FASCICOLO IV - NOVEMBRE DICEMBRE 1921
NOTIZIARIO
NOTIZIARIO.

CRONACA DEI MONUMENTI.

FIRENZE.

È stato scoperto in questi giorni, compiuto, il nuovo fianco a mezzogiorno del Palazzo dell’Arte della lana in Firenze. Il lavoro si era reso necessario sia da quando, qualche decennio fa, venne abbattuto il Mercato vecchio, antico centro della città. Perchè il Palazzo dell’Arte della lana, chiuso com’era in una fila di case, aveva solo due fronti libere, quella prospiciente via Calimala (fig. 2), quella opposta verso Orsanmichele. Di conseguenza lungo i due lati ove furono condotte le demolizioni, per tracciare la via de’ Lamberti e via Orsanmichele, erano rimaste mitra grezze a mattoni, tirate su provvisoriamente in attesa d’una sistemazione definitiva di tutto l’isolato. E la Società Dantesca, proprietaria del Palazzo, affidò il restauro all’architetto Enrico Lusini, che lo condusse in due tempi completando nei 1903-05 il fianco settentrionale, nel 1920-21 il meridionale.
La guida stilistica era suggerita in ambedue i casi dai particolari elementi architettonici, si quali più strettamente dovevano innestarsi i restauri cioè sull’angolo nord-est verso Orsanmichele dal tabernacolo trecentesco contenente la madonna di Jacopo del Casentino, sull’angolo sud-ovest, in via Calimala, dalla porta cinquecentesca del Bontalenti (Fig. 3), fatta erigere da Cosimo I come ingresso ad una scala d’accesso alla sala superiore d’Orsanmichele. E il Lusini seguendo questi due caposaldi da un lato ricavo quella loggia sormontata da due bifore che è già largamente nota, dall’altro svolse lungo il muto uno stretto corpo dl fabbrica a due ordini di archi; più grevi e posati su pilastri quadri quelli dell’inferiore, più gentili e retti da colonnine tonde quelli del superiore (Fig. 1).
E' di quest’ultimo lavoro che si fa cenno e si danno riproduzioni. Il motivo semplicissimo è trattato con un senso di misura e un gusto dello stile che s’intonano perfettamente all’antico, costituendo un legame armonico dalla porta del Bontalenti alla pittoresca tettoia Vasariana sotto il cavalcavia tra l’Arte della lana e Orsanmichele. Date le difficoltà che presentava il problema di rimediare allo squilibrio causato dalle demolizioni ed inquadrare convenientemente l’elevazione a torre del Palazzo, notare tale rispetto dell’ambiente, ove nulla ora pare mutato da come già s’era abituati a vederlo, equivale ad una lode incondizionata. Ed è grato il farlo, anche nella speranza che "intelligente sobrietà di questo esempio distolga dalle mascherature di medievalismi scenografici alla Coppedè, frequenti purtroppo a Firenze.

A. M.


BOLOGNA. — A Bologna si torna a parlare delle torri ed in generate di tutta la regione che comprende la piazza di porta Ravegnana e la Piazza della Mercanzia. Molti ricorderanno la strenua ed infelice battaglia sostenuta circa quattro anni or sono quando la nuova deforme arteria di Via Rizzoli si avanzò verso la mirabile e caratteristica zona ove la torre degli Asinelli si lancia in alto, e quando per ottenere terreno fabbricabile si vollero demolite tre torri minori, l’Artemisia, la Riccadonna, la Guidozagni che alle due maggiori facevano corona; ricorderanno le nobili e roventi parole di Gabriele d’Annunzio contro gli uomini mercantili che volevano "diroccare le testimonianze dell’antica libertà armata per ridurre al valore venale il suolo e gettarvi le fondamenta di chissà quale enorme ingiuria"; ricorderanno. i. tentativi per una soluzione edilizia che lasciasse in piedi le torri ed, associandole ad una nuova fabbricazione ideata con senso d’arte, ne facesse elemento di un effetto pittorescamente vario e mosso,
Tutto ciò non valse e le torri furono rase al suolo. Ma l’edificio che si progettò al loro posto, e che doveva esser sede provinciale, pur non avendo nulla di molto peregrino, aveva caratteri di linee sobrie e proporzionate, non assumeva troppo grande altezza e, mentre adattavasi alla duplice funzione edilizia di terminare la Via Rizzoli e di distaccare i due spazi ben distinti della Mercanzia e della piazza di porta Ravegnana, non recava nell’ambiente una linea troppo inarmonica.
Sembra ora che anche tale soluzione sia tramontata e che le esigenze provinciale, per le quali quattro anni fa non si poteva tardare neanche un giorno a demolire le torri e ad iniziare la costruzione del palazzo della Provincia, siano dileguate. E sembra che sull’area, data di nuovo alla privata speculazione (la quale, per meglio dire, non l’ha forse mai abbandonata), voglia ora elevarsi un colossale edificio altissimo, del carattere degli altri già eseguiti nella Via Rizzoli, Sarebbe appunto l' "enorme ingiuria" deprecata dal poeta. "E' necessario, come egli concludeva, impedire lo sfregio. Satis est".

A MANTOVA i lavori iniziati da alcuni mesi per la sistemazione idraulica del lago hanno portato alla costruzione di un alto terrapieno che quasi soffoca il castello, alla alterazione di una parte della cinta muraria e, ciò che è ben più grave, alla quasi totale distruzione del turrito ponte di S. Giorgio. Ed il Ministero della Pubblica Istruzione, cui spetta la tutela di cosi insigni monumenti, non ‘e stato neanche informato dello scempio che si compieva, neanche chiamato ad uno studio, che forse avrebbe potuto contemperare le ragioni della tecnica con quelle dell’Arte.
Così mentre in molte parli d’Italia il centenario dantesco nobilmente si commemora col ripristino di monumenti che Dante vide o cantò, a Mantova il Genio Civile lo festeggia con la distruzione del ponte medioevale sul lago in mezzo a cui ebbe sede la "vergine cruda".

A PIENZA sta per iniziarsi una nuova fase di lavori pel consolidamento dell’abside del duomo; il quale da un lento franamento del terreno (iniziatosi forse subito dopo la edificazione), è stato portato ad abbassarsi di oltre m. 1,40 dal corpo della chiesa. I primi lavori hanno avuto inizio circa dieci anni fa, ma non potrebbe invero dirsi che siano stati condotti avanti molto razionalmente; poichè non sem-bra che si sia avuto bastante cura ad assicurare la raccolta delle acque freatiche a monte — elemento dinamico della frana — e, d’altra parte, si è esagerato nel sostituire la muratura alla roccia tufacea. Ora le opere si riprendono con più opportuni ed adeguati criteri sotto la direzione della Sovraintendenza si Monumenti di Siena, e, quando saranno terminate, costituiranno forse il più grandioso dei provvedimenti statici di restauro che abbiano avuto luogo in questi ultimi tempi.

A VERONA un’altra balorda minaccia contro la cinta di mura nel tratto tra porta Nuova e porta S. Zeno potrà forse in parte essere scongiurata. Uno dei soliti progetti edilizi tracciati in fretta da Uffici tecnici impreparati, proponevasi di demolire gran parte delle cortine, lasciando isolate le porte monumentali e costruendo fitte schiere di fabbricati agglomerati, ovvero gruppi di villini secondo una bella distribuzione planimetrica a scacchiera. Ora sembra chi più che i disperati richiami del Consiglio Superiore di Belle Arti, più che i divieti, troppo spesso inascoltati, del Ministero, possa (ed è bene che sia così) valere l’opera diretta di un Comitato di artisti e di studiosi veronesi, che si è, incaricato di dimostrare come una giusta disposizione ideata con criteri moderni di edilizia, ravvivata da’ un senso d’Arte, resa adatta allo scopo di salubrità e ridente a vivace col darvi largo posto a parchi e giardini, di cui Verona manca, possa bene riuscire a conciliare il nuovo col, vecchio ed a salvare gran parte delle mura, condannate: dalla geometria burocratica. E non c’è che da esprimere il voto che questi nobili sforzi, che l’autorità comunale e governativa sembra vogliano ora favorire, raggiungano lo scopo!

