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NOTIZIARIO |
BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO - ARTE CONTEMPORANEA
Cinémas. Avec notice sur la construction et l'Aménagement des Cinémas, par E. VERGNES, Atchitecte technique du Syndicat des directeurs de cinématographes. (Paris, Librairie générale de l'Architecture et des Arts Décoratifs. Ch. Massin, editeur, 51, Rue des écoles). Il volume appartiene alla "Bibliothéque documentaire de l'Architecte publié sous la direction de Gaston Lefol". È una raccolta di una ventina di teatri cinematografici, costruiti recentemente in Parigi, con piante, spaccati, alzati e fotografie dal vero. L'autore avverte che in Francia i Cinema si costruiscono espressamente, e non si adattano in vecchi locali. Studi speciali si sono fatti sul riscaldamento, sulla luce e sull'aereazione. "Perfezionando il confortabile interno, si doveva poi essere necessariamente portati a curare la parte decorativa e architettonica. Senza dubbio non si può domandare a una facciata, per necessità costruita celermente, le linee studiate e classiche di un edificio più durevole. Gli architetti francesi tuttavia sono arrivati ad edificare alcune facciate armoniose, dove la fantasia, che loro era stata questa volta permessa, non doveva escludere il buon gusto". Diamo ai nostri lettori due esemplari di questi nuovi teatri parigini: uno, Il CinémaSévres e l'altro il Cinéma Belgrand, ambedue del Sauvage, il ben noto architetto modernista, che, insieme con il Sarazin, ha innalzato nella metropoli francese le costruzioni forse più audaci di questi ultimi tempi. Nei terreni angusti e irregolari le piante sono abilmente ricavate con grande utilizzazione di spazio. È singolare l'assoluta mancanza di sale d'aspetto: dal vestibolo si accede direttamente alla platea e alle scale per i palchettoni superiori. Ogni sala è anche fornita di un piccolo palcoscenico e relativi servizi. La decorazione interna è nulla, nel modo più assoluto. Dovendo la sala rimaner sempre all'oscuro, meno rapidi momenti, la decorazione diviene inutile. Una buona linea, accogliente, che permetta la migliore visione a tutti gli spettatori, e basta. Nel Cinéma-Sevres, tra un quadro e l'altro, vengono proiettate dall'alto sulle pareti, alcune visioni fisse di paesaggi, di réclames, ecc. Ma non sembra che questa novità sia andata a genio ai parigini: i piccoli intervalli sono necessari al riposo degli occhi. Le facciate sono assai ardimentose. Con le loro porte schiacciate, le finestrelle superiori strette e rare e le grandi superfici piene, caratterizzano perfettamente la singolare funzione dell'edificio. Più fine il Cinéma Belgrand, con il grande fregio a leggeri stucchi, cui sono appese le silhouettes delle dive e dei divi più noti del teatro muto. COMMENTI E POLEMICHE L'ARCHITETTURA NUOVA NELL'ALTO ADIGE. Quale ha da essere l'architettura dei nuovi edifici che stanno per sorgere nell'Alto Adige? Le prime fabbriche promosse dallo Stato italiano sono già in corso di costruzione; ed il quesito sarà forse balenato alla mente di qualcuno dei nostri reggitori. Ma dubitiamo molto che il Governo abbia compresa tutta l'importanza del problema ed abbia seriamente pensato alla sua risoluzione. Se l'ha fatto, i risultati non sembrano, alle prime prove, i più soddisfacenti. Eppure se c'è un'opera di civiltà destinata a superare le contingenze di questo critico nostro periodo di assestamento ed a testimoniare attraverso ai secoli la serietà degli intendimenti con cui l'Italia è ritornata ai termini delle Alpi, questa è per l'appunto l'edilizia nuova; se c'è regione entro i novelli confini della Penisola, ove, di fronte ai prodotti talvolta davvero eminenti dell'arte tedesca anche modernissima, giova accentuare in nobile gara l'eccellenza delle tradizioni nostrane, questa è senza dubbio l'Alto Adige. Nè mancano al nostro Governo le ragioni ed i modi dell'intervento, per consigliare od imporre in tale materia una particolare linea di condotta. Gli edifici eretti a spese dello Stato, le fabbriche sovvenzionate con fondi governativi, le costruzioni in rapporto con antichi monumenti