FASCICOLO IV DICEMBRE 1924
LEWIS EINSTEIN: Giardini Italiani a Praga, con 13 illustrazioni e una tavola fuori testo
Il viaggiatore che dall’Italia si spinge oltre Trento verso il settentrione, molto tempo dopo aver varcate le Alpi, trova ancora l’impronta dell’Italia. Così se si spinge verso nord fino a Praga attraverso Innsbruck e Salzburg, nel rifare la strada di molti oscuri artefici e avventurieri italiani che andavano a cercar fortuna al di là delle Alpi, egli troverà ancora ricordi d’Italia.
Nel Seicento e nel Settecento il gusto italiano ha abbellito le città del Sacro Romano Impero ed architetti italiani hanno disegnato molti dei loro palazzi. L’Europa centrale aveva in arte meno vigorose tradizioni indigene della Francia e dei Paesi Bassi e perciò accettò più rapidamente e con minori trasformazioni i canoni del gusto meridionale. Specialmente Praga, centro d’incontro fra Germani e Slavi, accolse istintivamente l’arte di una razza latina.
Per due secoli l’arte italiana ha ornato i palazzi di Praga.
L’architettura, gli intagli in pietra, gli stucchi, le modanature, gli affreschi, i ferri battuti, tutto era di gusto italiano. La sala terrena del palazzo Wallenstein, lo scalone del palazzo Clam Gallas, la facciata del palazzo Czernin e la grande corte del palazzo Lobkovitz a Roudnitz sono tutti di origine italiana.
Soltanto più tardi, nel secolo XVIII, il barocco diventò rococò per sostenere lo stile cosidetto “Louis XV”. Nel salone dei cavalieri di Malta a Praga e nella splendida serie che si conserva nel palazzo arcivescovile al Hradcin, vi sono degli arazzi nelle loro originali cornici, in uno stato di conservazione da fare invidia a Parigi. Ora nasce il dubbio che molti degli artefici che lavorarono gli stucchi in stile Luigi XV del palazzo arcivescovile fossero altrettanto francesi quanto lo era Caffieri.
Esiste ancora nel quartiere di Malastrana a Praga, in fondo ad uno stretto vicolo che porta il nome di Strada degli Italiani, un Orfanotrofio Italiano, pia fondazione dei primi anni del XVII secolo, creata per gli orfani degli artisti italiani, primo esempio di simili istituzioni a Praga. Favorito alle sue origini dall’imperatore Rodolfo II, conserva ancora il suo nome e continua la beneficenza quantunque non abbia più bambini italiani da ricoverare. Non lontano, sul muro di una vecchia casa, si può leggere il nome di Palliardi, uno dei tanti architetti italiani che hanno lavorato a Praga. Se i palazzi di Praga ricordano facilmente l’Italia, i giardini ne subiscono meno direttamente l’influenza. La moda cambiò completamente negli ultimi anni del XVIII secolo, ai tempi di Jean Jacques Rousseau ed i giardini italiani trascurati ne soffrirono. Ne furono mutate le linee e in molti casi trasformato il carattere. Vecchi muri si sgretolano al gelo invernale. La vegetazione meridionale mal si accomoda ai rigori nordici. Fu necessario ricorrere a delle sostituzioni e quantunque il cipresso indigeno si erga da sè attraverso i crepacci dei muri, cresce stentatamente e non raggiunge mai la grandezza delle varietà mediterranee. L’atmosfera carica di carbone è poco propizia ad una delicata vegetazione dacchè Praga è diventata una città industriale e non si sente più il canto dell’usignolo nei suoi giardini. Anche in Italia la dignità del cipresso non si salvò dalle amputazioni quando i giardini all’inglese vennero alla moda e il vandalismo del principio del XIX secolo volle la rude distruzione di tutto ciò che era formale. Il desiderio di un ritorno alla natura offrì la scusa a tale crudeltà. Le forme classiche di molte piante furono distrutte mentre cattiva torba e viottoli serpentini rimpiazzavano gli ordinati viali adorni di vasi e orlati di fiori.