A VICENZA qualche preoccupazione destano le condizioni statiche della grande basilica, l’immenso ambiente che il Palladio ha fasciato col suo duplice portico senza con questo migliorarne, e forse peggiorandone, la stabilità, già fin d’allora compromessa. E le cause, come in tutti i vecchi organismi, sono complesse, e non è facilmente determinabile la loro entità e, ciò che più preme, il loro carattere eventualmente progressivo. Non v’è ora che da iniziare la prima fase, che pub dirsi diagnostica; e di vero la esplorazione è stata condotta con una inusitata larghezza da parte dell’Ufficio tecnico comunale e della Sovraintendenza si Monumenti poichè tutte e pareti son state scarnite e messe a nudo ed è stato reso possibile la sistematica determinazione comparata delle lesioni e degli spostamenti: da cui sarà reso possibile il progetto definitivo delle opere di consolidamento.
Purtroppo a salvare i monumenti non basta talvolta neanche che lo Stato compia per intero il suo dovere, quando d’altra parte la coscienza del popolo non è matura.

A FERRARA è veramente triste ciò che avviene del palazzo di Ludovico il Moro, il cosidetto palazzo Calcagnini. Il magnifico edificio, fiorito di tutte le eleganze decorative che gli intagliatori lombardi hanno profuso nei suo cortile, abbellito dagli affreschi del Grandi che ne ricoprono le volte del piano terreno, è da tempo precipitato al grado infimo di una povera e lurida abitazione operaia, malamente adattata nei saloni che videro il fasto della corte del Moro. Il Ministero della Pubblica Istruzione, or son due anni, è provvidamente intervenuto e ne ha fatto l’acquisto, per salvarlo dalla decadenza progressiva e per farne un centro di artistiche raccolte. Invece il risultato è stato "purtroppò" questo: che le famiglie operaie che occupavano ed occupano l’edificio non hanno voluto sgombrarlo e, un pò per vandalismo, un pò per lucro, hanno iniziata una devastazione sistematica. E questa prosegue tuttora senta che si possa impedirla, e gli intonaci dipinti si sgretolano ed i mirabili fogliami del capitelli vanno via pezzo a pezzo!


Le pratiche compiute dall’Associazione fra i Cultori di Architettura affinchè dei fondi straordinari stanziati per la disoccupazione una parte fosse assegnata per "salvare" monumenti italiani che deperiscono e si distruggono, pratiche che si iniziarono con la lettera al Presidente del Consiglio pubblicata nel passato numero, hanno avuto per ora per risultato il seguente ordine del giorno votato dalla Giunta tecnica interministeriale pei lavori contro la disoccupazione nell’adunanza del 24 novembre u. s.:

"La Giunta tecnica fa voti che al fine di provvedere" alla conservazione dei monumenti che costituiscono una ingente e considerevole parte del patrimonio nazionale, il Ministero della Pubblica Istruzione acceleri, aumentando gli stanziamenti appositi, l’esecuzione dei favori di conservazione e restauro del monumenti ed edifici artistici, anche per dar lavoro agli operai specializzati, che soffrono anch’essi della crisi di disoccupazione.

Trattasi per, ora di un risultato verbale. C'è da augurare che ad esso segua un risultato concreto e che le proposte presentate intanto dall’Amministrazione per le Antichità e Belle Arti a tal uopo trovino presso il Presidente del Consiglio ed il Ministro del Tesoro favorevole accoglimento.



L’ARCHITETTURA RUSTICA ALLA CINQUANTENALE ROMANA.

Nel risveglio d’interesse che si va verificando in Italia per l’arte paesana considerata non solo sotto il punto di vista etnografico, ma sotto il punto di vista artistico, anche l’architettura rustica comincia a diventare oggetto di studio. E ben a ragione. Chè quei casolari bianchi con il roseo dei tegoli impalliditi dal sole è il verde delle imposte lavato dalle pioggie, quei casolari ad angoli, a pendente, a superfici varie e irregolari, sono qualche cosa di più di una nota pittoresca nel paesaggio, sono una architettura vera e propria. Nè esclude ciò il fatto che tale architettura non abbia l’etichetta formalistica degli ordini, che sia alla buona, di materiali poveri, senz’altra regola fuori di quella del caso per il caso. L’importante è che risponda agli scopi suoi proprii, che entro i suoi limiti sia un tutto completo e perfetto. L’assoluto in sete non esiste. Ogni opera va considerata in rapporto alle leggi che condizionano il problema particolare in essa implicito. E l’architettura, rustica, nella semplicità elementare delle sue soluzioni, possiede una estetica logica ed esauriente.
Che cosa le si domanda infatti? Di offrire con la massima economia di mezzi una abitazione che soddisfi ai bisogni determinati dalle condizioni del clima, dalle abitudini della vita e dalle necessità del lavoro in una data regione. Niente di diverso in sostanza da quello che sono le forme generali di ogni dimora civile. Soltanto che da essa esulano le preoccupazioni speculative di un impiego di capitale, o le ambizioni artistiche di una personalità d’autore. La casa rustica è un annesso del fondo sul quale sorge, destinata a ospitare una famiglia intesa nel lato senso patriarcale, ed è una anonima costruzione foggiate secondo tradizioni secolari tramandate di generazione in generazione. Sicchè quando con opportuni sfoghi d’aria, di luce e di movimento; contenga la cantina, le stalla, la cucina, il tinello, il granaio, le stanze per gli arnesi e le camere da letto, essa risponde pienamente alla propria destinazione.
E come fa ad assurgere nella esplicazione d’un tema così, umile e così ripetuto ad una forma di bellezza? Nello stesso modo che allo stesso genere di bellezza perviene paesana tutta quanta. Cioè per il suo carattere di umanità domestica e famigliare. Quanto le si richiede è palese nel suo aspetto, che le irregolarità del terreno ove sorge individua e differenzia entro l’ambito d’ogni tipo regionale. Le aperture grandi o piccine, i diversi livelli nelle altezze, le sporgenze a solatio, la rientranze a bacio, tutto ha un significato e una ragion d’essere. Vi si legge dentro la storia delle stagioni delle opere quotidiane, persino delle civetterie importate dalla città. E in quella sua aria di aggregato di parti venute su a poco a poco sotto l’urgere di bisogni nuovi, intorno all’ala, sembra di sentire lo svolgersi perennemente eguale dell’ubertosità della terra, della fecondità del bestiame, e della discendenza della gente, intorno al focolare.
Per questo suo genuino carattere d’intimità, l’architettura rustica può ben essere additata come un modello di architettura casalinga; applicabile alle abitazioni private e sopratutto a quel tipo di case che si va facendo sempre più frequente e desiderato: al villino suburbano o alla villetta campagnola. Il fatto stesso che la sua estetica non abbia subito una elaborazione scolastica tale da fissarla in formale stabili, milita in suo favore. Perchè ciò consente una libertà d’ispirazione quale certo non autorizzano gli stili colti, creati come furono per ricerche di abbellimento monumentale. Lo riconosce anche un architetto, Giulio Arata con alcune parole che mi piace riportare dal "Dedalo" dell’Aprile scorso: "Molte costruzioni rurali nella loro agreste bellezza, costruite senza sforzi ed accostate le une alle altre senza regole fisse e senza impacci di tradizioni, ma solo guidate dalle facoltà naturali dell’intuizione, hanno linee così schiette, così suggestive, semplici e logiche, che, ambientate e messe in rapporto con i bisogni attuali, possono dare risultati ottimi di comodità e di benessere, pur mantenendo vitali quei caratteri etnografici che dell’architettura contraddistinguono l’origine".
Del resto la pratica seguita già da anni lo altri paesi dimostra la veridicità di tale asserzione. Così l’Inghilterra, per esempio, nel suoi cottages ha saputo sviluppare elementi paesani indigeni, in modo da crearsi tutta un’arte moderna della casa, che è tra le più originali e attraenti. Lo stesso può dirsi della Svizzera e della Norvegia con i loro chalet in legno, derivazione della prima capanna alpestre; lo stesso degli Stati Uniti con i loro bungalow ispirati al tipo di casa spagnolesca, acclimatatasi in California e nelle altre zone calde dell’America settentrionale.
È appunto per richiamare l’attenzione degli artisti nostri, su fonti diverse dalle solite classiche o barocche usate per queste costruzioni, che è stata organizzata nella Cinquantenale romana un mostra rustica. Mostra che è la prima del genere tenutasi in Italia, piccola, timida quasi, come tutti i tentativi nuovi intesi a smuovere un terreno vergine, ma tanto riuscita, grazie all’indirizzo datole dai suoi ordinatori Gustavo Giovannoni, Marcello Piacentini e Vittorio Morpurgo, da non doversi lasciar dimenticare.
I disegni che vi avevano esposto gli architetti C. Jona (il quale li raccoglierà in una pubblicazione dell’editore Crudo), G. Ferrari, A. Guazzaroni, A, Viligiardi, E. Angelini, C. Budinich, P. Mezzanotte, e che qui sono in parte riprodotti, dicevano quale varietà di motivi eterni offra anche in questo campo l’arte italiana; dalle caselle della costiera amalfitana, di sapore quasi orientale con i loro intonaci grezzi, le loro terrazze scoperte, le loro cupole a padiglione, attraverso i casolari del Lazio, della Toscana, dell’Emilia, sobrii, squadrati, di sassi o di cotto, con le loro loggie ariose, le loro scalette esterne, le loro torri basse, alle case delle Valli Alpine, già nordiche nell’aspetto con i loro tetti, larghi, spioventi, i loro ballatoi di legno, le loro finestre fiorite. Gli oggetti che su scelta di Giovanni Ferri la raccolta Loria aveva concesso, coperte calabresi e sarde, mobili marchigiani e piemontesi, ceramiche abbruzzesi e siciliane, indicavano quale ricchezza colorita l’Italia offra al candore degli interni. Infine accanto a un grazioso progetto di casale romano dovuto a Vincenzo Fasolo, alcune fotografie di un'opera recente di Marcello Piacentini completavano, con l’efficacia di una realizzazione pratica ammirevolmente riuscita, l’impiego dei motivi rustici nella concezione del villino moderno.
La mostra romana ha fornito quindi, nel breve giro delle sue tre sale, tutti gli elementi necessari a stimolare e documentare la curiosità dei nostri architetti. E siccome sarebbe desiderabile ad essa tacciano seguito altre simili, perchè l’insegnamento riceva da una continuità di metodo maggior efficacia, azzardo una proposta. Che si costituisca un comitato di artisti e di etnografi e di amatori per promuovere in tutte le grandi esposizioni delle sezioni di architettura e di arie rustica. Vi potrebbe trovar posto materiale dello stesso genere, riunito in Roma, ma vendibile, in modo da aggiungere alla diffusione delle idee quella più efficace degli oggetti. Così forse l’arte paesana comincerà a trovare il modo di agire veramente, quale una forza viva, sull’architettura e la decorazione della nostra casa.

