FASCICOLO IV - NOVEMBRE DICEMBRE 1921
ROBERTO PAPINI: Il chiostro delle maioliche in Santa Chiara di Napoli, con 15 illustrazioni
Tutti sanno come nel cuore di Napoli esista un vastissimo convento, chiuso da alte mura decrepite, vera cittadella france-scana, dedicata con la gran chiesa angioina a S. Chiara d’Assisi (1). Ma pochi son riu-sciti a penetrare nella grande oasi di si-lenzio, pochi conoscono l’intrico dei corri-doi e delle celle e dei chiostri e delle cappelle che compongono i due monasteri gemelli delle monache e dei frati.
Chi vi penetra, varcando la duplice clau-sura, è preso da un senso di sgomento per tanta ampiezza misteriosa e per l’antica bellezza che appare, anche nello stato di abbandono a cui soltanto ora si va lenta-mente riparando. La cittadella francescana ha una imponenza senza pari. Quel brusio di Napoli irrequieta, che dalla Certosa di S. Martino è udito come un rombo lon-tano, non penetra fra le vecchie mura ove i muschi e il silenzio si annidano. Grandi e piccoli chiostri, enormi refettori, lunghi corridoi fiancheggiati da celle, orti e giar-dini abbandonati, angoli pieni d’ombra a cui s’accede traversando serie di arcate oscure. Senso di calma e di mistero do-vunque, nel cuore della città tumultuosa (2).
La struttura generale del monastero, le sue forme architettoniche, la disposizione dei locali nella pianta grandiosa risalgono al tempo in cui la fondazione di S. Chiara fu pensata dalla Regina Sancia, nostalgica anima francescana in mezzo alla Corte, e attuata da Re Roberto d’Angiò, sotto il pontificato di Clemente V.
Lo stile ogivale con le sue snellezze, con l’esilità degli steli di colonne, con le vaste pareti lisce, nella chiesa e nelle cappelle, nei chiostri e nei dormitori, trionfa ancora in forme di semplicità francescana; puris-sime forme di archi, di volte, di strutture che sono di alto interesse per la storia del-l’arte; e qua e là appaiono ancora le deco-razioni pittoriche trecentesche accanto alle sculture dei tardi seguaci di Nicola d’Apulia.
Ma al disopra di questa severa ossatura ogivale vive la garrula giocondità del set-tecento, invade ogni angolo, cobra ogni parete, arrotonda ogni spigolo, lieta di vapo-rosità, di nuvole e di lumi d’oro. Questo contrasto stridente fra lo spirito francescano del Trecento e la spensierata esuberanza del Settecento è una delle note dominanti in tutto il recinto claustrale. E come quando sulle mura spoglie delle vecchie fortezze, vegetano le piante rampicanti e fioriscono lietissime al sole.
In altri tempi non lontani si gridava al sacrilegio, si inveiva contro il teatrale ba-rocco che guastava la purezza delle linee medievali, si cercava di togliere a colpi di piccone la profanazione degli stucchi, dei colori, delle dorature. Oggi i tempi son mu-tati e nessuno si sogna più di togliere dalla Chiesa di S. Chiara le pitture di Francesco De Mura, di Sebastiano Conca e di Giu-seppe Bonito, per rendere alle imponenti incavallattire e alle nude pareti la loro aspra solennità primitiva.
Oggi — anzi — si cercano e si gustano le gemme che il Settecento ha creato fra le austere pareti del duplice monastero, prima fra tutte la decorazione di maioliche colorate nel gran chiostro delle clarisse. E un grandis-simo chiostro (circa 89 metri dilato) circondato da lunghe teorie di arcate a sesto acuto, e limitato, al di là delle ar-cate, dalle alte muraglie della chiesa e del convento. Chi vuole imaginarlo com'era nei primi tempi della fondazione deve vederlo austero e nudo, con forse quattro grandi riquadri di verde e un pozzo nel centro, con le pareti dei loggiati forse dipinte, con un senso di rigida quiete rinchiuso fra le scheletriche arcate.
Fu intorno al 1740 che il gran chiostro mutò comple-tamente aspetto. "Ritrovan-dosi il nostro Monistero — è scritto nei conti del Ba-dessato — edificato all’antica gotica e vie più reso di mal veduta per il collasso delle fabbriche e per li rappezzi ed ag-giunzioni con irregolarità fattevi" si pensò a trasformarlo secondo il gusto del secolo gaio e civettuolo. Volle la graziosissima Regina "veder modernato questo suo Mo-nistero e ridotto il giardino, o sia prato, a lavoro di parterra, con suoi viali ad uso forestiero, non già lastricati di mat-toni, ma bensì con lavoro di terra battuta che rende più commodo, e maggiormente delizioso, il correre e il passeggiare". Par di vedere le clarisse del Settecento, passerette a forza rinchiuse nella gabbia, an-siose di dimenticare l’antica austerità per la delizia di correre e passeggiare per i viali lieti di colore, all’ombra. dei pergolati. Il fascino del chiostro delle maioliche sta tutto in questo desiderio di gaiezza frivola e spensierata.