tutelati dalla legge sulle Belle Arti non costituiscono gli unici casi di opere architettoniche per le quali il Governo abbia diritto di esaminare ed approvare i relativi progetti. Ad ogni modo poi, davanti a criteri seriamente fissati ed equamente applicati, l'imitazione altrui riescirà altrettanto spontanea all'atto pratico, quanto agevole in teoria la persuasione del pubblico sulla rettitudine della via seguita: quello che non si potrà imporre colla legge, non sarà difficile ottenere col consiglio e coll'esempio. Gli edifici così pubblici come privati sorti nell'Alto Adige durante l'ultimo periodo di dominazione austriaca sono delle fogge e dei tipi più svariati. Accanto alle solite fabbriche che potremmo dire neutre od internazionali, prive di qualsiasi elemento caratteristico e destituite di ogni decoro estetico, quali si vedono ormai in ogni parte del mondo, vi troviamo le famigerate imitazioni degli stili antichi, sopra tutto il romanico ed il gotico, le quali dai freddi e sterili plagi delle vetuste chiese e dagli sciagurati rifacimenti dei vecchi castelli arrivano fino a quell'ibrido stile più moderno iperbolicamente ed esasperatamente tedesco, per cui interi palazzi, anzi intere contrade sono state camuffate fino al ridicolo da tutto un armamentario di forme e di dettagli moltiplicati ed aggrovigliati fra loro nel gusto più catastrofico: irrazionale e forzato trasporto in terra solatia di elementi di tutt'altra razza e di ben altro clima. Che se, fra mezzo agli altri, non mancano alcuni onesti e lodevoli tentativi di assennate costruzioni moderne, meglio confacenti all'indole del paese e più armonicamente conformate alle tradizioni del suo passato, i buoni esempi che a taluno possono sembrare troppo scarsi, peccheranno forse per altri di soverchia dipendenza dai novissimi canoni di Vienna e di Monaco. Che di fronte ad un tale stato di cose, l'Italia abbia il diritto di dire anche in tale materia la sua parola, nessuno potrà certo contestare. Ma il problema, come dicevamo, è quello appunto del contenuto e del valore di una tale parola. A giudicare dai primi accenni, si ha l'impressione che il governo inclini verso una tendenza per così dire estremista, di cui conviene accentuare tutta la inopportunità e tutto il pericolo. Alle irragionevoli introduzioni di elementi nordici estranei, si tenterebbe di rispondere con una vasta campagna di importazione italiana ad ogni costo, a Norimberga e ad Amburgo si contrappone Milano e Palermo, il primo saggio del novello stile dovrebbe essere il piccolo asilo infantile che la Dante Alighieri sta edificando nei sobborghi di Bolzano, esattamente calcolato - per quanto ci dicono - sui più tipici modelli lombardi del tempo di Lodovico il Moro. Convien parlar chiaro fin da bel principio. Se quell'esempio dovesse far scuola, e non mancano i sintomi per crederlo, la nuova corrente riuscirebbe davvero esiziale così dal punto di vista estetico come da quello politico. La legge dell'ambientazione è ormai così generalmente riconosciuta, che sarebbe un grave errore il volervisi sottrarre per l'appunto in un paese come l'Alto Adige che, in grazia del suo panorama alpino, presenta una fisionomia delle più spiccate e peculiari. Se certe costruzioni tedesche dell'estremo nord sono assolutamente fuori di posto a Bolzano od a Merano, non è davvero questa una ragione per introdurvi elementi di altre terre d'Italia che si trovano a loro volta a disagio nella nuova sede,. Come sarebbe un imperdonabile errore portare la Ca' d'Oro a Napoli o la torre del Mangia a Milano, così è vano pretendere di poterle trapiantare di fronte alle Dolomiti senza violare quelle leggi di armonia che di ogni opera d'arte costituiscono il presupposto iniziale. Ilpaese ha bisogno di pace e di concordia e non di lotte e rappresaglie. Ad ogni edificio stonatamente esotico che il governo italiano imponesse a Bolzano, l'elemento tedesco sarebbe capace di rispondere moltiplicando in suolo comunale le mostruosità architettoniche più insolentemente tedesche. È vano illudersi. Non sono certo gli edifici di tipo italiano forestiero che possono dare al visitatore