ANTONIO MARAINI.

CONCORSI.


CONCORSO PER VILLINI DA ERIGERSI IN ANZIO.

Sotto gli auspici e il controllo dell’Associazione Artista fra i Cultori di Architettura, dalla “Società Anonima Nuova Anzio” (S. A. N. A.) fu bandito un Concorso per tipi di villini da erigersi in Anzio, la più ridente e frequentata spiaggia della Capitale.
Il Concorso assunse una importanza speciale per le sue modalità assolutamente nuove.
Il Concorso infatti sarà svolto in due gradi. Nel primo grado si sono scelti i progetti migliori per ognuno del quattro tipi proposti. I premi hanno consistito nella cessione gratuita, da parte della Sana, di un’area fabbricabile in Anzio, sulla quale ogni concorrente vincitore dovrà costruire il villino premiato. I villini così costruiti costituiranno il secondo grado del Concorso. Al migliore — per ognuno dei quattro tipi proposti — verrà concesso un premio in danaro (L. 18.000 per il tipo A, L. 12.000 per il tipo B, L. 20.000 per il tipo C, e L. 15.000 per il tipo D).
In questi giorni è stato giudicato il Concorso di primo grado, per il quale erano stati presentati 77 progetti. La Commissione era composta degli Ingegneri G. Astorri e C. Grazioli per parte della Sana, e degli Architetti A. Boari, M. Piacentini, A. Foschini, G. Venturi per l’Associazione fra i Cultori di Architettura.
L’esito del Concorso è stato il seguente:

Per il tipo A, (Casetta isolata a due piani: un alloggio per piano; area coperta non superiore a mq. 150) sono stati scelti i progetti degli Architetti Marchi, Lidia D’Andrea e Amendola.
Per il tipo B, (Casetta isolata a due piani: per una sola famiglia area coperta non superiore a rnq. 80) sono stati scelti i progetti degli Architetti Jacobucci, Wittinch e De Renzi.
Per il tipo C, (gruppo di casette contigue di tre dementi: ogni elemento a due piani e per una sola famiglia: area coperta non superiore a mq. 70) è stato scelto solo il progetto dell’Architetto Marchi.
Per il tipo D, (Casetta isolata a un sol piano per una famiglia: area coperta non superiore a mq. 140) sono stati scelti i progetti degli Architetti Ciarrocchi, De Renzi, Raimondi.

In totale quindi ben 10 progetti premiati.
La felice iniziativa della Sana non poteva essere coro nata da un pii, largo e soddisfacente successo.
I disegni che qui riproduciamo, che sono quelli dei vincitori del Concorso, rivelano l’indirizzo artistico oramai definitosi tra i giovani architetti romani, basato sulla più assoluta sincerità decorativa e semplicità di materiali, e sulla rispondenza logica ed armonica tra la modestia dei temi quotidiani e la loro struttura e veste.
Ora i 10 villini saranno costruiti sulla ridente spiaggia, e tra un anno si avrà il giudizio di 2° grado con l’assegnazione dei 4 premi in danaro.
M. P.


CONCORSO PER PICCOLE CHIESE RURALI.

