietra, presso l'abitato, il più perfetto materiale costruttivo di tutta l'isola; fin dall'epoca dei Cavalieri per l'esecuzione delle parti della decorazione ornamentale di maggiore finezza e per gli edifici di più accurata costruzione (5), si faceva ricorso alla pietra di Lindo che si distingue dal comune calcare tenero di Rodi, per maggiore compattezza ed omogeneità di composizione. Nelle maestranze locali che nel periodo cavalleresco erano addette al taglio ed alla lavorazione della pietra, dobbiamo vedere la prima origine della decorazione della casa di Lindo. Abbiam detto che la casa a Lindo ripete sostanzialmente il tipo primitivo dell'abitazione isolana quale persiste immutato nei villaggi rurali; lo amplifica con ambienti accessori e lo nobilita con la decorazione prospettica e con l'arredamento. Una grande sala a pianta quadrata o rettangolare, di notevole ampiezza ed altezza, coperta a travature lignee del buon cipresso delle foreste dell'isola, con un'unica porta d'entrata, rischiarata presso che invariabilmente da una sola finestra inferiore e da tre finestrini in alto, ne costituisce il corpo principale e talvolta unico. Il prospetto e le finestre di questa che è la vera stanza di abitazione, per una rigorosa e gelosa tra dizione della vita familiare, non si affaccia mai sulla pubblica via; dì invece sul cortile interno chiuso da ogni lato da alte mura e coperto del fine e caratteristico ciottolato a mosaico bianco e nero e di elegante disegno con grande rosone al centro e larga fascia a motivi vegetali o lineari alla cornice. Accanto al vestibolo od incorporato con esso, un'alta costruzione quadrata con vano terreno e vano superiore, a guisa di torretta, viene a formare l'avancorpo della casa: è la parte detta dagli abitanti del luogo anogheion (ossia parte sopraterrena della casa), o, per analogia alla sua speciale conformazione, con altro vocabolo greco o turco indistintamente, pyrgos o kulè. Terrazzo e belvedere, sopraelevato sulla chiusa cinta della casa, la piccola torre si trasforma nel periodo dei forti calori estivi, in loggia e dormitorio all'aperto. A queste parti essenziali dell'abitazione si aggiungono posteriormente, per maggiore disimpegno della sala centrale, altri ambienti accessori che vengono a disporsi più o meno organicamente lungo un'ala del cortile, alterando il più delle volte la sobria ed elegante disposizione originaria. Ma la vita della famiglia si svolge ancora tutta nella grande sala terrena che serve anche di nobile sala di ricevimento per il parentado e per gli ospiti; ad essa e rivolta tutta la vigile cura delle massaie, arbitre assolute dell'arredamento tradizionale e gelose custodi del patrimonio avito recato in dote all'atto degli sponsali. La disposizione dell'interno, stilla scorta di alcune fra le più vecchie case rimaste fortunatamente immuni da raffazzonature moderne, si può agevolmente ricondurre ad un tipico schema tradizionale (fig. 3). Nella metà anteriore della grande stanza, separata in due vani da un grande arco acuto, è collocato nell'angolo a destra dell'entrata un caminetto di schietto tipo anatolico, a sinistra scansie e grande soppalco ligneo: nella metà più interna lungo le due pareti laterali sono disposti un più alto soppalco per il letto e cassapanche intagliate per i copiosi corredi; la parete di fondo e occupata da un grande scanno e sospese al muro a più ordini, o meglio ammassate, le ricche collezioni di piatti di tipo persiano che la tradizione locale rivendica a Lindo e che rappresentano il maggior titolo di nobiltà delle vecchie famiglie del luogo (figure 4, 5). In qualche casa di schema più antico il letto nuziale è disposto sopra travature staccate dal soppalco inferiore e ad esso si accede mediante scaletta mobile e a traverso una stretta botola con portello di chiusura, residuo