FASCICOLO III NOVEMBRE 1924
NOTIZIARIO
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NOTE D’EDILIZIA ROMANA

Architetture di Carlo Broggi. — A Roma accade un interessante fenomeno nello sviluppo che vanno prendendo le più nobili forme attuali dell’architettura. Ognuno sa quale triste periodo edilizio Roma abbia passato nei primi cinquant’anni della sua terza vita. Gli esempi delle insulsaggini architettoniche di quel periodo sono sparsi con dovizia eccessiva nella via Cavour, nei quartieri dall’Esquilino al Laterano, in quelli dei Prati di Castello ed in altri luoghi dell’urbe dove prima le ville e le vigne eran liete della loro pace agreste.
Quelle insulsaggini — o peggio — avevano la pretesa di un programma di eclettismo architettonico che si risolveva in un raffazzonamento degli stili dei manuali scolastici, combinati con quella raffinatezza di gusto che tutti possono vedete. Nè vale rimpiangere quanto è stato fatto se non ci si propone che gli errori del passato servano d’ammaestramento per l’avvenire. Neppure vale sospirare sull’ingrandimento di Roma a scapito della bellezza di ciò che di verde e di pittoresco e campestre scompare per le necessità della popolazione in incremento. A nessuno viene la mente di rimpiangere quanto di piacevole può essere stato distrutto al tempo del Bernini quando fu fatto il colonnato di San Pietro. L’importante è che non si continui a perpetrare brutture, se anche non siamo in grado finora di creare capilavori assoluti.
E allora agli architetti che operano a Roma s’impone il duplice problema di rispettare l’ambiente e di creare forme che s’armonizzino con le mutate tendenze del gusto, aspirino ad uno schietto carattere di modernità. Riallacciarsi alla tradizione è uno degli aspetti del problema. Ma a quale tradizione? A quella del neoclassicismo dell’epoca canoviana è assolutamente impossibile: troppo vi ha lavorato intorno l'accademia cristallizzando l'arte in formule mute perchè si possa riallacciarsi a chi che non è più nel nostro spirito se non come canone scolastico. Necessariamente gli architetti giovani hanno sentito in Roma l’attrazione verso quelle forme dell’età barocca che sono ancora suscettibili di fornire lo spunto a nuove linee ed a nuove sagome. In quelle forme disprezzate dalla perniciosa accademia, hanno ritrovato quanto di sano, di vivo e di profondamente romano, cioè classico, ancora si racchiude, come punto di partenza per l’architettura di domani.
Alcuni, partiti dalle seduzioni di architetture austriache e tedesche, straordinariamente interessanti per le semplificazioni e le reazioni a cui hanno opportunamente condotto, stanno conciliando le vecchie con le nuove forme, operando continui innesti di rampolli giovani sui vecchi tronchi. E sta nascendo, s'io non m'inganno, una scuola architettonica romana che sempre meglio s’afferma e si determina. E' inutile per ora ch’io porti esempi forse discutibili quando io son sicuro che il tempo mi darà ragione.
Altri prendono decisamente le forme del seicento e del settecento e le elaborano, ne cercano nuovi sviluppi, conducono per altra via alla soluzione del medesimo problema. Uno fra gli esempi migliori di tale tendenza è fornito dal palazzo, o meglio dalla grande casa costruita dall’architetto Broggi presso il ponte Margherita e che ha avuto uno schietto successo. Quel vasto edificio è parso subito, anche al pubblico grosso, perfettamente ambientato: il che costituisce un pregio reale e difficilmente discutibile.