Art. 1. — Fra i soci dell’Associazione Artistica dei Cultori di Architettura è aperto un concorso per alcuni progetti di massima di Chiese Rurali, nel suburbio di Roma, della superficie stile di non meno di mq. 200, e non più di mq. 300 (esclusi i locali annessi).
Art. 2. — I concorrenti dovranno immaginare i loro progetti considerando che questi potrebbero sorgere nelle seguenti località della campagna romana:
1. Monti di S. Paolo
2. Marranella
3. Centocelle (presso la via Casilina)
4. Tor Sapienza
5. Pineta Sacchetti
Art. 3. — I progetti di queste nuove chiese da costruirsi in zone nelle quali ai vanno formando attualmente piccoli nuclei di popolazione, dovranno comprendere: l’abitazione del Parroco ed i locali per le opere parrocchiali (dopo scuola ricreatorio, sale per conferenze, ecc.).
Art. 4. — E' lasciata ampia libertà al concorrenti di scegliere lo stile da dare agli edifici progettati; tuttavia questi, dovranno essere essenzialmente ambientali alle singole località sulle quali sorgeranno e possibilmente saranno studiati in modo da poter essere costruiti con i materiali locali.
In ogni caso gli autori s’ispireranno a grande semplicità di linee e di mezzi non disgiunta da quella severità propria delle costruzioni riservate al culto.
Art. 5. — Allo scopo di ottenere una più facile valutazione dei singoli lavori del concorrenti, i disegni richiesti per poter partecipare al concorso saranno tutti nei rapporti qui sotto fissati e disegnati solamente a contorno, ad eccezione di quei tipi che ciascun concorrente crederà di presentare (oltre ai prescritti) che invece potranno essere eseguiti all’acquarello, monocromi, policromi, o come meglio piaccia all’autore.
Art. 6. — Ogni progetto sarà corredato dai seguenti tipi:
Una planimetria generale, Scala 1: 500
Una pianta in scala 1: 100
Un prospetto " "
Un fianco " "
Una sezione " "
Oltre ai disegni di cui sopra, che sono resi obbligatori per l’ammissione al concorso, ciascun progettista potrà presentare tutti quei grafici che egli stimerà più efficaci alla chiara illustrazione del progetto.
Art. 7. — I progetti presentati al concorso porteranno la firma del rispettivi ardori.
Art. 8. — I lavori saranno presentati alla Segreteria dell’Associazione Artistica fra i cultori di architettura non più tardi del giorno 28 febbraio 1922 (data improrogabile).
Art. 9. — All’atto della presentazione dei lavori ciascun partecipante alla gara consegnerà una busta chiusa portante all’esterno il proprio nome e nell’interno il nome di cinque soci i quali, a maggioranza di voti, saranno eletti a formare la giuria per l’assegnazione dei premi.
Art 10. — I premi consistono in:
un diploma d’onore di 1° grado ed una medaglia d’oro, a cui va unito come premio l’abbonamento alla Rivista sociale di Architettura e di Arte decorativa; un diploma d’onore di 2° grado ed una medaglia d’argento (compreso l’abbonamento c. s.);
due medaglie d’argento con diploma di 3° grado.
Art. 11. — Dal giorno 11 marzo 1922 in poi e per la durata di un mese almeno tutti i progetti esentati saranno esposti nei locali della Sede sociale ovvero in altro locale più adatto alla buona riuscita della mostra.
Art. 12.— Prima della chiusura dell’esposizione la Giuria si riunirà per esaminare i progetti e per assegnare i premi sociali.

LE COMMISSIONI PER I CONCORSI
E PER LE ESPOSIZIONI SOCIALI.


Con questo concorso prosegue l’Associazione fra i Cultori d’Architettura nella sua opera volta a chiamare i giovani allo studio di temi, non accademici, ma modesti e pratici svolti con sentimento di sana arte semplice e con giusta rispondenza all’ambiente.


CONCORSO PER IL SANTUARIO DI VICOEORTE PRESSO MONDOVÌ.

È stato recentemente giudicato in Mondovì il Concorso di 2° grado bandito pel completamento del mirabile santuario di Vicoforte, magnifica opera del Vittozzi e del Gallo, ed in particolare pel progetto delle quattro torri angolari mai terminate nella grandiosa mole. Dei dieci concorrenti prescelti pel concorso di 1° grado, sette si sono presentati alla seconda gara la quale ha avuto il seguente esito:
All’Architetto Annibale Rigotti di Torino è stato assegnato il primo premio, ed il progetto è stato proposto per l’esecuzione. Due secondi premi exaequo sono stati dati pei progetti dell’Arch. Angelo Ferrari di Milano e degli Arch. Salvestrini e Mollino di Torino; un terzo premio a quello degli Arch. Travaglio e Vaglieri di Roma; ed infine due compensi a parziale indennità del lavoro compiuto agli Arch. Belloni e Mencarelli.

VOTI DELL’ASSOCIAZIONE DEI CULTORI D’ARCHITETTURA.

VOTO IN MERITO AL CONSIGLIO SUPERIORE DELLE B. A.

L’Associazione, in occasione del prossimo completamento e rinnovamento della terza Sezione del Consiglio superiore per le Antichità e le Belle Arti, domanda anzitutto al Ministero della P. I. che rimediando ad una inconcepibile dimenticanza avvenuta, al dato luogo almeno ad un architetto fra i quattro membri di nomina ministeriale;

e per quanto riguarda, non tanto le elezioni che attualmente stanno per svolgersi, quanto quelle per una sessione avvenire, esprime il voto che i desiderata presentati dagli artisti nei riguardi della elettività di tutta la terza sezione, del numero dei suoi componenti, della revisione necessaria delle liste degli elettori, abbiano piena attuazione;

ma d’altra parte invoca da tutti i colleghi d’Italia che, messe da lato le piccole competizioni particolaristiche, tutti gli sforzi si volgano in un futuro prossimo a stabilire intese su di un programma di lavoro alto e fecondo, sicchè davvero possa per esso la terza sezione del Consiglio superiore essere organo essenziale dei vitali interessi dell’Arte italiana.

VOTO IN MERITO ALLA CONSERVAZIONE DEI MONUMENTI ITALIANI.

L’Associazione
Edotta delle tristissime condizioni di abbandono e di vera deficienza di stabilità in cui versa un enorme numero di monumenti italiani, per la insufficienza dei mezzi concessi per la loro manutenzione ed il loro restauro.
Rinnova il voto vivissimo affinchè sui fondi straordinari che ora lo Stato concede per opere pubbliche destinate a lenire l’attuale disoccupazione una adeguati quota venga assegnata ai suddetti lavori volti a salvare una parte così cospicua e così gloriosa del patrimonio nazionale, la cui funzione è non solo di nobilissimo ricordo, ma altresì di vivo elemento d’Arte, di efficace incitamento alla coscienza della Nazione.

VOTO IN MERITO ALLE MINACCIATE DETURPAZIONI DELLA LAGUNA DI VENEZIA.

L’Associazione
Si associa con fervido animo al voto: espresso dall’eloquente appello dell’Accademia di Belle Arti di Venezia affinchè sia salva dalle minacciate deturpazioni di una nuova barbarie la bellezza della laguna veneta ed il carattere delle isole di S. Marco.

BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO.
ARTE ANTICA.

FRANCESCO PELLATI. Vitruvio e la fortuna del suo trattato nel mondo antico (in Rivista di filologia e d’istruzione classica, XLIX, 3).

Sulla vita e sul tempo del grande trattatista dell'Architettura antica, sulle origini del suo trattato e sulle derivazioni che ebbe, sulla effettiva portata artistica e pratica dei Dieci libri, una vera biblioteca di studi critici è apparsa, specialmente dal Settecento fino a noi; e talvolta la questione vitruviana è stata appassionata quasi quanto la omerica e come quella, ha finito per troppa dottrina a perdersi tra le interferenze di luce. Il Pellati ora con profonda conoscenza del tema e con chiaro criterio la riassume e la precisa in quelle che sono sicure conquiste e dati bene acquisiti; così, ad esempio, per il tempo a cui riportare il trattato, che può dirsi (scartate le ipotesi delle epoche di Tiberio o di Tito), sicuramente fissata tra il 27 ed il 28 a. C.; cori per la teoria e per l’estetica architettonica vitruviana che in generale si riannoda agli autori dell’età alessandrina, tanto che giustamente lo Choisy ha definito i Dieci libri come il testamento trasmesso dall’Arte greca all’Architettura imperiale romana, ma che arbitrariamente l’Ussing aveva sostenuto rappresentare null’altro che un rifacimento delle opere di Varrone; così infine per quanto riguarda la considerazione e la diffusione che il trattato di Vitruvio ebbe nell’antichità.
Nelle opere di Plinio e di Frontino nel primo secolo, di Faventino e di Gargilio Marziale nel terzo, di Palladio e Servio nel quarto, di Sidonio Apollinare nel quinto, appaiono le orme, in verità assai scarse, che Vitruvio impresse nella letteratura romana. Seguirle, come appunto ha fatto il Pellati, indugiandosi specialmente sul trattatello di Ceto Faventino che è un vero compendio modesto dei Libri Vitruviani, è di grandissimo interesse, non soltanto per la conoscenza delle vicende della classica opera, quanto per quelle dell’ambiente artistico e culturale dei vari periodi dell’Impero. In cui ormai non più intendevasi il significato dell’opera, ma sempre più giganteggiava la fama del suo autore. Ben più tardi dovevano riaprirsi i suoi Dieci libri; cioè nell’aureo Rinascimento italiano.
G. GIOVANNONI.