Ben poco sopravvive oggi del piano originale dei famosi giardini del Belvedere a Praga. Al principio del XVI secolo l’imperatore Ferdinando chiamò un italiano, certo Francesco, a tracciarli nella distesa che sta di fronte al castello dal quale un burrone boscoso li separava.
Di questo disegno non rimane altro che un nobile viale di faggi e castagni, forse ripiantato due secoli dopo, lungo l’asse centrale del giardino. Le altre tracce del giardino e delle due famose grotte coi loro invisibili strumenti musicali ed effetti di specchi sono sparite da un pezzo. Molto è stato distrutto durante la guerra dei trent’anni, allorchè questa parte della capitale fu occupata dagli Svedesi. Più tardi alla distruzione della guerra seguì la negligenza della pace giacchè per molti anni la corte cessò di risiedere a Praga.
Tuttavia questo giardino fu a suo tempo famoso tra i giardini di Europa per i suoi melograni e i suoi aranceti e le sue opere topiarie.
Qui il fiammingo Van Busbec, ambasciatore di Ferdinando, di ritorno dalla sua missione presso la Sublime Porta, piantò i primi bulbi di tulipano che aveva portati seco dalla Turchia. Da qui la loro coltivazione si diffuse in tutta l’Europa occidentale. E qui, in questo giardino, si rappresentavano le Mascherate di Corte, celebre fra tutte quella del 9 novembre 1558 per solennizzare il ritorno di Ferdinando a Praga dopo la sua elezione a Imperatore.
Ferdinando, cresciuto in ambiente spagnuolo ed avvezzo al gusto del Rinascimento, mal si adattava fra gli ornamenti gotici della residenza reale sul Hradcin. Il suo gran merito di avere introdotta l’arte nuova a Praga, non è ancora sufficientemente apprezzato. Risentimenti politici di lunga data contro gli Absburgo hanno cercato di menomare qualunque cosa abbia avuto rapporto col loro regime. Sin dal principio del suo regno egli aveva incaricato architetti italiani di costruire un padiglione noto sotto il nome di Belvedere, che secondo la leggenda doveva essere una sorpresa per la sua regina. Enrico di Spatio, allievo del Sansovino, eresse in pietra tufacea rossa il più squisito gioiello del rinascimento italiano che esista a settentrione delle Alpi. Fu completato nel 1567, trent’anni dopo che era stato cominciato, cosicchè la sorpresa per la regina Anna non potè essere di lunga durata.
Numerosi italiani lavorarono come architetti e scultori alla sua costruzione e alla decorazione delle sue arcate, Nomi come quello di Paolo della Stalla e di Gian Maria de Pambio non hanno che scarso significato. Erano tra i tanti artefici che lasciavano l’Italia in cerca di fortuna al nord delle Alpi e contribuivano a diffondere la nuova arte del Rinascimento. Nessuna prova può essere più convincente del merito intrinseco di tale arte, che di trovare a Praga edificato da oscuri artisti un monumento di bellezza degno dei migliori di Padova o di Vicenza.
Soltanto da un punto di vista il Belvedere ci sorprende. Mentre tutto il resto è puramente italiano, il tetto di rame, di forma barocca appare stranamente in contrasto con l’edificio, ed infatti è di epoca posteriore. Forse i primi architetti italiani non si erano preoccupati abbastanza delle forti nevicate invernali della Boemia. La moderata pendenza delle tegole originali di terra cotta deve essere caduta e rimpiazzata poi dalle lastre di rame ricurve, diventate ora verdi cogli anni, che sovrastano con un certo contrasto questo edificio meridionale.
Accanto al Belvedere sta la cosidetta “Fontana che canta” il cui nome deriva dalla figura di un bambino che la sormonta in atto di suonare una zampogna. E' opera di uno scultore fonditore di cannoni moravo poco conosciuto, Tommaso Jarosch di Brunn e fu eseguita nel 1570.