di difese medioevali della casa rurale quando la sicurezza dell'abitato era minacciata da incursioni e rapine. Il pavimento della stanza ripete con più fine ed accurata esecuzione la tecnica ed il disegno del ciottolato del cortile; le pareti con qualche decorazione di stucchi come nelle sale delle nobili case anatoliche, sono costantemente tinteggiate a calce quasi a dare maggiore luminosità all'ambiente; e sul fine disegno del pavimento e sul candore delle mura formano la più grata armonia di contrasti, i semplici e massicci soppalchi lignei, la brillante policromia delle ceramiche smaltate e dei ricami e le belle travature di cipresso che mentre arieggiano nella sagoma delle mensole i soffitti degli edifici cavallereschi di Rodi, nell'ingenuità dei motivi decorativi dipinti a fiorami ed uccelli araldicamente disposti, ripetono, accoppiandoli, elementi della tradizione bizantina e della decorazione anatolica (fig. 6). Guardiamo nel foro complesso qualcuno dei più perspicui esempi di questa singolare architettura decorativa. Uno dei tipi più puri, scevro dell'aggiunta di ambienti accessori, è la casa già Marculizza, all'estremità meridionale del villaggio (fig. 7) con la sua grande sala prospiciente su ampio cortile e la torretta quadrata, l'anogheion, a fianco dell'entrata, al cui vano superiore si accede mediante un elegante scala appoggiata al muro di cinta del cortile ed un ballatoio ligneo ora rovinato (fig. 8). Il piano della casa è rialzato da due gradini su quello del cortile e lungo il prospetto ricorre un alto bancale di pietra che nelle altre abitazioni trovasi generalmente trasformato in verziere. Il prospetto è costituito di quegli elementi che vedremo costantemente ripetuti altrove: in basso, una porta archiacuta ed una finestra ad arco ribassato (l'altra finestra è posteriore); in alto, finestrina archiacuta al centro fiancheggiata da due altre finestrine quadrate con l'architrave inflesso. La decorazione qui si limita sobriamente all'incorniciatura delle finestre ed alla sovrapposizione di un pannello ogivale sull'arco della porta d'entrata, nel cui campo, scompartito da fasce orizzontali a doppia freccia, figurano rosoni e, fra due colombe, la croce, di tardo tipo bizantino, gammata; la porta a cassettoncini ricorda tipi di infissi cavallereschi; il soffitto all'interno, molto danneggiato, conserva tracce di decorazione dipinta. Dalla tecnica primitiva del ciottolato a mosaico del cortile, con cornice a dente di lupo, fiori e rosoni ed un veliero al centro, dello stesso schematico disegno dei velieri che decorano molti fra i piatti di Lindo, dalla più sobria decorazione, questa abitazione può essere annoverata fra le più antiche del secolo XVII. Ripete la stessa semplicità di motivi e la stessa applicazione del solo ornato a treccia, ma con maggiore sviluppo ed ardimento di composizione d'insieme, la casa di Eleuterio Macris all'estremità opposta del paese (fig. 9). Il vano superiore della torretta d'avancorpo è rischiarato da due paia di finestre poste a varia altezza e di diverso disegno ed ornamentazione (fig. 10) e la torre ed il corpo principale della casa appaiono qui raccordati da un grande voltone a cui si appoggia la scala a profilo sagomato e si eleva un rustico loggiato che arieggia graziosamente il chiuso cortile. Lo sviluppo della scala sull'arco del voltone sembra qui meglio che altrove ispirato ai puri modelli cavallereschi. Nell'incorniciatura del pannello ogivale al di sopra della porta, il rustico decoratore facendo terminare il cordone esterno con due rosoni all'estremità, ha tentato di chiudere organicamente la fascia della cornice che qui ed in altri esempi del genere restava tronca. Ma accanto a queste forme più schematiche, abbiamo esempi di più complessa struttura e di più ricca composizione ornamentale. All'ornato