ALESSANDRO DUDAN. La Dalmazia nell’Arte italiana venti secoli di civiltà. — Vol. 1. alla preistoria all’anno 1450 (con 138 ill.). Milano, F.lli Treves, 1921.

Del volume di Alessandro Dudan pochi han discorso giacchè la materia svolta dal chiaro autore non sembra sia a conoscenza di molte persone. È d’altronde esiguo il numero di coloro che hanno una qualche idea delle bellezze artistiche e delle singolari memorie storiche nostre che la Dalmazia racchiude. Perciò ai spiega come troppi Italiani facessero a cuor leggero quella rinuncia che fu poi sanzionata dall’infelice trattato di Rapallo. Ora il Dudan, nell’intento di tener sempre viva nei cuori italici la fiamma accesa dai recenti avvenimenti, comincia con questo primo volume a rilevare tutte le impronte della civiltà nostra che esistono sull’altra sponda adriatica. Non è ciò che si dice un libro di scienza, vale a dire di quelli destinati a un circolo assai ristretto e che perciò non si comprendono senza una particolare preparazione. È più che altro un libro di coltura e di propaganda. Come tale può dirsi, per tutti i rispetti, assai buono e fa onore anche alla benemerita Casa Editrice che si accinse a pubblicarlo.
L’Autore pur ispirandosi al fine precipito di alimentare il sentimento d’italianità, o meglio, di romanità dei nostri connazionali offrendo loro una descrizione abbastanza completa dei monumenti dalmatici inquadrata sul fondo degli avvenimenti storici locali; non ricusa di aggredire qualche problema artistico, e di scendere in polemica contro idee esposte da precedenti studiosi.
Noi crediamo che queste idee debbano essere assai rivedute, ma non ci sembra che il Dudan abbia portato in campo elementi troppo convincenti per abbattere. Siamo infatti persuasi che si sia esagerato alquanto nell’attribuire ad artefici croati certi prodotti dell’arte cristiana alto -
medievale che si possono rinvenire in molt’altre parti d’Italia. Ma non sapremmo in pari tempo definirli col Dudan arte italiana purissima, poichè essi in realtà appartengono ad un periodo in cui si confondono influssi artistici ancora (allo stato attuale degli studi), non ben identificabili. Accontentiamoci perciò della qualifica necessariamente generica, ma esatta, di arte barbarica. E notiamo che, quando si vuol polemizzare occorre farlo in pubblicazioni di diverso carattere ed in base ad elementi, molteplici.
Vi son pure dei monumenti sui quali avremmo desiderato qualche notizia un pò all’infuori di queste che quasi tutti sappiamo, e citiamo ad esempio il palazzo diocleziano la cui arte ha ispirato artisti del MedioEvo e del rinascimento generando sviluppi di cui ancora non abbiamo valutato tutta l’importanza. Nelle tavole si potevano riportare particolari decorativi desumendoli magari dalle mirabili del Niemann. A proposito del palazzo spalatino osserviamo che gli studiosi sono oggi concordi nel riconoscervi forti influssi dell’architettura orientale, e ciò a. prescindere dalle infatuazioni dello Strzygowski. Non si comprende quindi come il Dudan voglia senz’altro assegnano alla pura arte romana, rovesciando così, senza nessun serio rapporto scientifico, i risultati di molti studi pregevoli. Saremmo perciò molto lieti che il Dudan facesse seguire a questa sua opera (che per tanti lati merita di essere apprezzata dagli italiani anche considerandola come il pelino sguardo d’insieme sull’arte dalmatica), degli studi particolari in cui, con quella rigidezza scientifica che egli a torto disprezza, fossero più ampiamente trattati i problemi che appassionano tanto il pubblico studioso. Così facendo, egli potrà dire d’aver compiuto una duplice opera d’italianità.
CARLO CECCHELLI.


ARTE MEDIOEVALE.

ILD. SCHUSTER O.S.B. L’imperiale Abbazia di Farfa Roma, Tipogr. Poliglotta Vaticana, 1921.

È con vivo piacere che possiamo segnalare ai lettori del nostro periodico la venuta in luce di questa insigne opera, frutto di lunghe indagini condotte con acutezza dl critica storica e presentate con rara spigliatezza di forma. La tipografia Vaticana ha aggiunto la nobiltà dei suoi tipi e non bisogna dimenticare che alle spese della signorile edizione ha contribuito S.S. Benedetto XV.
La badia di Farfa è uno dei centri medievali della coltura e dell’arte italiana. Oggi gli avanzi dell’importante cenobio s’annidano nella valle che è formata dalle colline di Castel Nuovo, di Toffia, di Fara, di Montopoli (Sabina), ed è percorsa dal fiumicello "Farfarus". Ma un abbondantissimo carteggio permette di ricostruire tutta la drammatica storia del monastero e di rivedercelo avanti agli occhi è com’era al tempo della sua maggior potenza, vale a dire con le cinque basiliche luminose d’ori musivi incrostate di pietre e rivestite di dipinti, con il vasto palazzo Imperiale circuito dalle case degli armati al soldo della badia, con gli "arcos deambulatorii" dei claustri ove s’attardavano gruppi di monaci sottilmente discutendo di teologia, di medicina, d’arte, di "gramatica" , con le infinite celle ove avean posto persino gli (orafi), gl’ inclusores (incastonatori di pietre dure), i "vitrei magistri (artefici del mosaico).
La storia di Farfa ha tre periodi, diremo così, eroici. Il primo si potrebbe indicare con il titolo dell’anonimo leggendista di quella fase: la Constructio Pharphensis. Agli inizi dell’ottavo secolo una comitiva di guargangi franchi (monaci pellegrini), con a capo l’abate Tomaso di Morienna, si ferma presso un monastero in rovina che la tradizione asseriva fondato nel quinto o testo secolo in onore della Theotocos da un vescovo siro di nome Lorenzo. Le irruzioni barbariche avevano steso sovr'esso un manto di solitudine. E l’abate Tomaso ne ottiene i resti dal duca di Spoleto Faroaldo II, ed insieme gli vien donato qualche pezza di terreno da far coltivare alla sua colonia monastica, il centro religioso, assistito dal favore dei duchi e, più tardi da quello dell’ Impero carolingio (accortamente acquistato dagli abati che crei poterono proclamare la propria indipendenza amministrativa di fronte al pontefice), rapidamente sino a quando l’irruzione Saracena dell’890 (contro cui Farfa si difese per ben sette anni), non arresta questo sviluppo piombando il cenobio nella ruina e, ciò che più è doloroso, nello sfacelo morale. Incomincia la seconda fase: la Destructio. Passano equivoche figure di abati, i monaci si dividono in partiti e combattono fra loro non sentendo più il freno di alcuna disciplina. Finchè, salita al seggio abbaziale la magnifica figura di Ugo I (fine del decimo secolo), l’indegna tregenda ha termine e il cenobio vede un nuovo periodo di splendore. Dopo Ugo la storia di Farfa diminuisce d’interesse. Viene il giorno che segue la sorte d’altri celebri monasteri. Alla morte di Nicolò II, ultimo abate claustrale, l’abbazia si muta in commenda (inizio secolo quindicesimo).
Fra i gruppi di edifici (trasformati in gran parte), lo Schuster ha avuto il merito di ritrovare reati di pitture di un sacello, che egli identifica col celebre oratorio del Salvatore. Vi si scorgono delle scene evangeliche (molto danneggiate però), che hanno particolari di invidiabile efficacia artistica (vedi per esempio la testa dell’angelo). Desidereremo che la Sovraintendenza cui spetta custodire questi resti, completi le. indagini e restauri ciò che si è trovato. Sembra anzi dalle riproduzioni che la liberazione degli affreschi sia stata fatta da persona poco pratica perchè l’ intonaco dipinto, ha traccia di martellature frequenti. Nell’oratorio detto del Salvatore, si trovano anche alcuni mensole con le solite annodature di fascie a triplice filo, che si possono paragonare a quelle della cappellina del nono secolo dei SS. Quattro Coronati in Roma. Altri affreschi, assai più antichi, sono usi resti del protocenobio del vescovo Lorenzo. Trattasi di un motivo di stoffa, ad annodature che mostra, nel centro del nodi, delle scene evangeliche. Già il Toesca osservo giustamente la grande rassomiglianza di questo tipo decorativo con la famosa stoffa del Tesoro del Sancta Sanctorum assegnata al sesto o settimo secolo.
Non possiamo però convenire con lo Schuster quando pone al nono secolo l’edificazione del massiccio campanile, sorto (come accade in tante chiese romane), schiacciando costruzioni di età anteriore. Il campanile di Farfa ha invece molti riscontri con i campanili romani dell’undicesimo e dodicesimo secolo. A parte ciò, vogliamo sperare che la lettura dell’interessante, libro invogli qualche studioso di storia dell’architettura a recarsi a Farfa ed ivi rilevare ciò che resta delle vetuste costruzioni cenobitiche. Malgrado gli studî del Lenoir, del De Lasteyrie, del Giovannoni e di altri, queste indagini hanno progredito ben poco talchè, se non avessimo i documenti, saremmo quasi all’oscuro per ciò che riguarda l’architettura dei grandi monasteri medievali. In Farfa crediamo sia tutto da fare in materia e il Bethmann, lo Schlosser, il Giorgi e il Balzani, ed ora lo Schuster hanno con acute indagini storiche offerto tutti gli elementi su cui potrà sicuramente basare quel volonteroso che vorrà domani intraprendere l'indagine monumentale.
CARLO CECCHELLI.