La tecnica segue le tradizioni di Norimberga che con gotico amore del dettaglio e resti di angolosità adattava l’arte Italiana al gusto nordico. In origine quest’opera di bronzo finemente modellata doveva formare una preminente caratteristica del giardino con adeguato spazio attorno, come in molte ville italiane dove le fontane sposano la loro forma architettonica al verde che le circonda. Ma il significato di questa intenzione è andato perduto e la “Fontana che canta” rimane oggi isolata in un cerchio d’erba senza relazione alcuna col Belvedere e col giardino.
Dopo Ferdinando che con la sua Regina riposa in una tomba splendidamente scolpita nella Cattedrale, l’imperatore Rodolfo abbellì i giardini del Belvedere di piante esotiche, alberi ed arbusti portati dall’Italia, dalla Spagna e dall’Oriente. Come giardino botanico godette allora della sua più grande rinomanza. Quell’ imperatore amante dell’arte che riempì la sua Camera del Tesoro con la grande collezione che si trova ora a Vienna, ornò il giardino anche di molte statue, ma, tranne un Ercole barocco, le altre sono scomparse, distrutte, si dice, dai cannoni prussiani durante l’assedio di Praga fatto da Federico il Grande. Sotto il parapetto del giardino l’imperatore Rodolfo teneva animali selvaggi in gabbie di cui si conservano ancora le mura, mentre nel burrone i cervi vagavano in libertà.
All’altra estremità del giardino del Belvedere, accanto al ponte che l’unisce all’Hradcin, si conserva ancora il disegno di un giardino del secolo XVIII. Le aiuole dei fiori sono in contrasto con le alte spalliere. Vi sono balaustre di pietra, statue e ornamenti di marmo e padiglioni che datano dal tempo di Maria Teresa. Vi si stende un viale di alti faggi che racchiude una fontana barocca. Ad una delle sue estremità, separata da una palizzata di legno, è la grande sala da ballo costruita nel 1568 in puro stile palladiano, da Bonifacio Wolmnet, cui si deve pure il disegno dell’organo in stile Rinascimento che è nella Cattedrale. Decorata da graffiti molto danneggiati ed utilizzata dagli austriaci come magazzino militare, la sua splendida ossatura rimane il tributo di un settentrionale al gusto italiano. Altrove nel giardino è vano cercare ricordi del Rinascimento o di altre epoche posteriori. Il famoso teatro costruito dall’architetto di Corte, il bolognese Galli Bibbiena al principio del ‘700, fu distrutto da un incendio nella guerra dei sette anni, durante l’assedio di Praga. Il Presidente dà ora il nome del suo ufficio al giardino che un giorno gli imperatori amarono.

Dopo il giardino del Belvedere con i suoi ricordi degli imperatori e dell’arte italiana del 500, l’Italia del 600 si trova nel giardino Wallenstein. Giardino e palazzo sono la creazione del grande condottiero imperiale datante dal periodo di mezzo delle sue campagne, sui piani di stile barocco dell’italiano Marini. Per costruirli fu abbattuto tutto un quartiere della vecchia Praga. Wallenstein stesso ne sorvegliava personalmente l’esecuzione e si conservano lettere autografe di lui che mostrano l’interesse che egli poneva ai particolari. In una lettera del 1630 scriveva:
“Se ben capisco, nel disegno del giardino non è prevista una fontana per lo spazio che fronteggia la Loggia. L’architetto dice che nel mezzo dello spazio davanti alla Loggia vi deve essere una grande fontana da cui devono scorrere tutte le acque”.