la sensazione di trovarsi a Bolzano in terra nostrana, così come non sono i pescicani lombardi che gremiscono di agosto lo Stadtcafè od i viaggiatori napoletani di passaggio per la Walterplatz che inducono a ripensare alla immanente italianità della rocca del Deutscher Verband. Solo gli umili popolani annidati nei vicoli più remoti della città ed incapaci di formulare altro linguaggio che il vecchio dialetto trentino, gelosamente tramandato di generazione in generazione, essi soltanto testimoniano ai nostrani come agli stranieri l'eterna latinità di Pons Drusi. E son essi appunto che anche nel caso attuale spontaneamente ci suggeriscono la via maestra che il governo deve battere per tutelare ad un tempo le ragioni dell'arte come quelle della storia, storia passata, ma sopra tutto avvenire. Le nuove costruzioni dell'Alto Adige siano italiane tutte quante il più possibile: ma non italiane della fredda lingua artificiosa del mondo ufficiale, si bene del fresco e spontaneo vernacolo della popolazione indigena. E ciò tanto più in quanto che nella maggior parte dei casi non si tratta già di erigere sontuosi palazzi da capitale, ma soltanto appropriati edifici di cittadine di provincia o da modesti paeselli di montagna. La regione atesina è il classico territorio ove l'arte del nord si incontra e si confonde con quella del sud in una reciproca degradazione di tinte. Cogliere nei monumenti del passato i tratti più salienti del gusto italiano, quale attraverso ai secoli si è venuto conformando a contatto con gli elementi stranieri ed adattarlo alle esigenze del clima e dell'ambiente; ispirarsi a quanto di più italiano e al tempo stesso di più tipico esiste nella tradizione architettonica locale: ecco il compito che spontaneo si presenta al nuovo costruttore. Sempre inteso che di fronte ai monumenti dei secoli trascorsi, l'opera sua non si riduca a un vero gioco di imitazione o di copia, bensì si converta in vivifica e sentita rielaborazione in armonia coi bisogni e coi gusti dell'epoca contemporanea. Esiste una piaga dell'Alto Adige, accentrata intorno ai comuni di Appiano e di Caldaro, ove dalla metà del secolo XVI a mezzo il seicento ha potuto svilupparsi e fiorire una scuola architettonica particolare, con fisionomia tutta sua propria, che comunemente suole denominarsi stile d'Oltradige (Uberetscher Stil), sebbene non abbia contenuta la propria influenza entro alla limitata zona di origine, ma la abbia estesa a buona parte del Bolzanino ed anche del Meranese. Quella foggia di costruire deriva certamente in via diretta dal rinascimento nostrano; e italiani furono per la maggior parte i costruttori ed i lapicidi impiegati in quelle fabbriche, tardi continuatori dei vecchi maestri comacini. Ciò non di meno alcune caratteristiche spiccatissime di tale corrente artistica si possono spiegare soltanto in rapporto al paese ove quel tipico stile ebbe a fiorire. Che i monumenti dell'Oltradige possano offrire un materiale eccezionalmente propizio alla ricerca dello spunto per la moderna architettura della regione Atesina risulta ovvio di per se stesso. E ciò tanto più quando si pensi che una simile ricerca era già venuta di moda in quel di Bolzano pochi lustri or sono: sì da confondere in un unico intento gli ideali degli architetti tedeschi come degli italiani. Ad ogni modo, anche a prescindere dal fenomeno, assai significativo di per sè, ma pur limitato di tempo e di luogo, dello stile d'Oltradige, ogni secolo ed ogni piaga dell'alta valle atesina offrono agli studiosi numerosi saggi del peculiare acclimatarsi del gusto italico all'ambiente montano a pie' dell'Alpe che serra Lamagna. Nella pacifica gara per l'ulteriore evoluzione artistica del paese, perchè la gente nostra non dovrebbe riprendere quegli elementi tradizionali in maniera da mantenere ad essa l'impronta italiana e la caratteristica locale ed al tempo stesso da rinfrescarli e rinnovarli a norma delle più moderne esigenze con quel geniale intuito pratico che della razza nostra è sempre stato vanto e prerogativa? Provveda chi può e chi deve. G. G. |
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