G. MARCHETTI-LONGHI. Il palazzo di Bonifacio VIII in Anagni. - (Archivio della Società Romana di Storia Patria, vol. XLIII, 1920).

Il centenario dantesco ha dato occasione (fra i vari restauri compiuti nelle città italiane), a quello del palazzo di Bonifacio VIII in Anagni. Son venute in luce molte decorazioni le quali dànno una sicura idea di come erano ornate le case romane del secoli tredicesimo e quattordicesimo. Ora il Marchetti-Longhi, che da molti anni conduce interessanti indagini sulla topografia e la storia medievale di Roma e della Campagna, ha voluto rivolgere la sua attenzione all’imponente maniero. Egli ne conclude che non deve affatto riconoscersi in esso una costruzione fatta "ab imis fundamentis" da parte del papa Caetani. Nel pittoresco aggruppamento di case baronali devono riconoscersi due edifici che originariamente furono tra loro separati ed appartennero a due antichissime famiglie, una dei signori di Sgurgola, l’altra dei "figli di Mattia" (il monastero delle Cistercensi). La casa dei "figli di Mattia" è la casa paterna di Gregorio IX, ed in esso vedesi appunto una sala con decorazioni a scacchiere che rammenta gli scacchi dello stemma dei possessori originarî. In altra sala è sviluppato un elegantissimo motivo di uccelli acquatici. I due palazzi furono acquistati dal Caetani in due distinte epoche. Nel 1292 Bonifacio, ancora cardinale, compera le case di Corrado di Sgurgola. Nel 1297 Pietro Caetani compera le case dei figli di Mattia.
Il Marchetti-Longhi fa voti ,che sia del tutto restaurato il gruppo magnifico degli edificî e noi ci associamo a lui rilevando che, ove tal desiderio si adempia, avremmo restituito all’arte ed alla storia un esempio tipico, se non unico, di palazzo baronale del MedioEvo.
C. C.

ARTE MODERNA.

Edilizia e Giardinaggio. (Rivista Orticola illustrata La Villa ed Il Giardino), del Prof. N. SEVERI, Direttore delle ville, passeggiate e giardini pubblici di Roma.

L’opuscolo che segnaliamo è il quarto numero della Rivista, e tratta di un Sistema di parchi per la città di Roma.
L’autore passa in rassegna i sistemi di parchi di molte metropoli estere, specialmente americane, quali Boston, Chicago, New York; e quelli di Londra, Vienna, Colonia, Francoforte e Parigi, illustrandone le caratteristiche, con una ricchissima documentazione di dati di superficie, in rapporto alla estensione delle Città e al numero degli abitanti, di spese da parte dei Municipi, ecc.
"Londra, egli dice, è largamente provveduta di grandi parchi e di piccoli giardini e piazzali per giuochi, coprendo una superficie, complessiva di 6000 ettari con una spesa annua di manutenzione di oltre 6 milioni di lire. Nei bilanci le spese annue per nuovi acquisti e sistemazioni ascendono spesso a 1.500.000 lire".
E in seguito: "La bellezza di Parigi è data dai suoi magnifici parchi e giardini che raggiungono i 2100 Ettari di cd 300 per l’interno della Città. Lo Stato ha ceduto gratuitamente i grandi terreni boschivi del Bois de Boulogne (Ettari 850 circa), del Bois de Vincennes (Ettari 900 circa), ed altri. Napoleone III largì per la sistemazione dei parchi parecchi milioni della sua lista civile".
Passando a parlare di Roma, l’autore dopo avere elencato i giardini e parchi pubblici già esistenti, quelli privati ancora non distrutti dalla speculazione edilizia, immagina un piano concreto di riscatto generale e di coordinamento per mezzo del grande viale di circonvallazione e di altre arterie alberate, includendovi tutte le zone boschive dell’antica cinta fortificata.
"Tale opera, osserva il Severi, di conservazione, darà alle aree circostanti,: appartenenti allo stesso Demanio dello Stato, un plus valore che compenserebbe largamente l’alienazione delle parti alberate a beneficio della collettività".
Nel sostenere il proprio progetto, l’autore combatte strenuamente i nemici delle piantagioni.
Di tempo in tempo, egli dice, specialmente in periodi di crisi finanziaria, giunge la voce e si appalesa l’azione contraria allo sviluppo di piantagioni con spese che, si dice, potrebbero essere meglio utilizzate in altri servizi pubblici più importanti.
Molte persone considerano le pubbliche passeggiate come un lusso per il quale una savia amministrazione deve restringere le spese.
Eppure, scrive il Direttore dei Giardini, di Parigi, Sig. FORESTER, nessuno esita ad approvare lavori molto costosi per darci acqua pura potabile: ma l’aria pura e il ante non sono per lo meno altrettanto, necessari alla vita?
Sono forse le fogne e le canalizzazioni indicate come un impiego fruttifero del danaro o non piuttosto s'impongono per la salute pubblica?
Le scuole e le biblioteche non sono costruite e mantenute per assicurare rendite allo Stato e ai Municipi, ma soltanto per il progresso, per l’educazione dello spirito, per l’aumento dei godimenti intellettuali.
"I parchi, i giardini, i campi di giuochi e sportivi sono ugualmente necessari non solo perchè aumentano il valore dei terreni fabbricativi, ma ancora più perchè debbono procurarci aria, luce ed il godimento dl un ambiente ricco di piante e fiori che ci risolleva dalle continue, fatiche e preoccupazioni giornaliere inerenti alla vita delle grandi Città, perchè permettono inoltre ai fanciulli, ai giovani, a tolti gli abitanti di vivere qualche ora dei giorno all’aria aperta, il che è tanto più indispensabile quanto più la Città si estende e la campagna si allontana".

Der Architekt. XXIV anno, 1921. Numeri, 1, 2, 3, 4.

La nota Rivista viennese ha ripreso le sue pubblicazioni in velte più dimessa: formato più piccolo e di minor numero di pagine. Il contenuto è però sempre molto interessante.
I primi due numeri contengono alcuni schizzi a lapis, tracciati con grande sicurezza, e coraggio, di CLEMENS HOLZMEISTER, dei quali più attraenti quelli riguardanti gli studi su un Teatro, Kolosseum; e uno sguardo sulle ultime costruzioni di Bolzano: scuole e alberghi. Alcuni di questi fabbricati presentano caratteri di modernità e di ambientismo veramente soddisfacenti.
Il numero doppio 3 e 4 comprende uno studio completo sull’architetto olandese Berlage, con ampie illustrazioni della celebre Borsa di Amsterdam, e delle altre opere, dell’illustre artista.