Questa fontana passò più tardi attraverso straordinarie avventure. Era stata originariamente sormontata da un gruppo in bronzo rappresentante Venere e Cupido, opera della fine del 500 eseguita in stile italiano dal Würzelbauer di Norimberga che continuò la tradizione di Peter Vischer. Questo gruppo fu portato via dagli Svedesi quando durante la guerra dei trent’anni saccheggiarono il quartiere di Malastrana a Praga e trasportarono la collezione di bronzi di Wallenstein a Drottningholm dove ancora si trova. Non si sa come, il gruppo di Venere e Cupido fu separato dagli altri. Se ne era dimenticata l’origine quando esso passò in una collezione privata svedese. Pochi anni fa la collezione fu dispersa e il bronzo fu comprato dal principe Lichtenstein che ne fece dono al Museo d’Arte industriale di Praga, dove ora si trova. Un disegno contemporaneo esistente nel Museo di Norimberga ha permesso di identificare la sua connessione con la fontana. Quest’ultima, dopo esser stata trasportata in un castello in campagna è stata ora rimessa al suo posto primitivo.
Nulla rimane degli alberi e degli arbusti esotici che Wallenstein aveva piantato, ma il disegno del giardino è conservato intatto, composto di viali di castagni giganti. La sua strana forma è dovuta alla sua posizione tra la Vetava e la collina del Hradcin. Il giardino in se stesso è stretto e lungo. Si ha tuttavia l’illusione della vastità dello spazio col risultato di un abile disegno. L’asse più lungo del giardino corre fiancheggiato da viali di verdure verso un laghetto di cigni ed è parellelo ad un alto muro che riproduce i motivi architettonici del palazzo e ne continua la simmetria. I condotti delle acque sono stati oggetto di molta cura e due piccole fontane interrompono la linea dell’asse formando punti centrali da cui irradiano viottoli in varie direzioni. Il grande bacino in fondo cerchiato di pietra conteneva una isoletta, destinata probabilmente ad una grande statua-fontana che non fu poi mai costruita. Oggi il bacino è asciutto e la sua superficie viene utilizzata da orticultori per le loro aiuole. L’asse più corto del giardino finisce in una loggia gigantesca che forma la caratteristica centrale del giardino ed è unica nel suo genere in Europa. Tanto nel disegno come nella ricca decorazione di stucchi e di affreschi è in puro Rinascimento italiano degli ultimi anni. Come il Belvedere è ricoperta da un tetto stonato, non potendo il gusto meridionale lottare con successo col problema della pesantezza della neve. Ai tempi di Wallenstein questa loggia era ornata di grandi statue di bronzo, ora in Svezia, e i loro modelli sono al loro posto. Un cosidetto Ercole, opera del fiammingo italianizzato Adriano de Vries, resta solo a Praga nel Museo Civico, giacchè era stato ripudiato dal Wallenstein che non giudicava degna quella statua di figurare nel giardino.
Di faccia alla Loggia è un grande piazzale leggermente abbassato dalla fontana di Würzelbauer nel mezzo e aiuole di fiori sono tutto intorno.
A destra, un gruppo di grandi castagni forma un richiamo di verdure all’edificio che gli sta di fronte. L’architetto del giardino, Baccio di Bianco, che lavorò qui prima di andare in Ispagna, ha sfruttato al massimo ogni possibilità nel disegnare un giardino situato fra due vie cittadine.
L’illusione della lontananza e dello spazio è rialzata dal grande muro di cinta coperto di stalattiti artificiali, ora invisibili sotto l’edera, fatte di una sostanza simile alla lava nera del Vesuvio, prediletta dagli stuccatori dell’età barocca.
Fra questo muro e la grande loggia è una grande uccelliera attorno alla quale sono stati piantati degli alberi in modo caratteristico italiano.
Il viaggiatore inglese del secolo XVII, Edward Brown trovò in questa uccelliera reminiscenze del palazzo Doria di Genova. Vicino ad essa vi erano le gabbie di bestie feroci raccolte dal gran duce. Erano decorate in uno stile barocco di disegno grottesco che ricorda la grande villa Farnese a Caprarola. E attorno alla Loggia vi sono grotte ornate di stalattiti artificiali. Una di queste era la stanza da bagno di Wallenstein. Nell’altra, adorna di musaici in conchiglie, si conserva ancora l’immagine del suo cavallo preferito e al muro pende una coperta persiana nella quale il suo cadavere fu avvolto quando fu ucciso da un irlandese a Eger.