Domenico Antonio Vac-caro, architetto, fu l’ideatore della trasformazione fra il 1739 e il ‘42. Divise egli il recinto interno per mezzo di due viali perpendicolari incrociantisi in un ottagono; fiancheggiò i viali con pila-stri ottagoni per reggere le pergole di vite e pose fra i pilastri altrettanti sedili con l’alta spalliera sagomata; fe-ce rivestire poi tutto con mattonelle maiolicate. Quindi, in ognuno dei quattro quadrati, creati fra i bracci della croce dei viali, disegnò un piccolo giardino; in due di questi pose al centro due fontane a vasca, in un altro creò un curioso edificio a forma di fortezza per uso di riporvi gli attrezzi, le immondezze, i lavatoi e la stalla della mula, nel quarto disegnò un’altra pergola che menava ad una fontana ornata di musaici rustici, fra quattro fontanelle minori e sedili di piperno grigio.
Ne risultò un ambiente ricco di varietà e di colore che si intravede ancora in mezzo all’abbandono attuale; non esistono più le aiole, se non nel disegno sommario, sono scomparsi i vasi di maiolica che adorna-vano i giardini, le piccole siepi di bosso han ceduto il posto agli ortaggi, le fonta-nelle sono mute da un pezzo. Ma quel che è rimasto, e domina tuttavia, è la ricchezza, la preziosità, la freschezza delle maioliche colorate.
Le mattonelle sono a fondo bianco az-zurtino; i pilastri recano attorti a spira festoni di foglie, di frutta e di fiori in cui domina il giallo, il verde e il turchino; turchino è il capitello di ogni pilastro, fasciato in basso da una zona gialla. I sedili con l’alta spalliera sagomata adorna di festoni e di volute giallo-aranciate e viola recano ognuno, dipinta al centro, una veduta cam-pestre. Queste vedute sono schizzate alla bra-va, con pochi colori, e rappresentano, quasi tutte, scene campestri o marine, in cui le fi-gurette umane acquistano sapore di Arcadia.
Si sente dappertutto la preoccupazione di far dimenticare il chiostro, la clausura, di portare là dentro le apparenze festose del mondo lontano.
In quattro sedili è rappresentato il trionfo dei quattro elementi la Terra coi fiori, il Fuoco con il carro della luce, l’Aria con gli uccelli e i pavoni aggiogati a un cocchio, l’Acqua con Nettuno, i tritoni e le nereidi. In altri son rappresentati giochi, scene agresti con pastori, danze di fanciulle inghir-landate, scene carnevalesche con le ma-schere, balli campestri al suono della zam-pogna, caccie al cinghiale, al cervo, alla lepre, marine con pescatori, navi che giun-gono in porto, galere ormeggiate in una cala tranquilla. In uno solo dei sedili è rappresentata una scena non del tutto pro-fana: vi è ritratta una monaca che in mezzo a un gran chiostro squallido dà il pasto a una turba di gatti; e questo è forse un ricordo del primitivo aspetto del chiostro, evocato per far risaltare lo stridente con-trasto con la giocondità della trasformazione.
Ma l’ornamentazione di maiolica non si ferma ai sessanta pilastri e ai cinquantasei sedili dei viali. Il parapetto interno del log-giato è rivestito pure di cinquantaquattro grandi quadri in maiolica, rappresentanti campagne e marine, come nelle spalliere dei sedili; la stanza che sta fra la sacrestia della chiesa e la scala discendente al chiostro è tutta ornata alle pareti di pancali in maiolica e di semipilastri poligonali rivestiti di mat-tonelle identiche a quelle dei pergolati; inoltre il pavimento di questa stanza, fatto di mattoni, reca centri a fiorami e orlature maiolicate di gusto squisito.
Percorrendo le celle delle monache, ognuna delle quali ha una terrazza verso l’orto e la stanza della conversa sotto questa terrazza, ho trovato numerose altre tracce di maioliche dello stesso stile. Il fondo delle fontanelle a vasca del chiostro, composte con avanzi di monumenti trecenteschi marmorei (leoni, angeli, colonnette tortili usate sull’orlo delle vasche), è ancora rivestito d’una lieta decorazione di mattonelle a fondo bianco con onde azzurre fra cui spicca-no in giallo e in rosso molte varietà di pesci.
È un orgia di colore e di gaiezza; quando ha piovuto e fra i tralci torna a penetrare il sole tutte te mattonelle si ravvivano an-cora bagnate, scintillano nei lustri, squillano le note di colore, sembrano smalti preziosi fra l’esuberanza del fogliame. Nessuna deco-razione di giardino ho mai visto che sia più preziosa, più vivace, più armoniosa di questa: tutto lo spirito settecentesco e napo-letano, non immemore della fastosità gran-diosa del Barocco, s’è adunato fra queste arcate gotiche, ha compiuto un suo pro-digio, inebriato di luce, di colore, di vita, di ricchezza, chiacchierone e fastoso, gaio e spensierato, musicale ed agile, proprio nel recinto sacro alla poverella d’Assisi, fra la severità monastica delle arcate ogivali.