Deutsche Kunst und Dekoration: numero speciale, di più di 120 pagine per il giubileo della Rivista.

Contiene molti articoli del massimo interesse, e magnificamente illustrati. Il primo tratta della Nuova secessione di Monaco del 1921. Vi poi uno scritto sullo: Spirito del tempo e Storia, una bella e ricca illustrazione dei Nuovi (lavori della fabbrica di Porcellane di Volkstedt, con opere di Arthur Storch, di H. Meisel, e dell’arditissimo architetto di moda, Hans Poeltzig.
Ancora un articolo interessante su La casa semplice, con nitide costruzioni del prof. Scultre di Namburg e uno sull’addobbo e sull’ammobigliamento di una villa in Wetzlar, immaginato e diretto da quell’insuperabile artista di interni che è Bruno Paul. Vi sono ancora lavori in stoffe e ricami di Lilli e Edwald Vetter, alcune parole di Hans Schiebel sulla Fede nell’Arte, ancora lavori di ceramica di Paul Dresdler, e finalmente gli scenari di T. C. Pilartz, a scene quasi fisse, fortemente interessanti. — Concludendo dunque; un volume veramente eccezionale per contenuto, per ricchezza e bellezza di materiale e splendore di vette tipografica.


Arquitectura. — Organo oficial de la Sociedad central de Arquitectos, Madrid.

E' una Rivista anche questa di piccolo formato, ma ricca di buoni articoli, e ricchissima di notizie, specialmente bibliografiche.
Nell'ultimo numero (uscito ora, per quanto porti la data Novembre 1920), v’è una serie di illustrazioni riguardanti alcune originalissime costruzioni dell’antica Spagna Casa Concistoriale di Huesca, la plaza de Nava del Rey (Valladolid), il Convento de Santo Domingo en Estella (Navarra), ecc.
Un articolo di Jerénimo Bècher intitolato: Attentati, contro la Storia e l'Arte in Toledo; ci fa amaramente pensare che anche negli altri paesi si deve combattere strenuamente e giornalmente contro questa mania barbarica di distruggere le bellezze dei tempi passati, invalsa in questo disastroso dopoguerra. La Commissione Provinciale dei Monumenti Storici e Artistici di Toledo, ha presentato alla Real Academia de la Historia una protesta, con la quale manifesta che la nobile e sorprendente bellezza che offre Toledo, si va perdendo poco a poco, per la stoltezza della maggior parte dei proprietari di case, e per gli accordi balordi della Giunta, disponendo quelli e consentendo questa con sua approvazione, quando non addirittura con suoi ordini, alla rifazione di interessanti facciate, alla mutilazione di parte di esse, alla disparizione di cornici, di altane, di balconi, di tante cose insomma, che ricordano: echi e tradizioni, dal popolo conservate con tanta venerazione!
La Commissione suddetta invoca una legge perchè ogni progetto di lavoro che si deve compiere in Toledo aia sottoposto al suo preventivo esame.
M. P.

COMMENTI E POLEMICHE.

PER L’INSEGNAMENTO ARCHITETTONICO.

A Milano ferve il lavoro per ottenere l’istituzione di una seconda Scuola superiore d’Architettura che segua quella già da oltre un anno fondata in Roma; ed all’iniziativa sembra debba arridere ottimo risultato per quel mirabile fervore di aiuti materiali e d’incoraggiamenti morali che negli ambienti milanesi della industria, della finanza, della coltura e dell’arte trova qualunque buona e vivace impresa. Quanti amano l’architettura ed intendono l’importanza del suo rifiorire non potranno che esser lieti di tale notizia, non potranno che augurare un pronto inizio ed un completo successo alla nuove Scuola superiore di Milano e sperare che l’esempio dia presto altri frutti ed altre ne seguano in altri centri d'Italia, analogamente a quanto è avvenuto in Francia con les Ecoles régionales d'Architecture innestate al tronco delle vecchia Ecoles centrale di Parigi, analogamente a quanto proponeva da noi il progetto di legge Nava, che può dirsi abbia segnato il primo impulso efficace per la nuova Scuola di Roma.
Ed infatti, come due anni or sono rilevava la Commissione incaricata di studiare l’ordinamento ditali nuovi istituti, finora quando ciò non avvenga "l’attuale iniziativa non sarà altro che un bell’esperimento, ma non avrà essenziale efficacia a fondare su basi razionali l’insegnamento architettonico ed a dar termine all’attuale confusionismo che esiste nel suo campo. Rimarranno infatti lino ad allora in vigore in tutto il resto d’Italia i corsi speciali d’Architettura negli Istituti di belle Arti e le Sezioni per gli Architetti nei Politecnici; e rimarrà l’equivoco nell’esercizio professionale a cui non potrà darsi quella definitiva sistemazione e quel regolare riconoscimento che è necessario abbia se si vogliono raggiungere risultati concreti. Ed invero occorre, di contro ad un pregiudizio assai diffuso, ribadire bene il concetto che la Scuola di Architettura non deve essere un istituto di eccezionale, fatto per plasmare i genî e per preparare monumenti singolari e grandiosi, non un pensionato di giovani che avviano a divenire accademici, ma scuola pratica e viva, che si propone di formare buoni professionisti e di rielevare per loro mezzo, attraverso i temi normali delle costruzioni civili, tutta la produzione architettonica italiana, sia alta che modesta, mantenendola davvero italiana".
"Tutto ciò potrà dunque raggiungersi quando le scuole saranno in numero sufficiente, ed avranno notevole numero di studenti, e saranno, ripartite nelle varie regioni; e tanto meglio sarà se in esse rivivranno le tendenze stilistiche locali che in ciascuna regione, spesso attraverso il finire di una lunga serie di periodi artistici, si sono tradizionalmente conservate, in rispondenza con le proprie permanenti condizioni d’ambiente…."


UN’ASSOCIAZIONE NUOVA ED UNA UNIONE FUTURA.

Si è costituita in Napoli la nuova Società "Architetti e Cultori: Associazione artistica degli Architetti di Napoli. Affine nello scopo e nella forma di attività che si propone all’Associazione artistica fra i Cultori d’Architettura di Roma (la quale ne saluta con fervidi, fraterni auguri il sorgere) essa potrà rendere grandissimi servigi sia al rifiorire dell’Architettura e della Edilizia nel Mezzogiorno, sia al determinarsi di indagini e di studi ed al formarsi di una vera coscienza nei riguardi dei tanti monumenti che in Napoli e nelle provincie meridionali rimangono ancora, e testimoniano ancora la continuità di una tradizione magnifica, ed hanno ancora una funzione vitale di bellezza.
Ma è anche desiderabile che l’esempio sia seguito in tutti gli altri centri d’italia, e che in un successivo periodo un unico organismo centrale o federale raccolga tutte queste forze ora disperse e le indirizzi in modo unito a presidio dell’attività professionale, ad incremento dell’Architettura italiana, a difesa del patrimonio artistico nazionale.
Tutti vedono ormai come nel periodo burrascoso che traversiamo non ci sia più lungo nel mondo per l’individuo che lavora tranquillo e sereno per suo conto, non vi sia possibilità di far intendere una voce se non è ripetuta da un coro rumoroso. E questa necessità di farai valere con la forza del numero e la vivacità della propaganda, se vale per le questioni politiche e per gli interessi materiali, tanto pia si, impone, per far prevalere gl’interessi ideali che fanno capo all’Arte e che hanno bisogno per essere intesi di una preparazione spirituale fatta di coltura e di sentimento, e debbono aprirsi la strada tra i feroci egoismi, tra la volgarità e l’ignoranza.
Ogni passo, verso la realizzazione di questo scopo è dunque una battaglia vinta che bisogna salutare con giubilo. Diamo il benvenuto pertanto alla nuova Associazione napolitana, auguriamole prospero e fecondo l’avvenire e seguitiamo a lavorare ed a preparare il programma e l’azione per una unione ben più vasta e forte.
Due potranno essere in questo i nuclei di concentrazione detti interessi e delle idee: da un lato la figura artistica e professionale dell’Architetto e la sua produzione effettiva - figura e produzione che ora sono tutte sbandate - dall’altro la salvaguardia della tradizione magnifica di ricordi e di bellezza che vive nei nostri monumenti ed è gloria perenne d’Italia. Ed i due fini, non sono affatto antitetici ma possono rappresentare espressioni di un'unica energia, come appunto lo sono state nella ormai lunga e non inutile vita dell’Associazione artistica fra i Cultori d’Architettura.
Per qual via, con quali mezzi ai potrà raggiungere pra-ticamente l’alto intento? In qual modo sarà possibile trovare un accordo e stabilire un’unità tra i vari enti che già ora esistono, pur diversissimi tra loro nei criteri e nella stessa costituzione intrinseca? Quali campi dl azione concreta po-tranno trovarsi per un lavoro comune?
La risposta a tali quesiti è certo ardua, e forse anche è prematura. Più opportunamente potrà fra breve fiorire argomento di altre note e commenti in queste pagine, di prudenti intese tra i vari sodalizi; ma non è forse inutile aver ho d’ora segnalato tali inizii e tali desiderati, all’at-tenzione degli architetti italiani, dispersi, incerti, nemici di loro stessi, ed a quella di quanti intendono con amore le ragioni della nostra Arte e dei nostri monumenti.