Qui visse il generale degli eserciti imperiali, la cui fama e la cui ambizione davano ombra allo stesso imperatore, che ne provocò la morte.
Il suo palazzo italiano di Praga in cui s’era ritirato, seguito da una corte sontuosa, coi suoi tre grandi cortili ed i suoi ingressi, con la grande sala dei banchetti celebrante la sua gloria di conquistatore e decorata da artisti del mezzogiorno, era la residenza adatta a un tal uomo. Era appena finito quando egli fu ucciso e molte delle sue proprietà furono confiscate. Oggi il ministero del Commercio ha i suoi uffici nel palazzo del Wallenstein.

La guerra dei trent’anni portò con sè distribuzione e accumulazione di nuove ricchezze. Il quartiere Malastrana era stato devastato durante l’occupazione svedese. Fu necessario ricostruirlo e fu ricostruito con splendore dai generali, dai nobili, dagli avventurieri stranieri che erano divenuti ricchi delle spoglie della Montagna Bianca, dove perì l’indipendenza ceca. Le tenute confiscate alla nobiltà boema provvidero alla ricchezza che costruì allora nuovi palazzi sicchè la Praga barocca data da quell’epoca. Il triste ricordo connesso con le sue origini ha per lungo tempo menomato il suo valore agli occhi dei patriotti cechi che soltanto ora cominciano a separare la sua reale bellezza dal suo storico significato.
Malastrana costruita sotto l’influenza italiana possiede il fascino dell’Italia. La cupola verde della Chiesa di San Nicola, i palazzi decorati da Mattia Braun non sono meno italiani pel fatto di esser stati costruiti da artisti nordici. La Praga barocca è una emanazione diretta dell’Italia, alla cui costruzione italiani come Lurago, tedeschi come Diensenhofer e cechi come Vauker, lavorarono l’uno accanto all’altro ed in emulazione.
Questo quartiere di Praga rimane reliquia di un’altra età con un sapore di mondo antico di cui raramente si trova l’eguale. Isolato alla sua origine dai dintorni cechi, con palazzi costruiti da architetti stranieri, per nobili stranieri, ha continuato a rimanere segregato, talchè sembra oggi separato di due secoli dal resto di Praga.
Di fronte al palazzo Wallenstein, il giardino Fürstenberg tagliato a terrazze sui fianchi della collina del Hradcin ricorda i giardini di Genova. Quantunque caduto ora in triste abbandono contiene resti di grotte, di balaustre in pietra e di padiglioni che ricordano l’ispirazione originale. Non lungi da esso il grande palazzo Lobkovitz è costruito in stile barocco romano. Le sue finestre massiccie con le inferriate lavorate, il portone e il grande scalone, la corte e la colonnata semicircolare del giardino, di pietra e ferro sormontata da statue, sono tutte di buon disegno italiano. Il grande giardino doveva originariamente essere stato costruito nello stesso stile, ma è stato ora trasformato in una parvenza di parco inglese. Tutto ciò che rimane del piano primitivo è un lungo viale di sicomori e la spianata che si apre ad anfiteatro dietro l’edificio. Molte delle terrazze dalla parte della collina sono state distrutte.
Ma il carattere italiano è cosi decisamente stabilito nelle forme architettoniche del palazzo con lo spazio che lo circonda, che il perduto disegno del giardino resta di secondaria importanza.
Il palazzo Schönborn, sede della Legazione Americana, ha conservato maggiormente la forma di un giardino all’italiana. Questo palazzo fu costruito in stile barocco da un architetto italiano sconosciuto, dopo la guerra dei trent’anni, per un conte Colloredo Mannsfeld. Secondo una leggenda, la doppia scalinata, che dalla corte selciata porta al giardino, fu costruita per permettere al primo proprietario che aveva perduta una gamba, di entrare a cavallo nel suo salotto. Della decorazione originale del palazzo non resta altro che la modellatura di stucco del soffitto di due piccole stanze.