Il De Rinaldis notò (3) come nei conti del Badessato sotto il triennio 1739-42 si trovino pagamenti fatti a Donato e Giuseppe Massa "riggiolari" cioè maiolicari; inoltre nelle mattonelle di due sedili è ripetuta la data 1740. Senza poter finora asserire che i due Massa fossero autori della vastissima decorazione, il De Rinaldis rivendicò a fabbrica napoletana la fattura delle maio-liche, contro l’opinione del Bertaux che, senza alcuna prova, le voleva abruzzesi, forse per qualche analogia con certi pae-saggi dipinti dai maiolicari di Castelli. Ritengo che il De Rinaldis abbia ragione: prima di tutto perchè sembra strano che in un paese ricco di fabbriche ceramiche come il Napoletano dovesse ricorrersi a fabbriche abruzzesi per un lavoro di così gran mole; poi perchè i richiami con la pittura e la decorazione napoletana di quel-l’epoca sono nel chiostro numerosissimi; infine perchè l’architetto Vaccaro, il quale era anche buon pittore e decoratore, non può essersi disinteressato ai dettagli del-l’opera sua come avrebbe dovuto fave se le mattonelle fossero state cotte e dipinte nel lontano Abruzzo.
Inoltre ho rilevato che nell’appartamento del Priore della Certosa di S. Martino esistono alcuni pavimenti di mattonelle di maiolica identiche per fattura e per stile a quelle di S. Chiara; uno dei pavimenti è datato del 1741. Si tratta evidentemente di un’altra opera della stessa fabbrica e probabilmente i conti della Certosa in quegli anni potranno fornire notizie preziose anche per la storia del chiostro di S. Chiara, rivelando forse i nomi dei pittori. Questi infatti dovettero essere almeno tre. Guar-dando accuratamente le scene dipinte negli ovali dei sedili e nei riquadri del loggiato si possono distinguere chiaramente tre mani diverse nella proporzione delle figurette, nel pennelleggiare la frappa, nel comporre con minore o maggiore disinvoltura le scene figurate; uno dei pittori tende al carica-turale, un’altro fa le figure tozze, un terzo, meno esperto, ha goffaggini e scorrettezze evidenti. Debbono poi aver partecipato vari decoratori negli ornati, nei festoni dei pi-lastri, nei vasi che ornavano i giardini e che oggi son perduti.
Siamo cioè di fronte a una importante industria ceramica che, sotto la guida del-l’architetto Vaccaro, fu capace di creare questo capolavoro di decorazione. Quale fosse questa fabbrica non si sa; nè si cono-scono i nomi dei pittori capaci di tanta fecondità nei motivi, variati con una spontaneità e una disinvoltura stupefacenti. Una tale industria presuppone, per la perfezione a cui era giunta nel 1740, una lunga tradi-zione, ripete forme e tecniche passate at-traverso una catena di generazioni d’artisti fino a quel tempo. La concezione larga degli ornati, l’esuberanza delle frutta e del fogliame, le grasse volute che incorniciano i sedili, tutto il gusto ornamentale che non ha nulla della minuta preziosità del Sette-cento ma che ripete invece ampie forme secentesche, è una riprova della probabilità ditale supposizione. Qualunque paese del mondo può invidiarci questa magnifica pro-duzione che costituisce un anello di con-giunzione fra l’arte popolare dei piatti, dei boccali, delle ciotole e quella più solenne dei quadri e degli affreschi. E pure la storia delle atti dette minori in Italia è ancora da fare; la ignota storia delle maioliche napoletane ne è un esempio. Quando la si farà si potrà con essa ricostruire tutta la vita artistica italiana, così varia, così ricca, così spontanea, come nessun’altra.
Intanto, appena il gran chiostro napole-tano sarà restaurato e ravviato, tutti po-tranno godere della meraviglia della sua decorazione, preziosa come una gemma ricomparsa fuor d’uno scrigno lungamente chiuso.
ROBERTO PAPINI.



(1) v. la bella monografia di ALDO DE RINALDIS. Santa Chiara. Ed. Giannini. Napoli 1920.
(2) La soprintendenza dei Monumenti, specialmente per opera di VITTORIO SPINAZZOLA e ALDO DE RI-NALDIS, e la DIREZIONE GENERALE DEL FONDO PER IL CULTO, col vivo interessamento del BARONE CARLO MONTI, stanno ora salvando con restauri e raccolta di oggetti d’arte il grande monastero dalla rovina e dalla dispersione. Con Intelligente, instancabile operosità e con fervore di apostolo il P. BONAVENTURA CARCANO è l’animatore di tutta la complessa opera di ripri-stino e di salvazione.
(3) DE RINALDIS - Op, cit. p. 26.

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