PER LE CASCATE DI TIVOLI

Il voto quasi unanime di due Amministrazioni comu-nali, di Roma e di Tivoli, ha in un batter d’occhio decretato la quasi completa scomparsa delle mirabili cascate di Tivoli per l’utilizzazione dell’acqua a scopo industriale, e lo sfregio è giunto fino a stabilire perfino la soppressione delle lontane che cantano nella Villa d’Este. A quando anche quella della fontana di Trevi, dei fontanoni dell’Acqua Felice e dell’Acqua Paola, del getto che bagna il berniniano Tritone, delle tante altre acque che, secondo il criterio degli oculati amministratori, si disperdono in Roma per una bel-lezza stupida ed inutile?
In verità fa stupore e tristezza, quasi più che la spari-zione di uno dei quadri più belli che alietassero l’Italia, la disinvoltura incosciente con cui alla chetichella, senza preoccupazioni, quasi senza discussioni, due Amministrazioni che si dicono italiane si sono accinte a distruggere uno dei tratti più nobili del voto d’Italia, a cancellare in un minuto l’opera dei secoli. Il tema terribile era di quelli, che vanno profondamente vagliati e liberamente discussi, sì da bilan-ciare le ragioni del materiale interesse e quelle dell’Arte e trovarvi eventualmente transazioni. Si è preferito lavorare nell’ombra e giungere silenziosamente alla deliberazione senta domandare in proposito pareti nè di tecnici, nè di artisti; specialmente dl quei noiosi di artisti che con le loro quisquilie estetiche seccano gli uomini positivi, i quali pre-feriscono seccare l’Aniene. Ed ora si lanciano nella stam-pa notizie e comunicati che, sulla base di compiacenti cal-coli ottimisti delle portate di magra, tendono a persuadere il pubblico che l’acqua non mancherà mai e le cascate saranno più belle di prima.
Ora con questo non si vuole affatto disconoscere l’im-portanza delle esigenze economiche, il valore delle energie idrauliche per dir vita alle nostre industrie che mancano di carbone. Ma per chi, d’altro lato, intende il valore sommo che in Italia assumono le bellezze naturali ed artistiche, gloria autentica che la malvagità e la volgarità umana ten-derebbero a rendere non perenne, valore che non è solo estetico, ma anche pratico e positivo, la questione era, ed e tuttora, di tempo e di limite. Occorreva anzitutto dare la dimostrazione che per le esigenze di Roma quell’energia che si ritrarrebbe dal costringere entro tubi le cascate dell’Aniene è ora veramente richiesta; e che non vi fosse modo di pro-curarsela altrove a condizioni non di troppo onerose. Occor-reva poi, superate queste due prime domande, studiare il problema, non con l’ingordigia brutale di chi vuoi prendere tutto, ma col senso di chi comprende la dolorosa gravità dell’atto e cerca di sminuire le conseguenze, con io stesso animo religioso di chi rimuove una tomba sacra per far passare una nuova via la quale non può in alcun modo essere spostata. E non sono tombe le cascate di Tivoli! Sono la fluente vita di bellezza del nostro paese, al cui rombo danno un suono armonioso i ricordi augusti, i canti dei nostri poeti, gli affetti dei tanti stranieri che per essa bellezza hanno amato l’Italia.
Forse, chi sa? da tale studio compiuto con questo pen-siero di responsabilità, se non con questo sentimento di religione, una qualche soluzione poteva uscir fuori che consi-derasse per lo meno le cascate di acqua come utenti impor-tanti e rispettabili: e forse a questa soluzione, come extrema ratio, avrebbero anche aderito, sia pure a malincuore, le persone ragionevoli. Ad esempio si sarebbe potuto pro-porre di salvare le "cascatelle" lasciandole come ora sono di giorno e derivandone l’acqua di notte; salvare le fontane di villa d’Este (delle quali non è da discutere nemmeno, che il loro inaridimento non porterebbe seri vantaggi e sarebbe senza scusa), ed usufruire invece tutta la "cascata grande": cui si sarebbe potuto invece assicurare un funzionamento domenicale, allacciando cioè alla energie elettrica da esca derivata le industrie che alla domenica riposano od hanno un esercizio ridotto. Tutto ciò subordinato a serie garanzie che assicurassero che questo regime alterno si adot-tasse di fatto e non rimanesse una vana promessa.
Basti vedere appunto, a proposito del funzionamento do-menicale dalla festa dell’acqua non dissimile dalle grandes eaux del parco di Versailles, ciò che avviene per le cascate delle Marmore a Terni. Era esso stato. richiesto da Com-missioni ministeriali e dallo stesso Consiglio Superiore per le Belle Arti come ultima transazione nell’impoverimento della cascata, e sembrava di non difficile attuazione, poichè la maggior parte delle industrie, tolte in alcuni mesi quelle dei Carburo, l’avrebbero consentito senza danni. Invece nulla si è fatto per eseguire il tenue lavoro della chiusura delle paratoie delle singole prese: e la cascata ormai non si vede più, o si vede quando Giove Pluvio si compiace di man-darvi abbondanti flussi di piena.
Ma finchè la coscienza civile della bellezza e dell’arte non si formi nel nostro Paese valgano le leggi. Ed anche se quella sulla tutela del paesaggio non è ancor pronta, la legge del 1909 sui monumenti appresta armi sufficienti di difesa; non soltanto perchè la "grande cascata" ed in parte anche "le cascatelle" sono opere artificiali (sulla villa d'Este minacciata del teppismo ufficiale, è quasi superfluo insi-stere, così essenziale valore ha l’acqua nel suo studiato effetto artistico), o perchè tutto Tivoli può considerarsi come monumento, analogamente a quanto un recente voto del Con-siglio Superiore per le Belle Arti ha affermato per Siena, o perchè dalle nuove opere possono aver danno le condi-zioni di prospettiva del tempio cosidetto della Sibilla e la villa Gregoriana ma perchè "le cose che presentano inte-resse storico ed artistico" sono anche quelle a cui si rian-nodano ricordi insigni, pur indipendentemente dall’intrinseco valore. Monumenti sono la casa di Mazzini o la Torre delle Milizie - nei riguardi del trasferimento su di essa della leggenda di Nerone; monumenti la Rupe di Tiberio e la Quercia dei Tasso…
E l’applicazione delle leggi porti a più miti consigli i violenti contro la Natura e l'Arte.

GUSTAVO GIOVANNONI.

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