Vale cioè non contentarsi, come fino a pochi anni fa si faceva, di cucire più o meno abilmente reminiscenze e richiami, opera sterile di copia e di musaico, ma rivivere l’epoca che più spontaneamente interessa un artista, dare in quell’ambito a sè stesso la massima possibile spontaneità di creazione.
Per Carlo Broggi il problema non era facile si trattava di spezzare la monotonia di un blocco di muratura capace di quaranta appartamenti con circa quattrocento ambienti, costruito per conto di una delle solite cooperative che hanno offerto al pubblico saggi desolanti di banalità. Carlo Broggi ha risolto brillantemente il problema: mediante arretramenti dei corpi centrali in modo da frazionare le facciate in corpi ed avancorpi, ha ottenuto una grande varietà di movimenti architettonici, capace di armonizzare la grande costruzione con le palazzine che le stanno dintorno; mediante il raggruppamento di due finestre delle testate di angolo in un’unica apertura ha raggiunto grandiosità di motivi nonostante le dimensioni ridotte degli ambienti interni, che risultano tutti ariosi e luminosi per la buona distribuzione degli spazi, delle scale, dei cortili: mediante l’alternanza delle terrazze, dei tetti a tegole, delle altane sulla copertura, con corpi arretrati, curvati, mossi, ha fatto sì che non solo dalle strade ma dal Pincio, donde la casa si profila nettamente sul cielo, tutto il complesso appaia nettamente contrastante con l’uniformità di quei banalissimi cubi dei Prati di Castello, che la pigrizia dei costruttori ha coperto di terrazze piane aventi come unico ornamento i cassoni dell’acqua potabile.
Nella risoluzione di tali problemi, nell’alternanza di piani lisci e scabri dell’intonaco, nel movimento delle masse e nella curvatura delle linee, Carlo Broggi ha segnato un sensibile progresso rispetto alle precedenti opere d’architettura, fra le quali è quella Villa Picardi, già illustrata nella nostra Rivista, infiorata di grazie settecentesche ma ancora timida e malcerta nella fragilità della concezione scenografica. Ed è particolarmente interessante vedere un architetto milanese il quale, venendo a Roma, ha sentito il bisogno d’accordarsi con l’ambiente, di mantenersi nella sobrietà dell’ornamentazione che è caratteristica del buon barocco romano, non mai dimentico, della classica semplicità.
Così avviene che l’edilizia di Roma moderna si ricollega a quella tradizione che l’accademia neoclassica e l’eclettismo avevano arbitrariamente interrotta. Tutto un fervore nuovo prepara l’avvenire con serietà e nobiltà d’intendimenti. Da un lato, in ville e villini, la più schietta semplicità struttiva s’infiora di eleganze settecentesche, avendo talora attinto alle rustiche fonti d’ispirazione. Dall’alto, come nell’ammirevole palazzo che Marcello Piacentini ha costruito per sede romana della Banca d’Italia, si riprendono le forme dell’architettura barocca monumentale e si avviano verso ulteriori sviluppi. Così nei nuovi solchi si gettano gli antichi semi delle piante nostrane, uniche capaci di vivere nel nostro clima, di prosperare e fiorire.
ROBERTO PAPINI.

