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RESTAURI E DEMOLIZIONI NELLA VECCHIA MILANO. Seguendo una beffa tradizione di tanta parte del patriziato e del ceto industriale lombardo, il nob. Luigi Origoni ha saputo conservare a Milano quanto di meglio rimaneva di un vetusto edificio di modeste proporzioni, ma di forme gentili e prezioso di memorie, il chiostrino dellUmiltà. Larte di un giovane architetto, Pier Fortunato Magistretti ha ridotto il fabbricato, conservandone le forme tipiche ed evitando le aggiunte di fantasia, a comoda ridente dimora per laccorto mecenate. E ne è risultato attorno ad un cortiletto che è una rievocazione di un interessante momento artistico, una lieta serie di ambienti sistemati e arredati con raffinato gusto arcaizzante. Il luogo Pio dellUmiltà, addossato allabside di Santa Maria Podone, venne istituito nel 1444 da quel Vitaliano Borromeo, così benemerito ai suoi tempi per opere caritative da meritarsi il nome di Padre dei poveri. La sua effigie, dipinta al sommo della porta dingresso ai piedi dellimmagine della Vergine, ancor visibile nel 700, è oggi scomparsa; ma le fattezze del fondatore ancora si vedono scolpite in bassorilievo nel timpano sopra il portale dellattigua chiesa da lui pure ricostruita in quelli anni stessi. Scopo del pio istituto era di sovvenire ai poveri, massimamente vergognosi; e, sotto la direzione di sei nobili milanesi, si facevano, secondo il costume dei tempi, larghe sovvenzioni di pane e di vino. Del fabbricato originario si hanno tracce nella finestra di cotto ogivale rinvenuta durante i restauri e nella gaia tappezzeria policroma, che rivestiva tutte le pareti esterne, a somiglianza di quelle conosciutissime della casa dei Borromei e delle costruzioni suburbane di Casoretto e della Bicocca. Qui però, secondo osserva acutamente larchitetto della casa, la tappezzeria a colori, caratteristica dellarte locale contemporanea, ha un suo particolare significato di simbolo, volendo figurare, come in uno stemma, la sintesi della vita del fondatore. Così il sole radiante, nel centro e la corona riproducono le insegne del suo signore, il tetro e sospettoso Filippo Maria Visconti, che pure ebbe caro e ricolmò di favori il Borromeo: le palme coi datteri ricordano Santa Giustina, protettrice di Padova, da cui derivava il nobile fondatore della casa (chera un Vitaliani e divenne Borromeo per il matrimonio collultima discendente dellantichissima casata); la colomba che è quella di Santa Corona, sembra indicare lo scopo benefico della casa. Il portico, a sottili colonne toscane architravate, è aggiunta del secolo successivo. Nel 1600, colla fondazione dellAmbrosiana, ledificio, chera proprietà del cardinale Federico, divenne dimora dei dottori: e fra questo grandissimo Ludovico Antonio Muratori. Successivi rimaneggiamenti avvenuti nellinterno cancellarono quasi ogni traccia dellantico. Rimase, del seicento, un camino monumentale, conservato nei restauri. Le fortunate circostanze che hanno potuto salvare dalla demolizione e dal pericolo di deturpazioni ancora più riprovevoli queste storiche reliquie, rendono anche più doloroso il sacrificio che si annuncia imminente di un avanzo di ben altra importanza artistica. Alludo al cortile della casa al n. 12 di via Torino; ultima superstite delle vecchie abitazioni che nello scorcio del 400 componevano lisolato fra vie degli Orefici, dei Ratti e degli Spadari. Lavvenuta iscrizione delledificio nellelenco delle opere tutelate dallo Stato è per esperienza troppo debole difesa perchè si possa sperare dl salvare ledificio dalla speculazione: la divinità onnipotente a cui tutto oggi va immolato, come avvenne anni sono per la casa dei Missaglia, nonostante linsurrezione della stampa e del pubblico Milanese. Giova qui ricordare come in data meno recente, e cioè quando si provvide alla