a treccia si aggiunge la fascia ad alveoli derivata dall'ornato stalattico turco, alle cornici della porta e delle finestre si sovrappongono e s'intramezzano fasce orizzontali, ed in luogo del semplice coronamento dei pannelli ogivali, si predilige la completa incorniciatura della porta e finestra inferiore e talvolta anche dei finestrini superiori con sagome di schietto sapore anatolico turco. Si osserva in sostanza in questo più ricco tipo della casa lindia lo sforzo di sovrapporre maggiori elementi della decorazione mussulmana allo schema primitivo locale bizantino-cavalleresco. Il prospetto architettonico della casa viene così ad acquistare un più spiccato carattere anatolico senza peraltro guadagnare di organicità nella trattazione dei vecchi e nuovi motivi ornamentali. Un primo esempio dl questa seconda maniera ci è offerto dalla casa di Fedra Moschoridis, datata sulla tabella che sovrasta la porta esterna, all'anno 1642 alla quale peraltro la demolizione del voltone d'ingresso e la costruzione di un'ala moderna sul cortile, hanno tolto l'armonica bellezza d'insieme (fig. 11). La fig. 12 rappresenta i particolari della nuova e più ricca esecuzione ornamentale del pannello sulla porta principale e del ricorso delle varie cornici. Ma l'esempio più perfetto e completo di questo ulteriore sviluppo dell'architettura lindia, l'abbiamo nella casa del papàs Costantino, la casa più nobile di tutto l'abitato e nella quale gli stessi successivi ampliamenti sono avvenuti secondo un piano organico con la costruzione primitiva (vedi pianta a fig. 13). La porta esterna dell'abitazione si apre sotto un alto e stretto sottopassaggio archiacuto su cui si sopraeleva il tipico anogheion, terrazzo e belvedere della casa; il vestibolo, coperto anch'esso di voltone, è fiancheggiato da un più ampio vano terreno per foresteria. Al lato sinistro è appoggiata la bella scala modanata che conduce, con una sola rampa, al terrazzo superiore, e, in fondo, fra la scala ed il corpo centrale. Il muro di cinta è occupato da una grande ogiva cieca con fascia a freccia simile al prospetto di una fontana. All'opposto lato si aprono le due stanze accessorie con forno, cucina e camera da pranzo, che, pur tradendo una posteriore esecuzione, continuano il buon modello delle strutture originarie. Chiude in fondo il cortile il prospetto della sala principale con una ricchissima decorazione ornamentale a cornici multiple a treccia doppia, ad alveoli, a rameggi, con i pannelli e gli architravi ornati del motivo araldico di uccelli affrontati (fig. 14). Tutt'intorno, dai bancali di pietra coltivati a verziere, cespi di basilico e rossi gerani mettono note di fresco colore sulla patina e sul laborioso intaglio della pietra. È in questa casa il trionfo e quasi il sovraccarico dell'ornamentazione di un'arte matura e sicura dei mezzi che impiega. Al profilo tradizionale della cornice della scala viene aggiunto per voluta ricerca di maggiore ornato, il cordone a freccia che non figura mai sulle scale cavalleresche di questo stesso tipo; e sul massiccio della rampa si è voluto applicare un'edicoletta a fiorami ed uccelli stilizzati di tipo anatolico (fig. 15). Maggiore ricchezza ed eleganza delle altre abitazioni presenta in questa casa anche il vano del belvedere sul terrazzo della torre; la porticina d'ingresso ha anche qui un elegante pannello (fig. 16) e nelle finestrine appare più organicamente che altrove risolto il raccordo dell'apertura quadrata ad archetto inflesso con la elegante fascia d'incorniciatura (fig. 17). Poichè sul prospetto del corpo principale figura la data del 1626, dobbiamo ammettere che lo sviluppo dell'architettura della casa Lindia si sia compiuto, per giungere a forme cosi elaborate, nella seconda metà del sec. XVI, non molto dopo perciò la fine della dominazione