ROMA - LA VILLA VISCONTI VENOSTA
OPERA DELL'ARCH. VINCENZO MORALDI

In un angolo quanto mai suggestivo della Roma suburbana (quella cioè che pregusta la voluttuosa melanconia dell’agro) sorge da poco una “villetta amena” che la genialità d’un architetto e il sommo buon gusto d’un ottimate hanno creato in piena comunanza di spirito. L’uno ha dato le forme al palazzo e ai suoi contorni ispirandosi ai più tipici esemplari dell'architettura minore barocca che domina a Roma, l’altro ha diretto l’arredamento in cui si raccoglie quanto di veramente bello tramandarono gli Avi della sua nobilissima famiglia. Come potranno riconoscere i lettori, l’armonia, la magnificenza dell’insieme costituiscono il confortevole risultato di questa lunga fatica. Non si cerchi punto il nuovo, poichè qui si è voluto soprattutto creare un ambiente antico uno di quei luoghi veramente di riposo di raffinate eleganze da cui esula del tutto il tormento, la cerebralità eccessiva dell’arte ultramoderna. C.C.

IL NUOVO PALAZZO PROVINCIALE D’AREZZO
E LE DECORAZIONI DI ADOLFO DE CAROLIS.

In un angolo d’Arezzo, in contrada Mirasole, un resto di un antico palazzotto del quattrocento toscano, che a nulla avrebbe potuto servire date le sue impossibili condizioni è stato opportunamente ripreso, completato e trasformato in un nobile palazzo ad uso della Deputazione Provinciale. Autore dell’importante lavoro fu l’Arch. Gius. Paoli. Ma è precipuo merito di questo artista l’aver chiamato a decorare le mura del nuovo edificio un grande maestro, uno dei pochi che ancor sentano la decorazione pittorica monumentale: Adolfo De Carolis.
Tutti sanno chi sia De Carolis. Dalla modesta xilografia per decorazioni di libro, cui dedica i riposi giocondi fra l’una e l’altra opera maggiore, il De Carolis assurge alla nobiltà dell’affresco inquadrato solidamente e armonicamente nelle architetture. La nostra Rivista già riprodusse di lui le belle concezioni per l’aula massima della Università di Pisa ed ora si onora d’illustrare la nuova opera in cui ha voluto il De Carolis glorificare la terra dell’Aretino, ferace d’ingegni e di naturali risorse.
Ecco l’atrio severo: Come negli antichi palazzi del Podestà vi dominano le figurazioni simboliche delle supreme virtù civili: l’ Equitas, la giustizia, la Liberalitas, la liberalità. Chi salga la scala marmorea vigilata dai due “marzocchi” giunge nella grande sala del Consiglio cui la genialità del De Carolis ha saputo dare i più bei parati policromi. Sulla parete che sottostà alla loggia, le insegne delle gloriose corporazioni s’alternano al pacato quattrocentesco con bisce e leoni. E nel mezzo s’innalza il tradizionale camino col motto dantesco: intra Tevero et Arno che definisce incisivamente la posizione geografica della provincia. Sopra, in uno scudo, campeggia lo stemma del cavallo impennato. Più in alto è la portatrice del fuoco sacro.
Nel grande fregio che gira intorno alla stanza sonvi le scene dei lavori agricoli e minerari che rendono doviziosa la provincia d’Arezzo.
Sulla parete opposta il De Carolis ha voluto riprodurre le fattezze dei principali uomini dell’aretino dall’antichità sino ad oggi, immaginati in geniale accolta su di un solenne fondale architettonico.
In mezzo, sotto un’edicola, è raffigurato colui che dette la direttiva spirituale all’arte di Adolfo De Carolis: Michelangelo. Agli estremi appaiono Cilnio Mecenate e P. Benvenuti, l’uomo munifico dell’impero di Augusto, il dotto del tempo romantico. Oh la faccia volpina del Cardinal Dovizi da Bibbiena, e il volto sardanapalesco di Pietro Aretino, e l’obesità imponente di Dal Borro, e il volto sognante di S. Margherita da Cortona, e la sagoma tagliente di Masaccio! Come le loro tipiche figure dànno vita a tutta questa folla di fantasime!
Di certo l’arte del De Carolis, così influenzata dalle più belle tradizioni del nostro Rinascimento, ha avuto modo di esprimersi appieno in un soggetto che le era quanto mai proprio. E mentre nei freschi dell’aula pisana si rilevava non so che di evanescente e d’imponderabile, qui veramente predomina il disegno il quale conferisce all’affresco una solidità, una determinatezza che valgono a disciplinarlo nel ritmo prevalente dell’architettura.
C. C.

CONCORSO PER IL MONUMENTO
A MUSTAFÀ KEMAL.

Per iniziativa del giornale “Yéni—Gune” che ha raccolto allo scopo ingenti somme, verrà innalzato in Angora un monumento a Mustafà Kemal, l’eroe dell’indipendenza nazionale turca.
L’Ambasciatore di Turchia a Roma ci prega di invitare gli artisti italiani a voler participare al Concorso per il quale è stanziato un primo premio di 75.000 lire e cinque premi di 5000 lire. Gli scultori che desiderano avere indicazioni dettagliate e notizie precise sul tema che debbono svolgere, possono dirigersi direttamente chiedendo il bando del Concorso all’amministrazione del giornale “Yéni Gune”, ad Angora, (Asia Minore). Riceveranno una “brochure” con allegate planimetrie della località ove il monumento dovrà sorgere, ritratti in varie pose di Mustafà Kemal e i cenni biografici e storici necessari per la concezione dell’opera.
Sarebbe assai grato al Governo turco che un artista italiano riuscisse vincitore in questo concorso.