Il giardino è piantato sul fianco di una collina sormontata da una “gloriette” del secolo XVII, da cui si gode una famosa veduta di Praga col grande palazzo degli imperatori, e il celebre ponte Carlo, costruito con aiuti italiani dal grande imperatore cinque secoli fa ed abbellito di statue di santi dalle generazioni successive. A sud e ad ovest della “gloriette” si stendono giardini e orti che si arrampicano sulle colline circostanti e danno al quartiere di Malastrana il carattere unico di un’antica città giardino.
La “ gloriette” è costruita su un asse che passa attraverso l’ingresso centrale del palazzo adorno di due grandi cariatidi di Mattia Braun, e segue una originale linea di gradini lungo il pendio. Il giardino è diviso in due parti sovrapposte separate da un alto muro a terrazza a forma di abside, che una volta deve esser stato decorato di mosaici di roccia e conserva ancora le nicchie vuote di statue e resti di affreschi.
Tuttavia ogni senso del suo significato originario è ora perduto e una fila di sicomori è piantata alla sua base come a rimpicciolirne l’altezza e a mascherarne l’intenzione. L’idea del giardino italiano come la proiezione del fabbricato nella natura, è stata qui completamente dimenticata ed invece di lunghe prospettive e di stretti viottoli il giardino fu trasformato dal suo primitivo disegno senza conservare alcuna relazione col palazzo. Qualche traccia dell’originale giardino all’italiana rimane negli alberi piantati in massa in ombroso contrasto con gli spazi aperti, nelle balaustrate di pietra, nelle due terrazze eguali da una parte e dall’altra e nella scala che unisce il giardino superiore a quello inferiore. Con un espediente molto ingegnoso questa scala è contenuta ad un angolo del giardino in una casetta originale del XVII secolo, che non serve ad altro scopo. O perchè la spesa per costruire una doppia scala monumentale fosse troppo grande, o piuttosto perchè la larghezza della seconda terrazza non era bastante ampia per permetterne il necessario sviluppo, l’architetto preferì di girare la difficoltà e di mostrare umiltà nella costruzione di questa scala. Lo stesso espediente tipico della tradizione italiana si riscontra alla villa d’Este a Tivoli.
Dopo il giardino Wallenstein, quello Schönborn contiene i più puri resti del disegno italiano. Certi elementi di esso sembrano datare dal XVIII secolo. Il doppio emiciclo in muratura alle due estremità della terrazza inferiore con resti di fontane originali sotto fronzuti ciuffi di alberi, e l’inferriata aperta sul muro laterale, sono di uno stile leggermente diverso che sembra essere una continuazione di antecedenti tradizioni nel secolo XVIII. Ogni idea di ciò fu perduta però quando sentieri serpentini ed arbusti piantati a caso diedero il pretesto di un ritorno alla natura e ad un supposto giardino all’inglese.
Adiacente al giardino Schönborn è quello meno conosciuto dei Wrbna, costruito sulla parte più erta della collina, sotto il regno di Maria Teresa, dall’architetto locale Ferdinando Vauker e dallo scultore Mattia Braun. Il terreno è piccolo e stretto, ma un disegno molto abile è riuscito qui a produrre una illusione di spazio, di diversità e di capriccio, che va dalla loggia graziosamente decorata della parte più bassa alla balaustrata della scalinata sormontata da grandi statue e vasi di pietra posti arditamente contro la linea del cielo. Questo giardino è stato eseguito da artisti indigeni, ma il barocco austriaco è figlio primogenito dell’italiano.
La grande tradizione d’Italia divenne attenuata a Salzburg ed a Praga finchè perdette molto del suo originario vigore, pur acquistando nuova grazia e nuova dolcezza. L’arte plastica e decorativa austriaca divenne il corrispettivo della musica di Mozart nel suo senso pieno di armonia un poco lamentosa.
Mozart ricorreva al veneziano Lorenzo da Ponte per i suoi libretti e Mattia Braun e Diesenhofer trovavano pure la loro ispirazione al di là delle Alpi.

LEWIS EINSTEIN.

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