cavalleresca e sotto l'influsso ancora vivo delle maestranze locali che i Cavalieri adoperarono per le loro più complesse costruzioni. Se la decorazione architettonica della casa di Lindo dà alla prima l'impressione di una sapiente artificiosa rielaborazione di motivi estranei e diversi, ad un più attento esame rileva l'ingenuità dello spirito popolare e della tecnica tradizionale da cui è scaturita. Quegli ornati tradiscono più il gusto decorativo delle arti minori del legno, del ricamo e delle maioliche, anzichè una logica rispondenza delle forme ornamentali alle strutture architettoniche. Le cornici di porte e finestre non hanno profili e salienti; le fasce orizzontali che ricorrono lungo i prospetti non hanno più funzione di pioventi e davanzali, ma sono semplicemente incassati a filo con il muro; la composizione ornamentale perde il suo valore struttivo per trasformarsi quasi in lavoro d'intarsio; i raccordi organici dei diversi elementi sono trascurati per un ingenuo pittorico effetto d'insieme: ne risulta cosi un disegno d'intaglio piatto geometrico al quale solo la calda luce del luogo può dare il necessario rilievo, disegno ed esecuzione che richiama alla mente più la marmorea ornamentazione ecclesiastica bizantina, anzichè l'arte gotica cavalleresca. Restano ancora le forme ben note dell'architettura medioevale rodia, della porta ad arco acuto, della finestra ad arco ribassato e dei finestrini superiori ad architrave inflesso, ma questi tipi costantemente adottati, sono più o meno modificati ed alterati con l'aggiunta di motivi esotici ornamentali che tendono a sovrapporsi ed a prevalere sulle sagome originarie. Elementi nuovi si aggiungono come quello del finestrino archiacuto in corrispondenza dell'asse della porta decorato a stucchi e vetri colorati come nella casa turca d'Anatolia. Nelle cornici predomina l'ornato a treccia che così tipicamente caratterizza tutta l'architettura cavalleresca negli edifici di Rodi e, oltre che a Rodi, nella stessa Cipro; senonchè ben diversa ne è l'esecuzione e l'applicazione. La treccia nelle cornici lindie è a più basso rilievo, appare generalmente a doppio cordone parallelo o intrecciato a catena (fig. 12) e viene inorganicamente disposta in tutti i sensi come elemento di riempimento decorativo. All'ornato a treccia di tipo essenzialmente cavalleresco segue la cornice ad alveoli di derivazione anatolica o motivi più tradizionalmente geometrici a spina di pesce o a semplice dentellato che ricordano più da vicino la tecnica dell'intaglio in legno del mobilio rustico paesano. Ma al di fuori della vecchia tradizione cavalleresca e delle nuove influenze anatoliche, lo spirito che alimenta questa singolare fioritura di arte paesana, è essenzialmente ecclesiastico bizantino: ciò è mostrato da tutto l'ingenuo simbolismo figurativo degli animali, colombi, aquile, pavoni, che decorano pannelli, architravi e soffitti e dalla presenza della croce che trionfa nel bel mezzo del pannello della porta della casa come entro un'edicola di chiesa (figg. 16-18). Alle stesse conclusioni si giunge comparando la struttura della casa di Lindo a quella cavalleresca fornitaci da così copiosa documentazione di tipi nella metropoli dell'isola (6). A Rodi la casa privata dell'epoca dei Cavalieri, ha il suo prospetto principale sulla strada e mantiene ben distinta la separazione fra il piano terreno adibito a magazzini ed il piano superiore riservato per abitazione; rivela in sostanza la sua schietta derivazione occidentale e la sua naturale rispondenza ad altre esigenze di ambiente climatico e sociale. Spogliando invece la casa di Lindo della sua elegante veste ornamentale, noi dobbiamo riconoscere in essa il tipo ancora primitivo dell'abitazione isolana a Rodi. AMEDEO MAIURI
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