PEI MONUMENTI DI ROMA

Tra le notizie tristi si aprono il varco, quasi raggi di sole fra le nubi, belle notizie liete. Tali son quelle delle nobilissime iniziative del Governo d’accordo col Comune di Roma di dedicare fondi cospicui alla liberazione di monumenti antichi ed alla costituzione di veri parchi intorno l’Urbe ottenuti col salvamento dei resti di antiche ville, come la villa Mellini nel monte Mario. Ultima in tempo è la notizia della prossima redenzione del Circo Massimo votata dal Consiglio del Ministri quasi a consacrazione del giorno della Vittoria essa segue ed integra la già iniziata liberazione dei resti mirabili dei Fori imperiali. Il voto è ancora molto generico; ma è da augurare che ad esso seguano concreti studi archeologici e tecnici, sicchè possa presto passare alla attuazione: la quale non ci ridarà certo, il monumento antico, saccheggiato e rovinato sistematicamente per secoli, ma almeno libererà da tante miserie e tante brutture la zona sacra che si estende nella valle tra il Palatino e l’Aventino.
Così ad un troppo lungo periodo di trascuranza in cui i gloriosi segnacoli dell’arte e della grandezza antica si son lasciati alterare e nascondere, segue, giova sperarlo, un’era nuova che ne intende l’immenso valore, ed a questa coscienza riannoda tutto un programma di conservazione e di valorizzazione. E questo programma, così altamente italiano, non può essere che accompagnato dalla gratitudine degli artisti e degli studiosi. G. G.