sistemazione della testata di levante di piazza del Duomo, un altro e più grave sacrificio sia avvenuto, silenziosamente, quasi allinsaputa degli stessi studiosi, culla demolizione della casa Salimbeni, esistente in via Torino al numero quattro. Nel cortile elegante, nelle vaghe colonne a candelabro e nei minori particolari era tutta la grazia del primo rinascimento lombardo: e il pensiero ricorreva, per evidenti analogie, allabside di Santa Maria alle Grazie e alla casa Silvestri. Nella generale indifferenza o ignoranza, uno studioso, modesto e benemerito, Tito Vespasiano Pallavicini pensò a conservare delledificio e dei suoi particolari un rilievo fedele in nitidi diligentissimi disegni, che ho avuto la fortuna di rinvenire e credo utile presentare al lettore. Caduta la casa Salimbeni e quella dei Missaglia, quella. conservata di via Torino 10 è dunque lultimo superstite di quel vetusto nucleo quattrocentesco. Vorremmo che, quando la conservazione non fosse possibile, ai provvedesse almeno alla ricostruzione integrale in altro luogo, per niente difficile, del cortile: o almeno la ai facilitasse, a chi volesse assumerla per proprio conto, con opportuni provvedimenti. Quando pochi anni fa venne, senza vera necessità, distrutto il è chiostro della Vettabbia, riuscì ad un privato, il dottor Pellegrini, di ricomporne nella propria villa qualche cimelio. Ma quando altri, ling. Uccelli, ai propose di acquistare quanto rimaneva per ricostruire in qualche parte lartistico recinto in contiguità al chiostro di Santa Maddalena da lui con tanto amore restaurato (già altra volta se ne è parlato in questa rivista) si trovò di fronte a tali pretese da parte dei detentori del distrutto monastero, che lidea nobilissima si dovette abbandonare. Che il caso non si ripeta, e dove la difesa da parte dello Stato non basti, si lasci almeno il passo alla iniziativa privata. P. MEZZANOTTE. (N. d. R.) - Il nostro chiarissimo corrispondente da Milano Arch. Prof. P. Mezzanotte che con tanto amore segue le vicende della sua città e con tanta competenza ne parla, con i ministri prossimi numeri la illustrazione di queste reliquie milanesi che, o trovano lintelligente mecenate il quale le salva restaurandole e valendosi perciò dellopera di artisti coscienziosi, o sono spietatamente sacrificate alle necessità edilizie che si fanno più vive di giorno in giorno. E' bene fissare in una nota corredata da buon materiale illustrato quanto esser soggetto a questa crisi di trasformazione, benefica o malefica a seconda dei casi. Così, nei prossimi numeri daremo anche le riproduzioni di quanto non si è potuto qui inserire per assoluta deficenza di spazio. ROMA: UNOPERA DELLARCHITETTO GHINO VENTURI. - I nostri lettori nel 2° anno della Rivista poterono ammirare il bellissimo progetto col quale l'arch. Chino Venturi, giovane, ma assai valoroso, simpose al collegio giudicante del concorso per la decorazione della nuova Aula Capitolina. Oggi presentiamo non un progetto, ma unopera eseguita. È la casa al Lungotevere Flaminio. Lartista, sensibilissimo alle correnti ultramoderne, non abbandona però la decorazione di schietta tradizione toscana. Si vedano come esempio i portoni ove larte degli architetti toscani del 500 ritrova uneco nei putti che reggono festoni, nelle maschere comiche, in tutta la cornice di porta che aggetta dal vivo paramento di bugne. Nella zona terminale lartista non ha voluto lirrigidirsi della linea del tetto, ma lha mossa in frontoni fenestrati che, se risentono di qualche insegnamento oltremontano, divulgato con spirito da chiari architetti nostri pur tuttavia riescono gradevoli giacchè si prestano a vaghe soluzioni. Lo stesso dicasi dei bowwindows transcorrenti lalta facciata ed intesi a toglierne la verticale monotonia. C. CECCHELLI. |
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