PER LE SCUOLE SUPERIORI
D’ARCHITETTURA

L’insegnamento ufficiale dell’architettura in Italia è una di quelle cose disgraziate che non trovano mai pace, non raggiungono mai un assetto stabile. Nelle sue fluttuazioni come è possibile ottenere una vera affermazione del titolo di architetto ed un indirizzo regolare dell’architettura?
La Scuola superiore d’architettura in Roma, sorta ormai da quattro anni, sembrava avesse costituito un punto fermo, segnando il termine di oltre trent’anni di lotte, di discussioni, di tentativi. Tra le varie tendenze unilaterali, essa ha realizzato la concezione integrale dell’architetto che sia insieme costruttore ed artista, ed ha stabilito col suo carattere di Scuola universitaria la perfetta parità nel titolo e nell’esercizio professionale (poichè le Scuole son fatte per formare i professionisti, non per dare il volo ai geni) tra l’architetto e l’ingegnere. E la Scuola si avvia verso un funzionamento regolare, e sembrano non vane, nè lontane le speranze di altri istituti eretti a sua immagine, così come avvenne in Francia per les Ecoles regionales innestate sul tronco della vecchia Ecole centrale di Parigi...
Ed ecco che d’un colpo si è tornati a dover iniziare il lavoro di Sisifo. Un improvviso Decretolegge dell’ottobre scorso lanciato nel silenzio come un siluro, è venuto senz’altro a cancellare la Scuola superiore d’Architettura di Roma dal novero degli Istituti Universitari iscritti nella tabella A prevista dalla Legge per l’Istruzione superiore; e con questo a togliere il parallelismo con le Scuole d’ingegneria, a scuotere la fiducia del pubblico verso un Istituto nuovo di non ben definite direttive, a ridestare tutte le opposizioni sopite, tutti i preconcetti mal celati, a mancare ai patti non solo verso gli studenti e verso i professori, ma perfino verso la classe degl’ingegneri; la quale aveva consentito ad abbassare le armi verso un insegnamento che offriva ogni garanzia di serietà e ne aveva fatto base delle intese relative all’esercizio professionale.
A giustificare questo incredibile atto di nichilismo, di cui non si giungono a comprender bene i veri perchè, si è voluto portare in campo tutto il nuovo ordinamento degli studi artistici, basati sull’arte decorativa, legati ad una progressione regolare di coltura, aventi per grado più alto, come al vertice di una piramide, appunto la Scuola superiore d’Architettura.
Chi scrive queste righe, con l’animo un po’ lieto per la scongiurata minaccia, un po’ triste e stanco per questo dover lottare senza posa a difendere conquiste che sembravano stabili, ha lavorato con tutto il suo entusiasmo per la realizzazione di quella riforma ardita degli insegnamenti d’arte; e con lui ha volonterosamente dato la sua opera fervente ed illuminata l’Associazione tra i Cultori d’Architettura, la quale ha visto nel nuovo ordinamento non solo l’adatta preparazione dei futuri architetti, ma anche quella, immediata e diretta, dei loro collaboratori necessari. Ma altro è, in questo tema così vasto, esprimere voti e fare decreti, altro è attuare. La piramide ancora non esiste ed il vertice trovasi nel vuoto; e per un’astratta concezione geometrica si è compromessa una conquista concreta.
E poi anche quando tutta la serie di Scuole d’Arte, d’Accademie, di Licei artistici avrà avuto il suo sviluppo e, ad esser ottimisti, molti anni occorreranno quale bisogno ci sarà di riportare la Scuola d’Architettura allo stesso ordinamento, allo stesso governo. esponendola a mille pericoli, svalutandola nell’opinione dei tanti che non sapranno più in quale casella collocare questo povero titolo d'architetto, che fu già così alto e glorioso? Anche le Facoltà Universitarie sono al sommo delle Scuole medie, ma non vi appartengono; anche i Politecnici hanno innumerevoli rapporti coi fiorenti Istituti d’insegnamento industriale, ma a nessuno viene in mente la proposta, che susciterebbe una vera rivoluzione, di aggregarveli.
Ora fortunatamente la bufera è passata e la battaglia è stata vinta, grazie al buon volere ed al buon senso del Ministro Casati ed all’autorevole interessamento del Ministro Nava, che va considerato un po' come il patrono delle scuole d’architettura, per le quali si è adoperato con tanto valore e tanta competenza. E la Scuola d’Architettura di Roma è, per un nuovo decreto, tornata al suo posto ufficiale, alla sua tradizione di studi. Ma forse i pericoli sono allontanati, non rimossi del tutto.
Si parla infatti delle nuove Scuole d’Architettura che dovrebbero sorgere presto, certo a Venezia, forse a Firenze ed a Milano; e sembra che il loro posto ed il loro ordinamento dovrebbero essere tutti diversi da quelli della Scuola di Roma, più affini cioè all’ordine degli studi degli istituti di Belle Arti e, come quelli, non appartenenti all’insegnamento universitario, non governati dalle norme della Istruzione superiore. Si riaffaccerà così la confusione negli studi e nel titolo, e con essa la minaccia di un successivo “riassorbimento” della Scuola di Roma. Non diversamente e per opera di non diverse forze, la nefasta riforma delle Sovraintendenze ai monumenti è stata tenuta indietro per tre anni; poi ha prevalso, ed ora purtroppo è in atto.
Vigilino dunque gli architetti italiani e siano saldi ed uniti e non abbandonino soli quei pochissimi che combattono con la sola energia, spesso inefficace, di un fervore verso fini ideali. Se lasciassero in un’altra (forse prossima) occasione attentare alla serietà del nuovo insegnamento architettonico e consentissero che esso ritornasse indietro nella sua funzione, nella sua importanza essenziale di sostanza e di forma, occorrerebbe disperare dell’Architettura italiana. E sarebbe allora doveroso inviare una rettifica ai colleghi di tutto il mondo. Nel Congresso Internazionale dell’Educazione architettonica tenuto in Londra nello scorso luglio ebbero i nostri rappresentanti un successo trionfale quando esposero gli ordinamenti della Scuola d’Architettura nuovamente fondata, che nel grande nome di Roma, rielevava la grande arte nostra: e la presidenza del Congresso, nell’invitarli a concludere ed a riassumere i risultati delle discussioni, esprimeva il suo omaggio all’Italia tornata alla testa delle istituzioni didattiche in questo campo. Occorrerebbe, se il pericolo della proposta riforma tornasse ad apparire trionfalmente, dire a tutti i convenuti che unirono il loro fervido plauso: “Scusate; non è colpa nostra; ma quanto dicemmo non è più vero”.
G. GIOVANNONI.

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